La minaccia russa all’Europa può fornire ai governi l’incentivo giusto per creare delle capacità operative comuni, a patto che si dia la possibilità ai membri della Nato di ottimizzare le risorse a loro disposizione e quindi di non dover scegliere tra il sostegno a due alleanze parallele. L’analisi di Federico Castiglioni, Istituto Affari Internazionali

La gravità e la novità di ciò che sta avvenendo in queste ore in Ucraina sono ormai sotto gli occhi di tutti. Al di là di quelle che possono essere le ragioni del Cremlino, il dato incontrovertibile che emerge oggi, da qualsiasi punto di vista si guardi il conflitto, è che la Federazione Russa ha invaso su larga scala uno Stato confinante in una dichiarata guerra di aggressione. Alcuni parallelismi con la guerra fredda, fino ad oggi tentati per rendere l’idea di tensione che c’era tra la Russia e l’Occidente nella regione dal 2014, ormai non reggono più. Mosca infatti non si è limitata a riconoscere le regioni indipendenti del Donetsk e Lugansk nell’est del Paese, fatto di per sé grave per l’integrità territoriale ucraina, e non si è neanche limitata ad intervenire militarmente nelle zone contese per garantire uno spostamento ad ovest del confine ucraino. Al contrario, le forze armate russe hanno sconfinato dalla Bielorussia puntando direttamente sulla capitale Kiev, senza dichiarare nessun obiettivo politico concreto che non fosse la “denazificazione” del Paese.

A primo acchito, l’offensiva ricorda un’operazione di polizia internazionale per un cambio di regime, come quelle condotte dagli Stati Uniti dopo la guerra fredda, ma condita con una retorica di stampo sovietico (compresi i richiami al fascismo e all’Occidente capitalista). Anche questo paragone di intervento “umanitario” post guerra fredda tuttavia non è applicabile. Le differenze sostanziali con le campagne statunitensi condotte fino a questo momento sono che la Federazione Russa agisce sola e non in un quadro di alleanza internazionale, risultando isolata anche diplomaticamente, e che in Ucraina non ci sono stati i presupposti per parlare di violazione dei diritti fondamentali dei cittadini. È evidente che l’Ucraina non si può considerare uno “Stato canaglia” alla stregua della Libia di Gheddafi, dell’Iraq di Saddam Hussein, dei talebani in Afghanistan o del Panama di Noriega.

L’indipendenza e legittimità del governo di Kiev è invece riconosciuta internazionalmente (anche dalla Russia) dal 1991 e il Paese è membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa. Per quanto riguarda il governo Zelensky, risulta paradossale il tentativo di connetterlo alle efferatezze del 2014 di cui è stata responsabile l’estrema destra ucraina, visti gli sforzi fatti dall’ insediamento proprio per tenere sotto controllo le frange più oltranziste di Andrij Biletsky. L’invasione rimane quindi ingiustificabile secondo i parametri di legittimità internazionale in vigore dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, ricordando piuttosto nelle sue motivazioni la volontà di potenza nazionalista di inizio ‘900 o la dottrina dello “spazio vitale” in voga tra le due guerre.

Questo richiamo ad un paradigma passato può sembrare romantico nella teoria, ma quando si concretizza con i suoi terribili effetti nella realtà e nelle relazioni internazionali perde di attrattiva anche tra i suoi più accaniti sostenitori. Non è un caso che molti partiti (e fazioni di partiti) di estrema destra o conservatori in Europa stiano vivendo la crisi ucraina con difficoltà, in un autentico cortocircuito identitario tra il fascino per il ritorno alla vecchia Europa e l’interesse delle loro rispettive nazioni (1).

All’esatto opposto, la crisi rappresenta una grande opportunità per Bruxelles e tutte le forze europeiste del continente. Il primo fattore che avvantaggia l’Ue ad emergere è che, come si è già visto dopo il Donbass e il referendum in Crimea, l’aggressività russa tende a velocizzare e non rallentare i processi di avvicinamento all’Unione Europea da parte dei tre Paesi dell’area associati (Ucraina, Georgia e Moldavia), spostando il focus dei negoziati dall’economia all’integrazione politica. Se da un lato questo stretto rapporto con l’Ue ha esacerbato certamente la tensione tra Russia e Ucraina, la sua progressione continua dimostra che l’Unione Europea, pur non potendo offrire per ora garanzie di sicurezza diretta, è un punto di riferimento ancora preferito come alternativa a Mosca.

L’ingresso di questi Stati nell’Ue è ovviamente un processo complesso, soprattutto per le sue implicazioni di lungo termine. Il sostegno politico offerto dall’Unione, occorre ricordarlo, diviene infatti militare nel caso in cui uno Stato membro venga aggredito, ai sensi dell’art. 42 del Trattato di Lisbona. In un momento storico contraddistinto dal disimpegno americano in molti scenari e dalla revisione strategica in corso nella Nato la possibilità di avere un trattato di difesa complementare o alternativo con Stati come Francia e Germania è sicuramente invitante per molti governi nel nostro vicinato, ma anche rischioso per lo stesso motivo.

La possibilità di mutua difesa ci porta alla seconda ragione per cui la crisi ucraina ha un suo riflesso in Europa, ossia le ricadute sul rapporto est-ovest. Già oggi, l’invasione russa in Ucraina sta creando difficoltà a molti governi dell’Europa centrale che si sono dimostrati disponibili a farsi affascinare dal modello putiniano. I problemi di Orbàn e del suo partito Fidesz in tal senso ricordano da vicino il travaglio proprio di una certa destra dell’Europa occidentale, stretta tra idealismo, nostalgia e realpolitik. La questione non riguarda gli Stati dell’est come i Paesi baltici, Polonia e Romania, divisi da tradizioni politiche molto diverse tra loro ma accumunati da una naturale diffidenza per ogni modello proveniente dalla Russia. Presumibilmente, in tutti i rapporti est-ovest, e in particolare nel conflitto aperto tra l’Ue e i Paesi del così detto “gruppo di Visègrad”, l’attacco russo genererà un effetto distensivo quando si capirà che l’ombrello europeo, sempre più pronto alla gestione dei conflitti e delle crisi grazie ai progressi degli ultimi anni, è ad oggi indispensabile. In altre parole, molti di questi Stati centro-orientali potrebbero riscoprire le ragioni che le avevano portate all’adesione dopo il 2004 e realizzare che le garanzie economiche e ora militari offerte dall’Ue sono tanto più efficaci quanto più i governi coordinano le loro scelte politiche tra di loro e con Bruxelles.

Questo dovrebbe spingere Budapest, ma anche Praga e Varsavia, a considerare con maggiore attenzione le richieste provenienti dall’Occidente del continente. Le istituzioni Ue dal canto loro dovranno fare i conti con il fatto che proprio attraverso i Paesi dell’Europa centro-orientale passerà il nuovo fronte caldo su cui si testeranno i progressi della politica estera e di sicurezza comune (Pesc), e che quindi sarà necessario un ascolto e una valorizzazione diversa di alcune posizioni spesso a loro indigeste.

In effetti, sarà proprio la Pesc il terzo settore nel quale è prevedibile una rivoluzione grazie alla crisi ucraina. Per quanto riguarda la politica estera Ue, l’unica strada per dialogare con Putin da pari a pari è mettere un freno al protagonismo di singoli leaders nella gestione delle crisi (una volta Angela Merkel, oggi Emmanuel Macron), avvalendosi della figura dell’Alto Rappresentante quando c’è un interesse comune a mostrarsi uniti. La strada del protagonismo personale dei capi di Stato si è del resto già dimostrata inefficace più volte e questo continuo fallimento, spesso sottovalutato, va di pari passo con una perdita di prestigio sia dell’Unione che dei singoli Stati membri all’estero. Purtroppo, questo è uno dei pochi campi in cui sembrano esserci pochi progressi e per ovvie ragioni. Più interessante risulta invece il piano della Difesa.

Già questo settembre, in occasione del precipitoso e mal coordinato ritiro americano dall’Afghanistan, l’opinione pubblica europea si è mostrata chiaramente insofferente nei confronti dell’inefficacia dei singoli governi nella gestione della crisi. Sul piano istituzionale la discussione verte sulla creazione di un più efficace corpo di reazione rapida Ue o sull’attivazione degli esistenti Eu battlegroups, mai usati per una mancanza di interesse politico.

La minaccia russa all’Europa può fornire ai governi l’incentivo giusto per creare delle capacità operative comuni, a patto che si dia la possibilità ai membri della Nato di ottimizzare le risorse a loro disposizione e quindi di non dover scegliere tra il sostegno a due alleanze parallele. Non è un caso se nei primi anni ‘50 l’impulso iniziale per la Comunità europea di Difesa fu dato proprio dal crescere della minaccia sovietica e in un quadro di alleanza con gli Stati Uniti; da allora, i più efficaci progressi in materia di difesa comune si sono sempre accompagnati ad una distinzione di compiti con l’Alleanza Atlantica. I piani per una Difesa europea ad oggi più percorribili indicano una stretta cooperazione Ue- Nato, ma suggeriscono anche l’opportunità di creare una struttura europea flessibile, scorporabile dalla Nato all’occorrenza per assicurare l’autonomia strategica del continente.

L’attuale cooperazione rafforzata attivata con il consenso della stragrande maggioranza degli Stati membri (Pesco) indica che la volontà per questo fine esiste e va di pari passo con l’urgenza di sviluppare degli armamenti di nuova generazione che siano all’altezza dei maggiori attori globali. Da ultimo, proprio il richiamo all’autonomia strategica porta al convitato di pietra di ciò che significa il ritorno della minaccia russa in Europa, ossia il risveglio del nucleare. Questa parola, volentieri dimenticata dopo il crollo del muro di Berlino da tutti, torna in auge con forza, ricordandoci due scomode realtà: la prima è che ancora oggi la deterrenza nucleare è dirimente negli equilibri di sicurezza globali e la seconda è che l’energia atomica rappresenta una risorsa energetica importante per Stati (come quelli europei) che hanno croniche necessità di approvvigionamento. Senza deterrenza nucleare nessun attore può trattare alla pari con potenze aggressive come la Russia o la Cina, né ambire ad avere una parvenza di autonomia strategica, tanto meno l’Ue (2). Anche questo dibattito accompagnerà quindi sicuramente l’evoluzione della guerra, portando riflessioni collettive ed istituzionali che potrebbero cambiare la storia dell’Unione Europea come l’abbiamo conosciuta finora.

(1) Questo cortocircuito continuo fu evidente già nel 2014, quando volontari provenienti dall’estrema destra europea andarono ad ingrossare i ranghi sia delle milizie filo-russe nel Donbass sia dei nazionalisti ucraini, finendo per scontrarsi tra loro.

(2) Alcune organizzazioni europee nate durante la guerra fredda e allora pensate come disconnesse dall’UE stanno tornando proprio in questi anni al centro dell’attenzione per la loro ritrovata importanza strategica. E’ il caso non solo dell’Euratom ma anche dell’Agenzia Spaziale Europea, soprattutto dopo la Brexit.

 

Condividi tramite