Insoddisfazione al Mise per la decisone del colosso americano dei chip. Gli oltre 4 miliardi sul piatto non sono bastati. L’hanno spuntata Germania e Francia. Il ministro ha deciso di non partecipare alle trattative per uno stabilimento di packaging che potrebbe sorgere in Italia

Ufficialmente le bocche sono cucite, nessuna dichiarazione. Ma dal ministero dello Sviluppo economico trapelano delusione per i primi dettagli del piano di investimenti da 80 miliardi di euro per l’Europa annunciati oggi da Intel. Basti pensare che, come confermato a Formiche.net, il ministro Giancarlo Giorgetti ha deciso di non prendere parte alle trattative con l’azienda sull’impianto di packaging da avviare tra il 2025 e il 2027, che potrebbe valere fino a 4,5 miliardi di euro e 1.500 posti di lavoro diretti e altri 3.500 nell’indotto.

Il governo guidato da Mario Draghi ha mostrato la sua determinazione a sostenere il settore arrivando a mettere sul piatto più di 4 miliardi di euro per convincere l’azienda a scegliere Catania o Torino come siti. Il ministro Giorgetti si è a lungo battuto sulla necessità per l’Unione europea di rivedere le regole per gli aiuti di Stato al fine di favorire gli investimenti e difendere la sovranità tecnologica. Ma l’accordo non è stato raggiunto. È mancato il lavoro di squadra, dicono al ministero dello Sviluppo economico.

Alle trattative per l’impianto di packaging (in pole position ci sono Torino e Catania) dovrebbe partecipare, invece, Vittorio Colao, che l’amministratore delegato di Intel, Pat Gelsinger, ha definito in una recente intervista al Corriere della Sera “mio amico”, un’espressione affettuosa e un po’ americana probabilmente figlia della provenienza comune dal settore tecnologico. Il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale ha sempre sostenuto una strategia europea – più che nazionale, è il timore al ministero dello Sviluppo economico – per far fronte alla carenza di semiconduttori. A questo potenziale investimento si aggiungono le opportunità di crescita che Intel prevede di perseguire in Italia con l’acquisizione di Tower Semiconductor che conta una partnership significativa con la STMicroelectronics di Agrate Brianza.

“Eravamo pronti a comprare una Ferrari, ci ritroviamo a una trattativa per una 500”, sospira una fonte a Palazzo Piacentini indicando Germania soprattutto e Francia in seconda battuta come i Paesi vincitori della partita. L’Italia sapeva di essere fuori dalla partita per l’impianto di produzione ma al Mise speravano in qualcosa di più su ricerca e sviluppo.

Intel ha deciso di realizzare due fabbriche di semiconduttori a Magdeburgo, in Germania. La costruzione dovrebbe iniziare nella prima metà del 2023 e la produzione nel 2027: un investimento iniziale da 17 miliardi di euro con nuovi 7.000 posti di lavoro in costruzione, 3.000 posti in Intel e decine di migliaia tra fornitori e partner. A Plateau de Saclay, in Francia, sorgerà invece il nuovo centro europeo di ricerca e sviluppo, con 1.000 nuovi posti dalla fine del 2024.

La Francia diventerà così la sede europea di Intel per il calcolo ad alte prestazioni e le capacità di progettazione dell’intelligenza artificiale, con impatti su diversi settori tra cui l’automotive, l’agricoltura, il clima, la ricerca sui farmaci, l’energia, la genomica, le scienze della vita e la sicurezza. Inoltre, Intel investirà nel suo stabilimento in Irlanda altri 12 miliardi di euro portando il totale dell’investimento a 34 miliardi dal 1989.

Altri stanziamenti sono previsti in Polonia per data center e cloud computing, in Spagna per il supercalcolo. Inoltre, l’azienda spiega nel suo comunicato che sta “anche sviluppando interessanti partnership in Italia” con Leonardo, l’Istituto nazionale di fisica nucleare e il consorzio universitario Cineca per “nuove soluzioni avanzate in Hpc (high performance computing, cioè calcolo ad alte prestazioni, ndr), memoria, modelli di programmazione software, sicurezza e cloud”.

L’azienda è convinta di poter rispondere così, già da questa prima tranche da 33 miliardi di euro sugli 80 totali previsti, alla necessità europea di innovazione e di una catena di approvvigionamento più equilibrata e resiliente. “Il Chips Act dell’Unione europea permetterà alle aziende private e ai governi di lavorare insieme per far avanzare in maniera importante la posizione dell’Europa nel settore dei semiconduttori”, ha dichiarato l’amministratore delegato Gelsinger. Ma lo stesso manager ha chiarito che, visti le tempistiche, questi investimenti non risolveranno la crisi in atto. D’altronde, anche la Commissione europea ha sempre evidenziato che il suo sì ai sussidi era legato all’innovazione e non alla produzione.

Condividi tramite