Grano, fertilizzanti e mangimi. Il conflitto innescato dall’aggressione russa ha un ampio spettro di ripercussioni, che supera il perimetro della questione energetica. Lo spiega a Formiche.net Felice Adinolfi, Università degli Studi di Bologna – Centro Studi Divulga

La Russia e l’Ucraina sono due partner commerciali particolarmente sensibili per l’Unione Europea e il conflitto innescato dall’aggressione russa ha un ampio spettro di ripercussioni, che supera il perimetro della questione energetica e tocca molti settori, alcuni dei quali particolarmente toccati dell’evoluzione di questa situazione. Come quello agroalimentare, che è convolto in tutte le sue componenti. Soprattutto a monte, dove l’agricoltura sta già facendo i conti con un rialzo dei prezzi delle materie prime che non si registrava così intenso dalla “crisi dei prezzi” del 2007-2008 e che non è destinato, in queste condizioni, a rallentare.

Il prezzo dei fertilizzanti è aumentato del 130% negli ultimi dieci mesi, quello dei mangimi è cresciuto di circa il 40%, trainato dagli aumenti dei listini di soia e mais. E per quanto la bolletta energetica, anche per il settore agricolo, il conto va ormai aggiornato quotidianamente. La corsa dei prezzi è proseguita ancora più velocemente in questi primi giorni della guerra. Inevitabilmente, dato il ruolo che l’area coinvolta nel conflitto gioca nei mercati agricoli globali. Russia e Bielorussia contano per il 40% delle esportazioni mondiali di potassio e per oltre il 20% di quelle di ammoniaca, prodotti basilari per la realizzazione dei fertilizzanti. Senza contare che la gran parte di questi prodotti arriva sul mercato attraverso i porti del Mar Nero.

Non va meglio per i mangimi, dato che Russia e Ucraina, insieme, attivano quasi un quarto del mercato mondiale del mais. I rialzi di questi giorni hanno trascinato anche la soia che si è comportata da perfetto sostituto seguendo le quotazioni del mais. Ma lo scossone è più generale: Russia e Ucraina coprono anche una parte consistente delle esportazioni globali di grano (35%), orzo (25% e olio di girasole (75%), materie prime vitali per l’industria alimentare europea, prima tra le manifatture alimentari mondiali. Se la produzione e il commercio di questi prodotti dovessero, come prevedibile, risultare penalizzati dal conflitto, nei prossimi mesi potremmo assistere ad un vero e proprio rush dei prezzi. Parliamo, infatti, di mercati molto piccoli, con poco meno del 15% della produzione cerealicola disponibile al mercato globale e la restante parte destinata all’uso nei Paesi produttori. La conseguenza è che variazioni, anche contenute, della disponibilità di derrate, si riverberano in modo significativo sui listini mondiali. Ma la crisi non colpisce solo gli approvvigionamenti e a pagarne le conseguenze potrebbero essere anche gli operatori che in quei Paesi hanno mercato. Per l’export italiano ad essere colpiti sono in particolare pasta, caffè e vino, prodotto quest’ultimo per il quale siamo leader nel mercato russo.

I rischi di questa situazione sono molto alti e la leva dei rifornimenti agricoli potrebbe essere usata strategicamente da Putin che, una volta acquisito il controllo dell’Ucraina – oggi quarta nel ranking delle importazioni agricole dell’Ue -, governerebbe una parte molto importante degli approvvigionamenti mondiali di materie prime agricole. E alcuni atteggiamenti assunti dal governo russo pochi giorni prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina non sono un buon presagio. La Russia ha decretato nei primi giorni di febbraio un divieto temporaneo all’esportazione di uno dei più strategici dei fertilizzanti, il nitrato di ammonio, di cui è leader nelle esportazioni, facendone così schizzare ulteriormente il prezzo.

Più di qualche analista negli ultimi giorni ha iniziato a sottolineare come il più grande produttore globale mondiale di gas, di fertilizzanti e cereali possa usare anche l’arma della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari per giocare questa guerra. Lo ha fatto anche la politica. In particolare con Macron, oggi anche Presidente di turno dell’Unione Europea, che inaugurando il salone dell’agricoltura di Parigi ha parlato di momenti duri per il settore agricolo e della necessità, dati i tempi prevedibilmente lunghi per la risoluzione della questione ucraina, di tornare a guardare all’autosufficienza alimentare come obiettivo dell’Europa e dei suoi Stati membri.

Un tema che ci riporta all’Europa post bellica quando i sei Paesi fondatori dell’allora Comunità Economia europea (CEE), nel costruire il trattato di Roma posero la questione della sicurezza degli approvvigionamenti agricoli tra le fondamenta della costituzione europea, dando vita politica agricola comune (Pac). La situazione è oggi profondamente diversa da allora, ma la morsa della spinta dei prezzi sta pesando come un macigno sui produttori agricoli europei ed è destinata a farsi sentire molto presto anche sui consumatori.

Condividi tramite