C’è da augurarsi che il nostro meritato rientro a pieno titolo al tavolo dei Cinque possa contribuire a far sì che l’aggressione all’Ucraina della Russia di Putin giunga prima o poi a termine e che prenda infine avvio un credibile negoziato di pace. Il commento di Gabriele Checchia, già rappresentante permanente d’Italia al Consiglio atlantico e ambasciatore all’Ocse, oggi presidente del comitato strategico del Comitato atlantico italiano

Le nette e confortanti prese di posizione del nostro presidente del Consiglio Mario Draghi – da ultimo in occasione del suo vibrante intervento alla Camera del 22 marzo al termine del video-collegamento con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (con la sua importante apertura all’ingresso, in prospettiva, di Kiev nell’Unione europea) e poi in occasione del vertice straordinario della Nato svoltosi, su iniziativa statunitense, giovedì scorso a Bruxelles – a conferma della salda collocazione “atlantica” del nostro Paese e di una scelta europea compatibile con i vincoli che ci derivano dal trattato istitutivo dell’Alleanza (ciò che è notoriamente apprezzato oltreoceano) hanno apportato un contributo significativo al perseguimento di un traguardo sul quale avevo già avuto occasione di soffermarmi in un precedente articolo su Formiche.net: quello di un irreversibile rientro dell’Italia nel formato Quint (Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito).

Vale a dire in seno alla “cabina di regia” ristretta e informale dell’Alleanza. Rientro di per sé positivo suscettibile però a mio avviso anche di consentirci di svolgere al meglio, ove necessario, un’azione di contenimento di eventuali iniziative del “binomio francotedesco” per accreditarsi come interlocutore privilegiato di Washington tra gli alleati europei.

In sostanza, quello accennato, è sviluppo dalle implicazioni non solo simboliche: reso ancor più significativo dal fatto che esso si colloca sullo sfondo della “più grave crisi di sicurezza nell’area euroatlantica da decenni questa parte”, per riprendere il linguaggio impiegato dai capi di Stato e governo alleati nel comunicato emesso al termine del summit alleato da poco conclusosi.

Appuntamento quest’ultimo interamente dedicato, come noto, alle modalità grazie alle quali meglio fronteggiare la sfida lanciata dalla Russia di Vladimir Putin – attraverso la sua brutale aggressione alla limitrofa e pacifica Repubblica Ucraina – ai nostri valori e a un ordine internazionale basato su regole.

Certo, non sono stati solo gli eventi di questi ultimi giorni e settimane a riportare il nostro Paese per così dire nel “gruppo di testa” dell’Alleanza: non sfuggendo in particolare al nostro principale alleato d’oltreoceano quanto da parte italiana da tempo, e con apprezzabile sobrietà, si sta facendo affinché l’Alleanza atlantica resti e si consolidi come la “chiave di volta” per la sicurezza di un Occidente confrontato alla crescente assertività di regimi autocratici: quali appunto, per non citarne che alcuni, la Russia di Putin, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica islamica dell’Iran.

Hanno infatti concorso, nel tempo, a tale salto di qualità nel posizionamento del nostro Paese in ambito atlantico – in aggiunta al prestigio e alle impeccabili credenziali del nostro attuale presidente del Consiglio anche sotto tale profilo – fattori diversi ma convergenti. Tutti elementi che ci hanno permesso di raggiungere un risultato che ci riporta, con la memoria, ai momenti più felici nella storia del nostro “atlantismo” (e del nostro tradizionale europeismo complementare, e mai in concorrenza, con la scelta atlantica): a cominciare da quello che vide protagonisti nei primi anni del secondo dopoguerra personaggi del calibro di Alcide De Gasperi, Carlo Sforza e Gaetano Martino nonché alcuni anni dopo, in seno alla struttura atlantica, Manlio Brosio nella veste di segretario generale dell’Alleanza (1964 -1971).

Mi limiterò a ricordare tre dei fattori in parola. Primo: l’impegno da anni da noi profuso per onorare gli obblighi a suo tempo assunti assunti, come gli altri Alleati, in termini di maggiore contributo finanziario alle spese per la difesa (con l’obiettivo, apprezzabilmente ribadito da Draghi anche recentemente, di pervenire in tempi per quanto possibile ravvicinati alla famosa soglia del 2% del Pil). Secondo: la continuità impressa da parte italiana all’addestramento delle nostre Forze armate, congiuntamente con quelle di altri alleati e partner, nel perseguimento di quella “interoperabilità” cruciale per il successo di ogni operazione alleata (ricordo, solo a titolo di esempio, che lo scorso anno la nostra portaerei Cavour ha acquisito la non scontata certificazione per operare “in teatro”, insieme con analoghe unità statunitensi, con velivoli F-35B di quinta generazione).

Terzo: la nostra collocazione “strategica” all’interno del cosiddetto Mediterraneo allargato e l’elevato numero di basi dell’Alleanza e statunitensi ospitate in Italia: da quella di Sigonella da dove decollano tra l’altro i Ground Surveillance Global Hawk così importanti anche per monitorare a distanza quanto sta avvenendo sul suolo ucraino al Nato Allied Joint Force Command di Napoli – dal nostro tradizionale forte concorso, sovente con ruoli di guida, alle missioni alleate in termini di uomini e mezzi.

È apporto, per certi versi, ancor più visibile nella fase post Afghanistan che va dal nostro decisivo contributo alla missione Nato in Kosovo – area cruciale per la stabilità dei Balcani occidentali, ancor più ora a fronte della ritrovata assertività di Mosca anche in tale scacchiere – alla nostra prossima assunzione di comando della delicata missione Nato in Iraq.

Come opportunamente ricordato nei giorni scorsi dal nostro capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, forte e variegato è il nostro impegno anche nella protezione del cruciale fianco Est dell’Alleanza – mentre non si arresta l’avanzata delle truppe di Mosca lungo la tratta Crimea-Odessa e in altre aree del Paese di alta valenza strategica – “con le nostre forze in stato di elevata prontezza, i nostri militari schierati in Romania con otto Eurofighter, 250 soldati in Lettonia e tre navi nell’area Sud dello scacchiere in parola.

A tali atout va aggiunto quello costituito sul terreno dei simboli – così importante nei rapporti tra Stati e che trova particolarmente sensibile l’opinione pubblica e classe politica statunitense – dal sostegno bipartisan (con l’apporto dunque anche di Fratelli d’Italia, allo stato il solo partito di opposizione nel nostro Parlamento) – con il quale è stata approvata lo scorso primo marzo dall’Aula la risoluzione firmata dai capigruppo di maggioranza per chiedere alle forze russe di occupazione di ritirarsi dal suolo ucraino e per assicurare ogni possibile supporto e solidarietà alla eroica resistenza ucraina.

Da ultimo, sono certamente state apprezzate oltreoceano le dichiarazioni rilasciate l’altro ieri a Bruxelles (nella giornata per molti versi storica con i tre vertici Nato, G7 e Consiglio europeo) dal presidente Draghi. Dichiarazioni con le quali quest’ultimo – nel ribadire la necessità, per l’Occidente e chi nei suoi valori si riconosce di essere “fermo e proattivo nelle sanzioni alla Russia ma al tempo stesso di continuare a cercare disperatamente la pace” – ha tenuto a valorizzare “la unità straordinaria di tutti gli alleati nel condannare l’aggressione all’Ucraina, nel mantenere le sanzioni e nel decidere di inasprirle se necessario”.

Così come sono certamente risultate gradite quelle con cui il nostro presidente del Consiglio ha tenuto a ricordare pochi giorni or sono che oggi l’Ucraina non difende soltanto sé stessa “ma la nostra pace, la nostra libertà, la nostra sicurezza e quell’ordine multilaterale basato su regole che abbiamo costruito dal dopoguerra in poi”.

Ben si spiega dunque la nota con la quale l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma aveva tenuto a far sapere, poche ore dopo la conclusione del colloquio telefonico appunto nel formato Quint tenutosi al più alto livello alla vigilia della partenza di Joe Biden per l’Europa, del “profondo apprezzamento statunitense per la leadership dell’Italia e il suo impegno per il popolo dell’Ucraina, nonché quale Paese “importante esportatore di sicurezza e solido collaboratore della Nato lungo il fianco meridionale e orientale dell’Alleanza”.

Un riconoscimento dunque a tutto campo, che fa onore al nostro Paese, al nostro governo e a tutte le forze che lo hanno sostenuto in Aula nella risoluzione sulla risposta da fornire all’invasione russa della pacifica Ucraina.

Infine c’è da augurarsi, e lo ritengo probabile, che il nostro meritato rientro a pieno titolo nel formato Quint sia a livello capi di Stato e governo che di ministri degli Esteri e della Difesa – con le nostre riconosciute doti di equilibrio, visione a 360 gradi e capacità di dialogo anche con gli avversari – possa in qualche misura anch’esso contribuire a far si che l’aggressione all’Ucraina della Russia di Putin giunga prima o poi a termine e che prenda infine avvio un credibile negoziato di pace – con gli apporti di Stati terzi che si riveleranno necessari, a cominciare (perché no?) dal nostro Paese – che non cerchi, però, soluzioni alle spalle del martoriato e a noi così vicino, sotto tanti profili, popolo ucraino.

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