Responsabilizzazione, mentalità, competenza, strutturazione, onestà intellettuale. L’innovazione è forse l’unico modo per non assistere impotenti a un lento declino della propria impresa. Il decalogo del prof. Alfonso Fuggetta, ordinario al Politecnico di Milano e Ceo e direttore scientifico del Cefriel

Una riflessione circa la necessità per le imprese di abbracciare l’innovazione digitale, che possa andare al di là delle tante affermazioni retoriche che oggi si leggono e sentono, dovrebbe partire da una domanda: c’è davvero bisogno di fare innovazione? E perché? In un mondo che cambia così velocemente e che vede mercati, modi di lavorare, processi e strumenti cambiare repentinamente, l’innovazione rappresenta “il” modo, forse l’unico, per non assistere impotenti a un lento declino della propria impresa.

10 parole chiave che caratterizzano i processi di cambiamento

Il perché. Le imprese devono avere una ragione che dia un senso al cambiamento. Sapere perché si fa innovazione è fondamentale in quanto da questo, derivano la motivazione, la spinta, i driver di innovazione. Per esempio, un motivo per avviare un processo di innovazione potrebbe essere rendere più semplice ed accessibile un servizio utile alle persone di un certo territorio.

Responsabilizzazione. Un famoso detto popolare ricorda che “il pesce puzza dalla testa”. Un modo di dire che, applicato alle imprese, fa comprendere come debba essere in primis il management aziendale a promuovere innovazione, ovvero curiosità, apertura, accettazione matura dell’errore, ricerca del nuovo e miglioramento continuo. Senza un chiaro indirizzo dall’alto, che responsabilizzi tutti non si può fare innovazione.

Mentalità. Il cambiamento porta con sé sempre resistenza: per questo non è sufficiente che sia il top management a essere convinto della necessità di fare innovazione. L’intera organizzazione deve essere coinvolta. A prescindere dalla posizione in organigramma, ogni persona ha un ruolo nel processo di innovazione.

Competenza. L’innovazione è cosa complessa, che richiede la competenza necessaria a governare il cambiamento senza che sia questo a governare le persone coinvolte. Se, fino a qualche tempo fa, si potevano impiegare persone che rispondessero al modello T-shaped skills, oggi occorre guardare al modello Y-shaped. Un modello che ci ricorda che per fare innovazione occorrono non solo metodologie e tecnologie, ma anche cultura digitale diffusa.

Strutturazione. Francesco Alberoni, nel suo libro “Dai movimenti alle istituzioni”, sottolinea come i movimenti collettivi abbiano tutti, nella loro fase iniziale, la stessa struttura: “nascono da un processo chiamato stato nascente caratterizzato da un’immensa energia ed entusiasmo trasformativo, poi si modificano e, trasformando la società che li circonda, creano una nuova istituzione”. L’innovazione, per poter essere considerata azione efficace, deve riuscire a trasformare la spinta iniziale da movimento a “istituzione”.

Esecuzione. Quando si parla di innovazione, una parola centrale è esecuzione, ovvero la capacità di trasformare idee progettuali in azioni concrete, che possano essere sostenibili nel tempo. La parte di esecuzione è ciò che fa la differenza tra attività di ricerca, che può fermarsi al solo modello teorico per generare conoscenza, e innovazione che deve, invece, necessariamente prevedere la realizzazione e la contestualizzazione dell’idea innovativa.

Risorse. Non si può fare innovazione se non si impiegano risorse quali conoscenza, tempo e finanziamenti. Mai come in questo periodo deve essere chiaro a tutti quanto la variabile più scarsa sia proprio il tempo, perché ne abbiamo poco, dobbiamo operare subito e avere un effetto a breve. Il tempo da solo chiaramente non basta: servono competenze, contesti giuridici e normativi e modelli operativi in grado di consentire alle imprese di costruire il proprio futuro investendo in progetti di innovazione.

Agilità. Per cogliere le opportunità del cambiamento, le aziende devono adottare un approccio al lavoro che risponda pienamente al paradigma della metodologia agile, ideale per affrontare le sfide dei nostri tempi, quali richieste che cambiano velocemente, tempistiche sempre più strette, piani di attività difficili da rispettare e, infine, la sfida più grande: il rischio di non produrre un risultato dal valore riconosciuto per gli interlocutori per i quali si sta lavorando (il “giusto prodotto”).

Impatto. Quando le attività messe in campo non hanno un riscontro misurabile, non si può parlare di progetti di innovazione. Troppo spesso si confonde ricerca con innovazione: la ricerca ha l’obiettivo di generare conoscenza e può anche non avere un impatto immediatamente misurabile. L’innovazione, al contrario, fa registrare un impatto, non necessariamente o unicamente economico. Senza impatto non c’è innovazione.

Onestà intellettuale. Le imprese dovrebbero imparare a valutare in modo obiettivo la propria situazione. Ad esempio, se le performance di un’organizzazione non sono sufficienti perché i dati lo indicano in modo chiaro, occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo. I fatti sono fatti. Le verità sono verità e i problemi sono problemi. Fingere che questi non esistano non aiuterà certo nel risolverli.

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