C’è una Russia profonda, atavica che non abita a Mosca e pure ha un peso nel corso storico di questa immensa Nazione. Rileggere le pagine di un grande come Emmanuel Carrère aiuta ad addentrarsi nella (lucida) follia di Putin in Ucraina. Il commento di Alessandro Fonti

Nei giorni scorsi sono comparse sulla stampa italiana alcune interviste a Emmanuel Carrère, scrittore francese con origini georgiane e russe, figlio di una delle massime intellettuali d’oltralpe, Hélène Carrère d’Encausse, che con dieci anni d’anticipo aveva previsto la dissoluzione dell’Urss. Carrère è l’autore della biografia romanzata di Eduard Limonov, scrittore di culto e nazionalista ucraino che negli anni ’90 con Aleksandr Dugin fondò e portò avanti per diversi anni il Partito Nazional-Bolscevico (nazbol) e successivamente, divisesi le strade con il filosofo russo, si unì all’Altra Russia dello scacchista Garry Kasparov.

L’epopea di Limonov rende bene l’idea di quali sono stati gli umori profondi della Russia in quella che è la fase fondamentale della transizione di Mosca dal regime comunista di Stalin, Krusciov e Breznev a quello liberale di Eltsin. In mezzo Gorbaciov.

La percezione che il “mondo Nato” ha avuto della stagione di Gorbaciov è stata infatti complessivamente positiva. La sua Glasnost (trasparenza) ha posto le basi per la fine della Guerra Fredda, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione della maggior parte dei regimi comunisti nell’Est Europa: non è un caso quindi se, nella concezione “occidentale centrica” che spesso pervade le analisi di chi è nato al di qua della cortina di ferro, l’ultimo Segretario generale del Pcus venne insignito nel 1990 del premio Nobel per la pace. Si pensava infatti che dopo il 1989 tutto sarebbe andato per il meglio, l’Occidente avrebbe prevalso e l’autoritarismo comunista non sarebbe stato che un lontano ricordo.

In realtà la stagione successiva di Eltsin è stata tutt’altro che pacifica: ci furono episodi di guerra civile con gruppi armati che tentarono di destituirlo, l’esercito intervenne in più occasioni, la Federazione russa andò incontro a gravissimi crisi economiche, la corruzione pervase il sistema e pochi oligarchi, grazie a prestiti vantaggiosi (per loro) concessi allo Stato, accumularono nel giro di qualche anno fortune immense. E nel 1999, con un presidente già di fatto delegittimato da anni, ne prese il posto un giovane Vladimir Putin.

Ma quanto viene raccontato nel libro di Carrère va oltre e descrive una società russa che, specialmente nelle campagne, non apprezza la svolta di Gorbaciov, anzi vive l’introduzione di un’economia di mercato come portatrice solamente di svantaggi, con maggiore povertà diffusa e inflazione a tre zeri.

Il rimpianto di molti russi è l’uomo forte che garantiva una società dove non si viveva magari in maniera agiata, ma nella quale l’educazione e la sanità erano in mani pubbliche, il gas non si pagava e tutti avevano un qualche lavoro che consentiva di tirare avanti e un tetto (magari solo una stanza, ma comunque un tetto) sotto il quale dormire. Gli stessi gruppi di intellettuali, che sono spesso quelli più aperti al cambiamento, sono divisi al loro interno, alcuni appoggiano la svolta di Gorbaciov, molti altri (tra questi Limonov) sono fortemente contrari. Con Eltsin le cose precipitano, l’economia di mercato avvantaggia pochi, svantaggiando definitivamente tutti gli altri.
Insomma, le basi di quanto stiamo raccontando oggi a proposito della tragedia ucraina trovano le radici esattamente in quegli anni.

Sono passati quasi due mesi dall’inizio della guerra e da allora si sono alternate le più disparate analisi sul come uscirne, dalle sanzioni durissime da infliggere alla Russia, alle armi sempre più potenti da fornire alla resistenza ucraina, alla speranza che gli oligarchi o la popolazione destituiscano loro stessi Putin.

Si tratta evidentemente di una situazione complessissima che potrebbe degenerare da un momento all’altro, non è un caso purtroppo se la Finlandia e la Svezia stanno accelerando il loro processo di ingresso della Nato. Tuttavia, alla luce anche di quanto raccontato nel libro di Carrère, la speranza che l’attuale presidente russo possa essere destituito dal suo popolo sembra al momento priva di fondamenta.

La Russia non è Mosca, ma un Paese immenso nel quale la parola guerra è stata sostituita con “operazione speciale”, i social network non funzionano, e internet potrebbe trasformarsi a breve nel sistema chiuso RuNet. Allo stesso tempo quanto accaduto negli ultimi anni in tutte le realtà nelle quali si è tentato di “importare la democrazia” sconsigliano un intervento diretto in Russia, probabilmente i paesi dell’Europa occidentale avrebbero dovuto accompagnare meglio quella transizione Gorbaciov-Eltsin-Putin ben descritta in Limonov, adesso non è più tempo.

La soluzione auspicata dal mondo occidentale è che siano gli oligarchi, privati di parte del loro benessere con le sanzioni, a trovare un punto di sintesi che vada al di là di Putin, nella speranza chiaramente che esse, lo spiega bene Federico Fubini in un articolo del 5 aprile, non diano luogo ad un effetto boomerang sullo stile di quanto accaduto nel 1936 in Italia.

Nel frattempo l’Europa deve rafforzarsi e rivendicare un’Unione tra popoli con aspirazioni comuni, che ha garantito tanti anni di pace. Dopo l’invasione dell’Ucraina forse nessuno sarà più tentato di dare tanto spazio alla teorizzazione del liberalismo come obsoleto, enunciata da Putin in una celebre intervista sul Financial Times nel 2019.

Condividi tramite