Dal caso Catalent all’epopea Figliuolo fino al ponte di Genova. Un killer si aggira contro la crescita italiana e si chiama burocrazia. E lo stato di emergenza perenne gli spiana la strada. Il commento di Luciano Hinna, presidente del Consiglio sociale per le scienze sociali

È quasi passato sotto silenzio il recente caso della Catalent, l’azienda farmaceutica multinazionale di Anagni nel Lazio, che si è trovata costretta a rinunciare ad un investimento per realizzare un centro di sviluppo per la produzione innovativa di materie prime biologiche.

Il motivo? Mancata risposta da parte delle amministrazioni competenti, dopo due anni di attesa, alla richiesta di autorizzazione e così un investimento di 100 milioni di euro, con tutto ciò che ne consegue in termini di occupazione di personale qualificato, è stato dirottato in Gran Bretagna. Figura da cioccolatai anche nei confronti delle poche multinazionali che guardano ancora con interesse al nostro Bel Paese. Purtroppo, non è la goccia che avrebbe dovuto far traboccare il vaso, ma il fatto è passato come un caso di ordinaria follia burocratica.

Il tema non nuovo ma vecchio, anzi cronico: i tempi di risposta delle amministrazioni per rilascio di autorizzazioni, in un’era in cui ci siamo tutti abituati ai tempi di risposta di Amazon, sono diventati inaccettabili anche perché in ballo ci sono posti di lavoro, punti di Pil, sviluppo tecnologico etc. In sintesi, è chiaro a tutti, e non da adesso, che dalla velocità dell’orologio organizzativo della nostra burocrazia dipende il futuro del paese.

È troppo facile nascondersi dietro il semplice concetto di burocrazia per giustificare alzando le spalle il solito ping pong di pareri e competenze tra comuni, regioni e ministeri che finisce per essere un alibi perfetto per tutti: per i politici, per i dirigenti pubblici, per le istituzioni di controllo, ma anche per i privati cittadini e le imprese per autogiustificare la loro rassegnazione al peggio.

Chi può andarsene in altri paesi lo fa, come la Catalent, chi non può assiste impotente al declino del nostro tessuto sociale, economico e morale. Sì, anche morale perché chi non si rassegna alla burocrazia ha poche leve in mano oltre la solita corruzione letta sempre più spesso e purtroppo come una legittima difesa contro la burocrazia imperante.

In realtà si può fare di più senza essere eroi. Intanto va preso atto che la burocrazia ha due facce: esiste certamente un problema di norme: troppe, spesso in contrasto tra loro, scritte anche male e che prevedono livelli diversi di autorizzazione che di fatto deresponsabilizzano tutti.

Poi c’è un problema organizzativo e di atteggiamento che azzera la discrezionalità che dovrebbe essere tipica di ogni dirigente pubblico, ma che invece finisce per alimentare solo la burocrazia difensiva: quella dei veti incrociati che paralizza tutto nel timore di cadere in quel cono d’ombra che oscilla tra il reato di abuso di ufficio e quello di omissioni di atti di ufficio. Intanto, le imprese se ne vanno e a tutti non rimane che constatare con l’amaro in bocca che chi non è abbastanza veloce in un mondo che corre torna solo indietro.

Se alla Catalent fosse stato concesso, trascorso un certo numero di giorni senza risposta, di procedere comunque all’investimento, il famoso silenzio assenso, sarebbe stato lo Stato a pagare, sempre nell’ipotesi che ci fosse stato abuso, per l’inefficienza delle proprie istituzioni e non il privato che oggi invece paga in via preventiva per un presunto abuso e per l’inefficienza di altri. Ma questo sistema di controllo preventivo e queste barriere burocratiche innalzate ex ante per gestire il rischio hanno funzionato nel passato? Non sembra: non ci hanno salvaguardato dai disastri ecologici, ambientali, economici e sociali. La cura certa è peggiore della malattia presunta: è semplicemente un’analisi di costi benefici.

Sul piano della semplificazione normativa si sta facendo molto a livello governativo e centrale, ma prima che si possano leggere i risultati di tali interventi è inevitabile che passerà ancora del tempo ed allora che cosa si pùo fare nel breve termine? Parecchio. Fortunatamente nella nostra pubblica amministrazione ci sono anche delle best practice che potrebbero essere imitate, ma per fare questo serve saper copiare ed una diversa combinazione di fattori: cultura organizzativa e voglia di fare.

Questa combinazione  è assai rara e quando la si trova scatta il ricorso ad altri alibi potenti per non fare: da un lato si liquida l’eventuale successo ottenuto da altri con il solito ricorso alla fortuna, dimenticando  che la fortuna è solo un’opportunità per tutti che incontra la competenza di pochi, e dall’altro ci si nasconde dietro l’alibi della diversità operatività dei vari enti, che oggettivamente esiste, ma che non deve mai frenare lo shopping di idee, di modelli organizzativi, di soluzioni operative basate su  processi e risultati e non solo su norme, procedimenti e adempimenti fini a stessi.

Fortunatamente, anche noi abbiamo i nostri 007 con licenza di uccidere la burocrazia e sono i commissari che in più di un’occasione ed in situazioni di emergenza hanno dimostrato essere una soluzione in attesa che la cornice generale della semplificazione prenda corpo; essi quindi possono rappresentare un modello da seguire con maggiore frequenza nei tanti casi simili a quello della Catalent e di quelli che certamente ci attendono con il Pnrr che, proprio nei tempi di approvazione dei progetti prima e di realizzazione degli stessi poi, potrebbero incontrare le maggiori criticità.

È giunto il momento di comprendere finalmente che non serve l’emergenza per gestire la normalità dal momento che per uno Stato anche l’emergenza non è un’eccezione. Questo spiega perché il ricorso ai commissari non è visto normalmente di buon occhio: è frustrante e mette in crisi la cultura consolidata del “non si può fare”. Tuttavia, se si guarda bene con l’ottica di chi fa ricerca in campo organizzativo non è difficile accorgersi che i commissari spesso non inventano, ma innovano facendo cose vecchie in modo nuovo: tutti momenti importanti per mettere su spartito una musica nuova osteggiata solo dai soliti conservatori che guardano in dietro al passato invece che avanti nel futuro.

Due casi tra i tanti di successo possono essere presi da esempio per riflettere: quello del Generale Figliuolo, nel secondo tempo della gestione emergenziale della pandemia da corona virus e la ricostruzione del nuovo ponte di Genova del sindaco di Genova Bucci che è stata portata a termine in due anni e dove, tanto per dare un’idea, la commissione aggiudicatrice è riuscita a decidere in soli dieci giorni ciò che in altre situazioni avrebbe richiesto molto più dei due anni di realizzazione. Miracolo o organizzazione?

Chi crede ai miracoli non conosce l’organizzazione ed allora è meglio che cambi mestiere oppure inizi a studiare i casi di successo. Alle tante situazioni come Catalent che aspettano risposte non si può rispondere con superficialità e rassegnazione che per i miracoli ci si sta organizzando.

Basterebbe rassicurare tutti e rispondere che si sta capitalizzando sugli errori, ma purtroppo nessuno risponde e nessuno capitalizza. Infine, si dovrebbe invitare gli organismi di controllo, i tanti arbitri che fischiano falli a fondo campo, a riflettere sul fatto che non esiste solo il danno erariale nei confronti dello Stato, ma anche il danno sociale e morale da inefficienza ed immobilismo nei confronti della società civile, rappresentato dalle tante Catalent che vorrebbero realizzare investimenti e dai tanti lavoratori che hanno difficoltà a trovare occupazione.

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