Da una parte una rete di partiti e vecchie amicizie su cui contare, in Italia più che altrove. Dall’altra il timore nucleare di un Occidente che colpisce la Russia, solo a parole. Putin per ora può dormire sonni tranquilli. Il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Yale

L’apparizione di Volodymyr Zelensky di fronte al Parlamento italiano, due settimane fa, pone una serie di domande che vanno ben oltre la vexata quaestio sull’amicizia di partiti e leader politici italiani con la Russia e Vladimir Putin.

Altrove nel mondo il bilancio da tracciare è di chiari e scuri. Negli Stati Uniti in alcuni casi Putin può contare su un aperto sostegno. Ci sono repubblicani che sulla sua figura hanno marcato nettamente le distanze dai democratici. Tv e reporter che lo difendono a spada tratta, con buona pace delle prove fotografiche di quel che sta facendo in Ucraina.

Ma in Italia c’è un caso di studio dal fascino unico. Esiste cioè una serie di partiti italiani, dalla destra fino ai Cinque Stelle, che subiscono una vera fascinazione per Putin e per la cultura politica che lo sostiene. Come è noto, Matteo Salvini si è spinto a definire il presidente russo uno dei più grandi leader al mondo. Negli anni ha ritrattato quella frase, che nondimeno rimane agli atti per i suoi detrattori. E forse oggi, costretto dalla realtà, si trova a dover sminuire il suo vecchio sostegno nei confronti del leader russo. Da qui ovviamente, dedurre che il capo della Lega o alcuni leader dei Cinque Stelle si identifichino ormai pienamente con il campo occidentale sarebbe frettoloso.

Da parte sua Draghi si è schierato con la Nato e non ha usato mezzi termini sulle responsabilità di Putin.  Sa bene che, al pari di alcuni americani, ci sono italiani che non vedono di buon occhio la Nato, simpatizzano con Putin e con la cultura russa. Anche per questo il premier si è scagliato contro Putin ma non contro la Russia. Al tempo stesso, ha fatto parlare Zelensky di fronte al Parlamento in seduta comune, onore riservato in passato solo al re Juan Carlos di Spagna e a papa Giovanni Paolo II.

Non tutti i leader della politica italiana, va da sé, hanno ritenuto fosse una mossa saggia. Va riconosciuto che le parole scandite a Montecitorio in nessun modo riusciranno a calmare il caos in corso in Ucraina. L’Italia è già stata fin troppo esplicita nella sua condanna di Putin e delle truppe russe durante l’invasione. Ma le parole della diplomazia italiana, come quelle pronunciate a Parigi, Berlino e altrove, restano coperte da un velo di cautela.

Stiamo entrando in una nuova fase ed è bene rendersene conto. Boris Johnson, premier britannico, è ben più libero di parlare dei crimini di Putin e delle truppe russe in Ucraina di quanto non lo siano, ad esempio, Olaf Scholz o Draghi. Questo perché la Germania e l’Italia sono molto più dipendenti dal gas russo di quanto lo sia il Regno Unito.

Tutto questo ci porta a chiederci quale sia il senso profondo dell’alleanza militare che unisce questi Paesi: la Nato. Un’alleanza che, per il momento, rimane inerte di fronte ai crimini di guerra commessi dalle truppe russe, dimostrati da una tremenda quantità di prove fotografiche.

In un’era di competizione nucleare, dichiarare che Putin non deve rimanere al potere non produce altro che questo: una dichiarazione. L’Occidente democratico sembra sempre più preoccupato che una parola di troppo possa dare il la a un olocausto nucleare. Da questo punto di vista, l’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato volto alla stessa diplomazia così come la conoscevamo.

Da queste nuove regole del gioco Putin trae vantaggio. Il mondo sa, e dimostra di sapere, che la Russia è una potenza nucleare e disposta a farne uso se necessario. Putin stesso ha già minacciato una guerra nucleare “tattica” opponendola alla guerra “strategica”. E i leader della Nato si sono affrettati – forse troppo – a dimostrare di averlo ascoltato.

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