Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro firmano “Molte riforme per nulla: una controstoria economica della Seconda Repubblica”, prima opera che offre un quadro completo della materia, corredato dei necessari riferimenti normativi in modo che gli studiosi abbiano il necessario supporto analitico, ma, al tempo scritta in linguaggio non tecnico. Giuseppe Pennisi lo ha letto per Formiche.net

Pochi mesi fa, Economia Reale, l’associazione guidata da Mario Baldassari, pubblicò un saggio (Italia ed Europa: si riparte ma da dove si viene e dove si va? Rubbettino 2022) in cui si presentava un calcolo semplice semplice: tra il 2000 ed il 2019, l’Italia è stata il solo Paese europeo il cui reddito reale per abitante è diminuito. Inoltre, nel 2000 eravamo sopra la media europea del 20%, mentre nel 2019 eravamo scesi sotto la media europea del 3%. Quindi, privo di basi, e velleitario, come fanno alcune forze politiche attribuire ad una supposta “austerità” imposta dalle “regole dell’Unione europea (Ue)”, la mancata crescita dell’Italia.

Il saggio attribuiva alla mancanza di riforme nei settori del fisco, della Pubblica amministrazione, della giustizia e della concorrenza le determinanti della stasi, e dell’arretramento, del Paese. Temi certamene all’attenzione degli incontri (sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr) tra una folta delegazione della Commissione europea e funzionari dell’amministrazione italiana, a Roma dal 28 marzo al primo aprile.

Non so se sui tavoli delle discussioni c’è il recente volume di Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro “Molte riforme per nulla: una controstoria economica della Seconda Repubblica” (Marsilio, 2022). Sarebbe stato utilissimo per comprendere dove si è arrivati al punto in cui si è e come tentare di uscirne. In circa 250 pagine, i due autori sviscerano, sotto il profilo giuridico e sotto quello economico, le numerose “riforme”, o sedicenti tali, messe in campo negli ultimi trent’anni ed i loro risultati effettivamente realizzati rispetto a quelli attesi o vantati.

È la prima opera che offre un quadro completo della materia, corredato dei necessari riferimenti normativi in modo che gli studiosi abbiano il necessario supporto analitico, ma, al tempo scritta in linguaggio non tecnico al fine di lanciare il messaggio essenziale: che elettori maturino delle idee e pretendano dai loro rappresentanti chiarezza sui valori in cui credono e sulle strade che intendono perseguire per raggiungerli. “Se i politici, l’informazione e l’opinione pubblica italiana hanno una colpa,- conclude il lavoro – è quella di aver ridotto le riforme a un mero fatto tecnico: parlare di riforme significa invece avere il coraggio di tornare alla politica”. Utilissima la bibliografia ragionata.

Il volume prende l’avvio dalla pletora di leggi, spesso presentate come “di riforma”, che celano piccoli aggiustamenti a volte contraddittori tra di loro, una vera e propria Mecca per gli Azzeccagarbugli ed i magistrati ma che non fanno parte di un disegno riformatore. Analizza, poi, “la macchina inefficiente e vecchia” della Pubblica amministrazione (e i tentativi fatti sino al 2019 per modernizzarla, senza però troppo disturbare gli interessi-privilegi acquisiti). Si passa, poi, alla giustizia civile ed alla durata dei processi che scoraggiano italiani e stranieri ad investire in Italia. Si va, poi, alla concorrenza documentando che il nostro è “il Paese delle rendite” in cui gruppuscoli particolaristici riescono ad avere un gran peso politico, ove non al governo, almeno nelle aule parlamentari.

Da qui, alla nuova o almeno rafforzata presenza dello Stato nelle attività produttive: come nel lontano 1995, quando pareva si fosse nell’era delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, diceva il titolo stesso di un lavoro della Banca mondiale pubblicato dalla Oxford University Press, “bureaucrats (sono più che mai) in business”. Non manca un’analisi delle politiche dell’occupazione e del lavoro da sempre alla ricerca di “flessibilità”. Ed ovviamente delle numerose “riforme” e soprattutto “controriforme” della previdenza, in grande misura, a mio avviso, causate dal fatto che quando, più meno negli stessi mesi, Italia e Svezia decisero di passare al sistema contributivo per il calcolo nei trattamenti, a Stoccolma si stabilì un periodo di transizione di tre anni, mentre a Roma, per favorire alcune categorie, se ne definì uno di diciotto anni, innescando una valanga di problemi. Si va, poi, alla politica industriale: la “vecchia” in difesa dei perdenti non è mai morta e la “nuova” non è mai davvero nata. Infine, il fisco “iniquo, bizantino, gravoso”.

Dopo questa analisi di illusioni perdute, prima delle conclusioni viene tratteggiata “la speranza”: il Pnrr. La descrizione della genesi del Next Generation EU, da una cui costola nasce il Pnrr, è puntuale e precisa. E tale è la presentazione dei progetti di “riforma” ad ora presentati. A mio avviso, si perde un po’ di vista l’origine del Next Generation EU e dei “contractual arrangements” bilaterali (Stato membro-Ue) in cui si articola.

I “contractual arrangements for structural arrangement” sono entrati relativamente di recente nel lessico europeo, ma l’idea fu il cardine, negli anni Ottanta, di un rapporto commissionato dalla Banca Mondiale a Willi Brandt sulle modalità di finanziamento dello sviluppo. Brandt propose di affiancare i prestiti per progetti specifici accordi di politica economica per fare sì che i Paesi beneficiari potessero attuare riforme strutturali tali da fare aumentare la loro competitività internazionale e la loro produttività interna. L’estate scorsa il cancelliere tedesco Angela Merkel ha rilanciato l’idea di “contractual arrangements” come strumento da adottare per facilitare le riforme in quei Paesi dell’eurozona maggiormente in difficoltà rispetto agli obblighi delle regole europee di vigilanza sulle politiche di finanza pubblica: lo Stato in difficoltà concluderebbe un “contratto pluriennale” con i partner dell’area dell’euro con impegni puntuali, quantizzati e monitorabili. In cambio verrebbero concesse deroghe o dilazioni rispetto al Fiscal Compact o finanziamenti per il riassetto strutturale, ossia per riforme supportate da investimenti. Di questa possibilità si par­la anche nel documento New Pact for Europe presentato da un gruppo di riflessione soste­nuto dalla maggiori fondazioni europeiste, dalla Bertelsaman Stiftung all’Istituto Affari Internazionali, dall’European Policy Centre al Center for European Strategy. Il documento traccia cinque alternative per riprendere il percorso verso l’integrazione europea. I contractual arrangements rientrano in questo quadro. Ciò implica che il suo cuore sono le “riforme per l’aggiustamento strutturale” più che gli investimenti. Che la spada sia sulle riforme mi rende leggermente più ottimista Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro sulla possibilità che questa volta, ci sia un avvio di una fase riformista.

D’altronde, un saggio di qualche anno fa di Pierluigi Ciocca (Tornare alla crescita: perché l’economia italiana è in crisi e cosa fare per rifondarla, Donzelli, 2018) ci ricorda che ci sono state due fasi di riforme profonde e di crescita sostenuta: l’età giolittiana e gli anni del “miracolo economico”. I contractual arrangements for structural arrangement possono esserne la leva.

Anche perché altre non se ne scorgono.

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