Prima della crisi si parlava di carbon tax per favorire la transizione ecologica. La “Putin carbon tax”, la tragedia della guerra con i suoi effetti su gas e petrolio è l’equivalente di 10 carbon tax. Possibile che abbiamo sempre bisogno di una catastrofe per aprire gli occhi e fare quello che anche prima ci conveniva fare? Il commento di Leonardo Becchetti

Sembra che l’unico modo che abbiamo per imparare sia quello della pedagogia delle catastrofi. Sono almeno vent’anni che parliamo di rinnovabili, di sostenibilità ambientale. L’esperienza dei fondi etici nasce nello stesso periodo. E già prima della guerra in Ucraina non c’erano molti dubbi sul fatto che le rinnovabili fossero la soluzione migliore per salute (meno morti da inquinamento), emergenza climatica e riscaldamento globale (meno emissioni climalteranti) e anche per il costo ora che con l’aumento massiccio della produzione globale di pannelli il costo dell’energia fotovoltaica è di gran lunga il minore rispetto a quello delle fonti fossili e del nucleare (siamo ormai ben oltre la cosiddetta grid parity).

Eppure l’Italia, nonostante l’appello dell’Unione Europea di arrivare ad emissioni zero entro il 2050 e di ridurle del 55 per cento entro il 2030 era ed è ferma al 16 per cento di energia prodotta da rinnovabili a cui si aggiunge un 17 per cento da idroelettrico. Il resto sono fonti fossili. Ci sono ad oggi Paesi molto più avanti di noi come la Norvegia, non certo più soleggiata, dove le rinnovabili sono oltre il 60 per cento.

La guerra di Putin ci fa rendere improvvisamente conto che ci sono altri due importanti criteri per i quali le rinnovabili sono più convenienti. Il primo è la volatilità dei prezzi (tutti gli italiani famiglie e imprese sanno purtroppo di cosa parliamo in questi giorni con il caro bolletta) che ha portato l’inflazione al 7 per cento quando senza l’aumento del prezzo dell’energia la stessa sarebbe ad un fisiologico 2 per cento. Il secondo è proprio quello della pace e dell’indipendenza energetica. Per un Paese che potrebbe a buon grado essere definito l’Arabia Saudita del vento e del sole non ha proprio senso dipendere per i flussi di energia da dittature o autocrazie come la Russia che finanzia con i profitti del gas quando è sopra i 43 euro per megawatt ora (siamo arrivati a 120) le proprie guerre. Ci illudiamo con le sanzioni di togliere soldi a Putin ma con i nostri acquisti di gas e petrolio gliene abbiamo dati per decine di miliardi da quando l’aggressione dell’Ucraina è iniziata.

Logico che si pensi ad un embargo totale dal gas e petrolio russo. È possibile? Non nell’immediato se non a costo di enormi sacrifici. Poteva essere però qualcosa di già acquisito se avessimo sfruttato meglio il nostro vantaggio comparato arrivando almeno a metà strada tra i nostri risultati attuali e quelli della Norvegia.

Nel giro di 1-2 anni si può però raggiungere l’obiettivo che andrebbe credibilmente annunciato adesso (così come ha fatto in questi giorni il Giappone). Come ci arriviamo? Non certo riaprendo le centrali a carbone perché sarebbe un farmaco con gravi effetti collaterali visto che il carbone è all’ultimo posto in termini di inquinamento ed emissioni. Dobbiamo farlo innanzitutto sbloccando ed accelerando le autorizzazioni dei tanti progetti depositati a livello locale che se avviati ci darebbero nel totale un totale di energia pari a quasi il 150 per cento del gas russo.

Altra via maestra realizzabile da subito è mettere pannelli su tutti gli edifici pubblici e agevolare i pannelli nei parcheggi stradali. Una opzione di policy conveniente anche per le nostre imprese è quella di un credito d’imposta per mettere impianti fotovoltaici su tetti e capannoni. Chi l’ha fatto prima della guerra oggi si autoproduce l’energia di cui ha bisogno e gode di un vantaggio competitivo a differenza delle imprese che rischiano di chiudere per l’esplosione del prezzo del gas. Il governo ha già varato in questi giorni un buon provvedimento del genere con un credito d’imposta al 30 per cento ma solo per interventi nelle sei regioni del Sud. Il provvedimento andrebbe esteso a tutto il Paese con un credito d’imposta al 50 per cento. Proprio in questi giorni il Cna di Treviso ha sollecitato il governo su questo punto mentre i consorzi con i quali le aziende acquistano energia nel Triveneto stanno chiedendo ai loro soci di affittargli tetti e capannoni per installare impianti fotovoltaici.

Prima della crisi si parlava di carbon tax per favorire la transizione ecologica. La “Putin carbon tax”, la tragedia della guerra con i suoi effetti su gas e petrolio è l’equivalente di 10 carbon tax. Possibile che abbiamo sempre bisogno di una catastrofe per aprire gli occhi e fare quello che anche prima ci conveniva fare?

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