Usare i fondi degli oligarchi russi per finanziare le armi a Kiev. E far capire a Putin che le sue minacce nucleari avranno serie e immediate conseguenze sul campo. Ora la Nato chiarisca a Mosca le regole del gioco in Ucraina. Il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Yale

Le guerre sono sempre foriere di sorprese e quella in Ucraina non fa eccezione. Il primo ad essersene accorto è Vladimir Putin. Sapeva che gli ucraini si sarebbero rivelati feroci avversari. La mutua diffidenza tra russi e ucraini ha d’altronde radici secolari. E ciononostante ha creduto che l’invasione russa si sarebbe trasformata in una marcia militare. Le cose come sappiamo sono andate diversamente.

Le perdite russe vanno ben oltre qualsiasi previsione di Mosca. Nel frattempo Putin ha dovuto fare un passo scomodo e rischioso arrestando e incarcerando decine di manifestanti in Russia. Anche questo è uno scenario che il presidente russo non aveva preventivato.

La portata e la magnitudine dell’invasione, a dire il vero, ha sorpreso tutti. In pochi si aspettavano che l’Ucraina sarebbe diventata il cimitero di una marea di russi e di persone innocenti. Né il Cremlino poteva preconizzare l’attacco a sorpresa degli ucraini che ha spedito sui fondali la Movska, la sua principale nave da guerra nel Mar Nero.

Non è invece una sorpresa che al primo ministro britannico Boris Johnson e alla delegazione diplomatica inglese sia stato negato l’accesso in Russia. Il Regno Unito, dove sventola la bandiera della Nato, rimane uno dei più fieri avversari di Putin.

Ora la guerra si sposterà in Donbass, una regione piena di separatisti che da tempo cercano di tagliare i ponti con l’Ucraina e mettersi sotto l’ombrello di Mosca. Una nuova fase che richiederà un cambio di tattica – ad esempio adattando i combattimenti al diverso tipo di terreno – ma non cambierà l’enorme massacro di vite umane, destinato a proseguire indisturbato.

Alcune mosse di questa guerra, si diceva, destano sorpresa, altre no. Tra le prime va annoverata la scelta di Putin di chiudere tutti i porti russi sul Mar Nero. Una decisione che comporterà un lento supplizio per tutte le persone nel mondo – quasi 400 milioni – la cui alimentazione dipende dal grano commerciato in quei porti.

Tra le seconde invece va inserita la reazione della Nato e dell’Occidente, finora confinata alla minaccia di sanzioni “estreme” o “severe” e a tante, troppe parole. Sanzioni che, così pare, rischiano di avere ripercussioni negative inaspettate sugli stessi Paesi occidentali che le impongono.

L’inflazione sta impennando. Ovviamente il rinnego dell’energia russa è una delle ragioni. Ma va detto anche che i governi occidentali stanno facendo poco e nulla per impedire alle aziende private di utilizzare la guerra come scusa per alzare i prezzi. Fingendo di non vedere che la guerra in Ucraina è solo una delle cause di questo preoccupante fenomeno.

Una simile inerzia, ma sul piano militare, è da imputare alla Nato. Che si è spesa in molte parole di condanna e nell’invio di alcune armi al governo ucraino, ma non è andata oltre. Non è un caso se Putin appare quasi indisturbato da queste attività, lamentele a parte. Al punto da essersi spinto a minacciare l’uso “tattico” – qualunque cosa significhi – di armi nucleari se necessario.

Di fronte a questo scenario ci sono due decisioni che la Nato dovrebbe considerare. La prima, avanzata sulle colonne del New York Times, suggerisce di usare i fondi russi congelati per l’acquisto di materiale bellico da inviare in Ucraina. Putin imparerà finalmente che i costi economici della sua guerra di aggressione ammontano a ben di più di quanto non abbia considerato finora.

Certo, la Cina condannerà una simile decisione. Ma anche il presidente Xi Jinping sarà infine costretto a capire che l’attuale posizione cinese, di fatto a sostegno di Putin, presenterà un costo molto salato anche a Pechino. La coalizione internazionale anti-guerra russa può permettersi di ignorare le proteste cinesi. Non è detto che sia vero il contrario.

La seconda scelta che attende al varco la Nato riguarda il possibile invio di truppe sul campo. Nel mondo d’oggi, ci siamo abituati all’idea che un dittatore come Putin, semplicemente minacciando una guerra nucleare, possa avere il sopravvento dove e quando vuole. E invece Putin, e altri come lui, dovrebbe imparare che minacce di questo genere rimangono vuote finché troveranno una risposta seria dalla parte opposta. Da questo equilibrio, checché se ne dica, dipende la pace e la stabilità dell’ordine internazionale.

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