L’articolo di Luigi Paganetto, “Nulla sarà più come prima” ha innescato un dibattito su come dovranno cambiare, in brevissimo tempo, le politiche economiche europee. L’ex ministro Vincenzo Scotti si concentra su Mediterraneo allargato e Africa, su Pnrr e le filiere produttive per assicurare crescita, autonomia e sicurezza

L’articolo di Luigi Paganetto: “Nulla sarà come prima. L’Europa è pronta?”

L’articolo di Pasquale Lucio Scandizzo: “Come la crisi internazionale si lega alla transizione energetica”

L’articolo di Michele Bagella: “Come l’Occidente può vincere la guerra economica”

L’articolo di Maurizio Melani: “Game changers e nuove politiche europee”

L’articolo di Rocco Cangelosi: “Ridisegnare una mappa della sicurezza europea non sarà facile”

L’articolo di Paolo Guerrieri: “L’economia mondiale divisa in blocchi e la deglobalizzazione infelice”

L’articolo di Pasquale Persico: “La strada stretta del multilateralismo e della globalizzazione per la pace”

 

“Nulla sarà più come prima” dopo la guerra in Ucraina.

Sono tante le conseguenze di questa guerra: dalla distruzione fisica degli insediamenti umani, al massacro delle popolazioni inerme e alla emigrazione di tante donne e bambini verso paesi sempre più lontani mentre gli uomini restano a difendere la Patria. Questi effetti appartengono, con maggiore o minore intensità, alla storia delle guerre e delle ricostruzioni post belliche. C’è anche un ricorso ad armi chimiche e ad attacchi cibernetici e, dalla Russia, viene anche minacciato il ricorso all’arma nucleare.

L’insieme delle atrocità, violenze e minacce riaprono questioni etiche e religiose che vanno dal radicale rifiuto della guerra da parte di donne e uomini di religioni diverse, a cui papa Francesco ha dato voce, e ai casi di coscienza – degli scienziati – che si riportano alla dichiarazione di Albert Einstein e Bertrand Russell del luglio 1955.

Ancora nessuno può dirsi certo del modo in cui si arriverà alla conclusione della guerra.

Un dato è certo, dopo aver sfiorato lo scoppio di una terza guerra mondiale, tutti i governanti del mondo dovranno fare i conti in futuro sulla possibilità di un ricorso alla guerra. Neppure il totalitarismo di un dittatore dovrà avere nelle mani il monopolio della decisione politica per ricorrere a scatenare una guerra.

È caduto lo scudo della guerra giusta, Dio non è il Signore della guerra e non sta con nessuno. La discussione sull’uso e sul monopolio della violenza torna su basi diverse rispetto al passato. Si apre una transizione che non può essere ostacolata da secolari certezze che impediscono, ad esempio, di leggere la Costituzione italiana in modo più corretto.

Nulla sarà come prima, è stato detto dopo gli stermini delle due guerre mondiale, specie dopo lo sterminio del popolo ebreo della seconda guerra mondiale e dopo gli eccidi della metà del secolo scorso.

In queste settimane la discussione sulla guerra ha trovato nuovi elementi di riflessione nelle dichiarazioni di papa Francesco, nei silenzi che le hanno accompagnate. Dobbiamo essere consapevoli che la questione non può essere dimenticata ma, al tempo stesso, non può essere oggetto di uno scontro ideologico. Perché ogni abbandono effettivo delle armi va preceduto e accompagnato, come sosteneva Raimundo Panikkar, da un reale disarmo culturale e religioso.

Il nulla di cui parla Luigi Paganetto non riguarda solo la tecnologia, il pensiero economico e sociale ma la scienza da cui parte il cambiamento radicale del tempo presente. Una rivoluzione che accentua la carenza di dialogo tra cultura scientifica e quella umanistica. Un dialogo che presuppone l’esistenza di una scuola attenta alla scienza e al dialogo interdisciplinare, per far superare una carenza storica del Paese.

Andando ora nel tentare qualche cenno di risposta alla questione sollevata da Paganetto, mi chiedo cosa abbia accelerato il gap tra le risposte politiche e le sfide del cambiamento della società. Più che di fronte a una rivoluzione siamo dinanzi a una rivelazione di qualcosa che non era stato percepito nella sua portata e incidenza.

Perché l’invasione della Ucraina ha avuto conseguenze planetarie diverse da altri teatri di guerra? Perché è, direttamente o indirettamente, collegata alle due grandi questioni degli ultimi cinquanta anni.

La disumana e inconcepibile decisione di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina arriva quasi a conclusione della gestione internazionale della dissoluzione dell’Impero sovietico, piena di contraddizioni, di errori e di tempi sbagliati, dalla fase di Mikhail Gorbaciov a quella di Boris Eltsin fino a Putin.

Ricordo di aver partecipato al G7 di Monaco nel luglio 1992 che si concluse con un incontro tra i sette e Eltsin in cui emerse la estrema debolezza della Russia di Eltsin di fronte alle richieste occidentali e in prospettiva l’emergere di un uomo forte che, con metodi dittatoriali, avrebbe reagito all’interno e all’estero.

Oggi, il duro intervento degli Stati Uniti nella questione Ucraina serve a mandare innanzitutto un altolà alla Cina per contrastare non solo la sua espansione commerciale nel mondo e il controllo della logistica globale. Gli Stati Uniti guardano a Taiwan alla luce della esperienza di Hong Kong, che rende cauta la Cina a schierarsi con l’Ucraina.

La battaglia con la Russia spinge gli Stati Uniti a dare allo scontro con la Cina una motivazione che va oltre le ragioni economiche e guarda alla difesa dei valori su cui è stata costruita la civiltà occidentale.

Contestualmente, l’Unione Europea e la Nato sono preoccupati della crescente pressione della Russia a destabilizzare la sicurezza dell’Asia centrale e dei Paesi europei, e li porta a intervenire fino ad assicurare una fornitura di armi e materiale bellico. Per queste ragioni la reazione all’invasione di Putin è stata particolarmente dura da parte di Stati Uniti con un insieme di sanzioni che per la prima volta colpiscono l’economia e i cittadini russi e incidono anche su interessi dei Paesi europei nel settore del gas e del petrolio.

L’insieme delle motivazioni dell’intervento a difesa dell’Ucraina spingono l’Europa a fare un passo in avanti sulla strada del consolidamento della sua radice federalista.

È questo un punto cruciale della riflessione e degli interventi che sono seguiti a quello di Paganetto.

Tre brevissime notazioni che servono a richiamare una materia ben nota ai lettori di Formiche. Gli anni ottanta sono caratterizzati dal grande rilancio del liberismo economico, degli automatismi di mercato, dello Stato minimo, della deregolamentazione, delle privatizzazione, del contenimento del welfare state, del rifiuto di politiche settoriali di medio lungo termine e delle considerazioni finali della sua teoria generale. Lo sviluppo digitale facilita la globalizzazione senza regole dei mercati finanziari, delle merci e dei servizi e si consolida l’impresa multinazionale e virtuale. Questo cambiamento è complementare a quelli della politica e delle istituzioni, della democrazia rappresentativa, del parlamentarismo, dei partiti, dei movimenti e dei sovranisti europei.

Alla caduta del muro di Berlino si parla della fine della storia.

“È la fase aurea dell’economia globale, definita la ‘globalizzazione felice’, perché crescita e liberalizzazione sembrano affermarsi nel mondo” scrive oggi Paolo Guerrieri.

E il Trattato di Maastricht, rispetto ai vecchi Trattati della Comunità europea, recepisce il nuovo clima liberista e restringe lo spazio della decisione politica affidando agli automatismi di mercato le decisioni dell’Unione. Emblematico è il patto di stabilità rafforzato dal recepimento nelle Costituzione dei Paesi.

Durante la crisi economica, che nasce negli Stati Uniti nel 2008 e si espande rapidamente nel mondo, la Unione europea mantiene rigida l’applicazione di tutti i vincoli del patto di stabilità con conseguenze pesantissime sulla crescita, sull’occupazione e sulle disuguaglianze.

Mentre in Europa era avviata una riflessione sulla strada percorsa, esplode una pandemia globale che richiede immediatamente la sospensione di tutti i vincoli: la Commissione propone un intervento comunitario per finanziare, con un mix di prestito e di contributo non rimborsabile, la ripresa e la crescita, mutando in qualche modo l’orientamento liberista perseguito per molti anni.

Oggi, la decisione di intervenire a favore della Ucraina, porta l’Unione europea a decidere interventi di sostegno come la fornitura di armi che si sovrappongono ad altri organismi come la Nato.

“In questa prospettiva l’Unione europea sarà chiamata a svolgere un ruolo politico a livello internazionale per molti versi inedito”. Il nodo da sciogliere è quello della evoluzione del Servizio diplomatico dell’Unione e la realizzazione di un sistema comune di difesa e di ricerca duale.

L’applicazione delle sanzioni ha evidenziato interdipendenza tra le filiere produttive e le reti di approvvigionamento delle materie prime e delle fonti di energia dei Paesi contrapposti che non può non approdare rapidamente ad una politica energetica dell’Unione.

In fine, la transizione verso il mondo digitale e l’economia verde passa prioritariamente dalla scelta strategica degli Usa e dell’Europa sul come competere con la Cina e la sua crescita.

Le due ultime amministrazioni americane hanno perseguito strategie contraddittorie con politiche ondeggianti nel tentativo di isolare, per ragioni differenti, di volta in volta la Cina o la Russia. L’attuale presidente ha iniziato il suo mandato cercando un avvicinamento strategico con la Russia, e arriva a perseguire l’obiettivo opposto, chiedendo alla Cina di intervenire sulla Russia per favorire una soluzione della guerra ucraina.

L’Europa ha di fronte a sé due sfide di lungo periodo che ne influenzeranno il suo posizionamento geo-strategico: quella demografica, con la riduzione e l’invecchiamento della sua popolazione e quella della sua collocazione nel Mediterraneo.

L’Unione europea aveva 447 milioni di abitanti nel 2021 e nel 2050 diminuirà di 6 milioni. Considerando la dinamica di più lungo periodo: rispetto alla popolazione del 2006 nel 2050 l’Unione Europea avrà 40 milioni di abitanti in meno. Analizzando la quantità della popolazione mondiale dal 2022 al 2050 la popolazione del pianeta passerà dagli 8 ai 10 miliardi.

Per l’Unione europea e quindi per l’Italia il tipo di sviluppo che dobbiamo perseguire, e cioè l’obiettivo strategico, è il posizionamento specifico nel Mediterraneo allargato e l’Africa. E questo costituisce l’obiettivo dal quale dipende tutta la spesa infrastrutturale del Pnrr e le filiere produttive possono assicurare la crescita e la sua autonomia e sicurezza.

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