La guerra ibrida è il passato. La guerra dis-informativa russa in Italia come in Europa assume i contorni di un’offensiva frontale contro l’architettura stessa dello Stato democratico. Ecco perché siamo diventati un caso di scuola (e come difendersi). L’analisi di Arije Antinori, professore di Criminologia e sociologia della devianza alla Sapienza di Roma e direttore del PurpleRainProject

In un contesto post (?) pandemico e infodemico ancora compromesso, caratterizzato dalla continua incertezza, assistiamo oggi a una nuova bulimia informativa. Come per la pandemia, essa ha condotto alla contaminazione “commentologica” mainstream che ha spesso sostituito lo spazio-tempo dell’informazione con quello dell’opinione, generando nell’ecosistema (cyber-) sociale, da un lato fenomeni di influencing e dall’altro un rilancio dello schieramentismo, entrambi facilmente sfruttabili in ottica polarizzante e divisiva.

Le molteplici piattaforme social abitate dagli screenagers italiani ed europei, sempre più globalizzati, sono inondate di contenuti dis informativi relativi allo “pseudo conflitto” determinato dall’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia, sulla cui illegittimità non ritengo si possa sollevare obiezione alcuna.

Sin dal principio, lo spettro informativo viene osservato come estensione del conflitto sul campo. Tuttavia, occorre precisare che quando parliamo di Infowar russa, non possiamo limitarci nell’analisi della minaccia alla frontalità della strategia anti-Nato integrata di campagne disinformative più o meno strutturate, come raggio e intensità, attacchi cognitivi one-shot, operazioni di influenza, ingerenza, interferenza elettorale e cyberwar, ma occorre ragionare con attenzione anche e soprattutto su quanto accade nell’ecosistema (cyber-)sociale.

L’infowar russa deve esser letta, quindi, non soltanto attraverso la tradizionale dottrina di guerra ibrida, ma in quanto dinamicamente evolventesi in un mondo, caratterizzato dalla post-verità, che diviene esso stesso sempre più ibrido. Qui, la disinformazione nelle infosfere dell’estremismo, consente il sedimentarsi di una verità “di prossimità relazionale” che tra l’altro attenua in modo significativo l’efficacia delle strategie di contrasto della disinformazione basate sul fact-checking. Inoltre, questo unitamente alle operazioni di deplatforming, spesso contribuisce al determinarsi di un effetto contrario, ossia un rinforzo identitario soprattutto all’interno delle diaspore estremistiche (cyber-)sociali.

In tale contesto diviene centrale, per le strategie di disinformazione sistemica, l’“assedio cognitivo” del vuoto informativo in grado di contribuire a determinare ciò che può essere definito “distorientamento” cybersociale, ossia al contempo alterazione delle percezioni, incertezza e confusione che rendono gli individui vulnerabili facili prede del cognitive warfare nell’ecosistema cybersociale, ove il noise come i bias, come rappresentato da Kahneman, Sibony e Sunstein, acquisisce un ruolo fondamentale.

Si osserva, pertanto, da un lato la guerra tradizionale supportata dalla propaganda tradizionalmente intesa, novecentesca, centralizzata ed agita attraverso la coazione di mainstream televisivo e social media warfare, indirizzata all’audience di massa russofona, quindi dell’intero spazio post-sovietico. Mentre dall’altro, si assiste alla “propulsione” (cyber-)sociale decentralizzata e rivolta all’audience individuale globalizzata, all’interno delle infosfere dell’estremismo, soprattutto neofascista e neonazista anche in considerazione dei cospicui finanziamenti di lungo termine che hanno legato in questi anni Mosca ai principali gruppi impegnati nella mobilitazione antisistema, antieuropeista e anti-Nato nei singoli Stati Membri.

In un contesto in cui echo chamber, esposizione selettiva e bias risultano centrali nell’acquisizione informativa degli utenti interconnessi, i gruppi estremistico-violenti orizzontalizzano progressivamente le proprie narrazioni ideologizzate con l’obiettivo di penetrare con maggiore profondità l’ecosistema cybersociale, accrescendo così non solo il numero di militanti, ma soprattutto quello di simpatizzanti e follower, consentendo quindi il passaggio, in termini di innesco dell’azione connettiva violenta, dalla polarizzazione dell’audience alla “popolarizzazione” dell’estremismo.

Si moltiplicano le narrazioni divisive, sempre più contaminate in particolare dalla disinformazione, dal cospirazionismo, dalla pseudo-religiosità, dal genderismo, dal razzismo, dalla transfobia, dalla mascolinità egemonica e dall’antisemitismo, che contribuiscono a definire uno spazio informativo cybersociale sempre più dicotomico. Ciò nutre il tessuto social-connettivo di ideazioni cyberdevianti conflittuali, facilitando, sollecitando e ispirando comportamenti individuali e/o collettivi violenti e antisociali sul territorio.

Oggi, infatti, le narrazioni dicotomiche che sono da sempre alla base delle ideologie estremistico-violente, oltre a rappresentare una vera e propria illusione di riduzione della complessità, devono essere considerate una delle armi cognitive più efficaci nelle mani delle potenze autoritarie contro le democrazie pluraliste, soprattutto in uno scenario globalizzato di crescenti disuguaglianze.

Da qui si evince come l’obiettivo strategico russo non sia tanto quello di colpire frontalmente con una vettorializzazione aggressiva lineare multidimensionale nella tradizionale prospettiva di infowar, dall’esterno all’interno l’Unione Europea, ma in realtà quello ben più pericoloso, in termini di minaccia alla sicurezza nazionale, di destrutturare e destabilizzare al contempo gli Stati Membri dal loro interno, lacerandone dicotomicamente fino all’estremo non solo sul piano politico, ma soprattutto socio-culturale, la cittadinanza, modificandone nel medio e lungo termine il Dna stesso, così da fragilizzare l’intera architettura democratica dello Stato.

Non è un caso la crescente affermazione cybersociale di un fronte autoritarista che si riconosce nella necessità di affidare la guida del sistema-mondo, caratterizzato dall’incertezza e ridefinito in un quadro di interdipendenze globali, alla triade Putin-Trump-Xi. Occorre, quindi, osservare con attenzione tale deriva antidemocratica che trova la sua concretizzazione in gruppi e movimenti connettivi  – particolarmente attivi nei Paesi firmatari del Trattato di Roma, in cui le radici dell’europeismo dovrebbero essere più salde – che tra l’altro condividono le stesse narrazioni con le entità eversive iperconservatrici e cospirazionistiche nordamericane, tra cui QAnon, i gruppi balcanici estremistici filo-russi ed i network neonazisti del Visegrad.

La complessità della strategia russa risiede, pertanto, da un lato nell’azione frontale anti-Nato e di condanna dell’allineamento transatlantico, giustificando l’autoproclamata “operazione militare speciale” anche con la necessità di “denazificare” l’Ucraina. Mentre, al contempo, alimenta e sollecita nell’ecosistema cybersociale, direttamente e/o indirettamente, gli interpreti del neofascismo e neonazismo europeo alla destabilizzazione interna ai singoli Stati Membri.

Da qui si evince come l’Italia e la Francia rappresentino l’obiettivo primario di tale strategia disruptive russa, nella convergenza degli attori asimmetrici appena citati. L’Italia, in particolare, grazie alla sua storia e collocazione al centro del Mediterraneo può rappresentare il grimaldello cybersociale con cui “forzare” l’atlantismo europeo e soprattutto destrutturare l’identità mediterranea per minare ogni prospettiva di dialogo e protagonismo socio-culturale/economico mediterraneo al fine di favorire la crescente presenza strategica russa nel Mena, Sahel e le relative alleanze nell’area.

Finché l’Unione Europea non si riconoscerà fattivamente in termini strategici soprattutto negli Stati geograficamente ai confini della stessa, attraverso l’adozione di una prospettiva unitaria, non sarà in grado di far riconoscere la propria forza negoziale in un contesto sempre più predatorio a livello globale e interessato da macrofenomeni potenzialmente destabilizzanti. In tal senso, si pensi alle direttrici del riciclaggio di denaro in Estonia, Malta e Cipro, o anche a tutti quegli imprenditori e faccendieri russi, ma non solo, che non sono stati colpiti da alcuna sanzione perché a fronte di cospicui investimenti e  movimentazioni di denaro, hanno ottenuto negli anni scorsi un passaporto cipriota con cui circolare liberamente all’interno dell’Unione.

Tornando alla strategia russa, occorre comprendere, quindi, che il conflitto in atto sollecita reattivamente il tessuto connettivo delle infosfere dell’estremismo, già colpite dall’infodemia. Grazie alla capacità russa di sfruttare tale scenario per la “coltivazione” no-trust e antisistemica, di medio/lungo termine, in ordine alle molteplici tematizzazioni su cui sono state strutturate le diverse narrazioni divisive, la disinformazione continuerà e molto probabilmente si acuirà in vista della prossima campagna elettorale.

Da qui la necessità di predisporre al più presto un efficacie piano di comunicazione strategica in grado di rispondere alle sfide rappresentate dall’evoluzione della minaccia russa. Inoltre, se l’infodemia pandemica prima e bellica ora, costituiscono l’alba della contaminazione trasversale della disinformazione cybersociale, tra informazione, entertainment e gaming, risulta evidente come, sul piano della sicurezza nazionale, si debba  cominciare a ragionare con attenzione da subito alla progressiva convergenza disinformativa radicalizzante nell’immersività dell’esperienza, sia individuale che collettiva, all’interno dei metaversi quale macro ambiente di sfruttamento esponenziale delle vulnerabilità per le finalità sinora rappresentate.

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