Nel continente la storia dei soldati volontari inizia nell’era post-coloniale e arriva ai giorni nostri con l’arrivo in Mali del battaglione russo Wagner

Non c’è solo il gruppo Wagner. Il battaglione di mercenari al servizio della Russia è sì impiegato in Africa, ma sono diverse le milizie volontarie che sin dall’era post-coloniale sparano e uccidono per conto di terzi nei Paesi del continente. La storia moderna, invece, inizia nel 1960 in Congo, dove alcuni soldati secessionisti avevano tentato – senza successo – di rendere indipendente la provincia del Katanga. Oggi quella storia prosegue con le truppe del Wagner, che affiancano l’esercito del governo maliano presieduto dal colonnello Assimi Goita, al potere dopo un colpo di Stato.

Recentemente il Gruppo di lavoro delle Nazioni unite ha lanciato un allarme su scala globale: “Stiamo assistendo alla presenza sempre crescente di mercenari e attori legati a loro nei conflitti armati contemporanei e al rischio di crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani”.

Ma chi sono questi soldati di ventura? Sino alla scorsa generazione molti mercenari erano ex soldati che avevano combattuto nei conflitti dell’era coloniale in Indocina, Algeria, Africa meridionale ed ex Jugoslavia. Sebbene le singole truppe volontarie operino ancora, c’è stata una proliferazione di appaltatori privati militari e di sicurezza, i cosiddetti Pmsc, che stanno assumendo una serie di compiti relativi alla sicurezza per conto dei governi nelle zone di conflitto di tutto il mondo. Ucraina compresa.

Diversi esecutivi africani, come ha ricordato African Arguments, si sono rivoti ai Pmsc per rafforzare o sostituire le proprie forze armate inaffidabili o inefficienti. Negli anni ‘90, per esempio, la Sierra Leone aveva incaricato la società di sicurezza sudafricana Executive outcomes di combattere il Fronte unito rivoluzionario, mentre attorno al 2000 era stato il Mozambico ad assumere varie unità di mercenari per proteggere gli impianti di gas e petrolio.

I Pmsc sono stati chiamati in causa anche per porre fine alle atrocità contro i civili. Al culmine della crisi del Darfur nel 2008, quando l’Onu e l’Unione africana erano diplomaticamente impegnate a raggiungere la pace, l’attrice americana Mia Farrow aveva proposto di inviare sul campo i Blackwater, che successivamente furono coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani in Iraq.

Nel corso degli anni sono stati fatti tentativi a intermittenza per sopprimere o regolamentare l’attività mercenaria. Nel 1989 l’Onu aveva adottato una convenzione internazionale sui mercenari, ma era stata recepita solo da un quarto degli Stati membri. Non c’è da stupirsi quindi se i russi del Wagner siano stati reclutati attraverso complessi schemi legali dalla Repubblica Centrafricana e dal Mali.

Jelena Aparac, ex presidente del gruppo di lavoro delle Nazioni unite sull’uso dei mercenari, sostiene che esista un’opinione generale che presume che le società non abbiano alcun obbligo diretto ai sensi del diritto internazionale. Avverte, tuttavia, che questo non è il caso quando operano in conflitti armati, in cui devono attenersi al diritto umanitario internazionale.

Nel 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva concesso la grazia a quattro agenti di Blackwater che erano stati condannati per aver ucciso 14 persone a Baghdad nel 2007. “Il perdono di Trump”, si legge nelle cronache dell’epoca, “riapre la ferita sull’utilizzo dei mercenari privati sugli scenari di guerra”. Lì dove si trovano ancora oggi.

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