Il settimanale tuona contro chi spera in Pechino: ogni giorno di conflitto diventa più chiaro che ha un’idea diversa dall’Occidente di come preservare la pace mondiale. E “l’Iniziativa di sicurezza globale” proposta da Xi suona molto putiniana: dobbiamo preoccuparci

“Credo che in futuro un ruolo possa averlo la Cina, che non ha alcun interesse a un peggioramento della situazione”. L’auspicio affidato al Messaggero da Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, si scontra con quanto osserva il settimanale The Economist: “Ogni giorno che viene versato del sangue fresco in Ucraina, diventa più dolorosamente chiaro che la Cina e l’Occidente hanno nozioni contrastanti su come preservare la pace mondiale”.

Da quando il presidente russo Vladimir Putin ha invaso il Paese vicino, ci sono “voci speranzose in alcune capitali occidentali” che definiscono “la Cina un mediatore ideale tra Russia e Ucraina”, scrive il giornale. Gli ottimisti puntano sul presunto pragmatismo del Partito comunista cinese, sui rapporti commerciali che legano l’economia della Cina alla Russia, all’Ucraina e all’Europa. E concludono che mediare per la pace è nell’interesse della Cina. Ma in questo ragionamento c’è un problema: “La maggior parte dei governi e dei cittadini occidentali vogliono che Putin perda in Ucraina, e che paghi un prezzo istruttivamente alto per la sua aggressione. I governanti cinesi vogliono il contrario”.

Le ragioni sono interne: il leader Xi Jinping, che a inizio febbraio siglata un’amicizia “senza limitati” con l’omologo russo, sta puntando ad assicurarsi il terzo mandato e presentarsi come alleato di un perdente non sarebbe certo un buon biglietto da visita al XX Congresso del Partito comunista cinese a ottobre. Inoltre, “l’establishment della politica estera cinese in fondo non rispetta la Russia, un Paese visto come ammirevolmente tenace ma in triste declino”, scrive il settimanale.

Ma soprattutto la Cina appare pronta a utilizzare gli argomenti russi in merito all’ordine di sicurezza globale. The Economist indica il discorso con cui Xi il 21 aprile scorso al Forum Boao, ribattezzato Davos dell’Asia, ha presentato la sua “Iniziativa di sicurezza globale” per un ordine che sia “comune, completo, cooperativo e sostenibile”: l’umanità è “una comunità di sicurezza indivisibile”, ha spiegato evocando sovranità e integrità territoriale (concetti che servono alla Cina su Taiwan ma che stonano se si guarda alla Russia).

Xi ha così deciso di far propria la definizione di Putin di sicurezza indivisibile – una definizione “egoista”, cioè la richiesta di avere voce in capitolo su qualsiasi accordo europeo di difesa che compensi le capacità offensive di Mosca.

“I governi dall’Europa al Giappone e all’Australia dovrebbero prenderlo sul serio, perché è l’ultimo tentativo della Cina di delegittimare le alleanze di difesa a guida americana e i trattati che hanno garantito la loro sicurezza per decenni”, avverte il settimanale. Che poi ricorda il tema “L’Asia agli asiatici” che già nel 2014 il leader cinese portava avanti per mettere in guardia l’Occidente dall’interessarsi all’Indo-Pacifico.

Il tentativo di Xi sembra essere lo stesso di Putin: dividere tra Est e Ovest. Ma l’amministrazione Biden ha in mente un altro schema: democrazie contro autocrazie, a prescindere dalla geografia. Ecco perché l’invito del settimanale al Giappone e all’Australia, oltre che all’Europa.

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