Se non riusciamo a creare corridoi alimentari “immediati” per il grano proveniente dall’Ucraina, corriamo il rischio di una carestia nei Paesi del Maghreb. Abbiamo poco tempo, questo può portare a tensioni sociali capaci di sfociare in una crisi umanitaria, non solo in Ucraina, ma anche in Africa. L’intervento di Marco Minniti

La guerra in Ucraina ha generato il rischio di una crisi alimentare globale. Per tutto il pianeta, ma soprattutto dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa. La maggior parte dei Paesi del Maghreb dipende dal grano proveniente dall’Ucraina e dalla Russia – oltre il 90% per alcuni di loro. Se non riusciamo a creare corridoi alimentari “immediati” per il grano proveniente dall’Ucraina, corriamo il rischio di una carestia nei Paesi del Maghreb. Abbiamo poco tempo, questo può portare a crisi sociali molto grandi, a “rivolte per il pane” – basti pensare a quello che è successo nel 2011, non già nel 2015, ma nel 2011. Tensioni sociali che possono creare una crisi umanitaria, non solo in Ucraina, ma anche in Africa. La crisi alimentare può quindi diventare crisi sociale. L’Europa potrebbe essere stretta in una tenaglia umanitaria con un ramo a nord-est, in Ucraina, e un ramo a sud, in Africa.

È questa la sfida. E se qualcuno avesse dei dubbi, basti pensare che le migrazioni sono state spesso usate, con cinismo, come arma di pressione politica. Ricordate il bosco di Białowieża? Non bisogna dimenticarlo perché prima c’è stata Białowieża e poi l’invasione dell’Ucraina. Prima si è provato a fare pressione con i flussi migratori e poi con l’invasione militare. Ora potrebbe essere il contrario: prima l’invasione militare e poi la pressione migratoria proveniente dall’Africa. Questa situazione va affrontata per tempo, e non intendo anni, ma mesi. Bisogna muoversi in fretta.

Ci deve essere un doppio movimento. Dobbiamo avere in mente un paradigma: le migrazioni non sono un’emergenza. Sono un dato strutturale della vita del nostro pianeta: ci sono state, ci sono e ci saranno. Sempre. Le migrazioni non possono essere cancellate, vanno governate. L’Europa infatti deve gestire i flussi migratori promuovendo quelli legali e contrastando quelli illegali. Questa sfida non è facile da vincere.

A febbraio a Parigi si è tenuto un importante incontro sull’Africa e con l’Africa. In questo continente si gioca una partita cruciale. Dobbiamo ricordare che altri grandi Paesi – Cina e Russia – hanno una politica per l’Africa. Anche l’Europa deve averne una. Abbiamo quindi bisogno di un progetto: sono stati stanziati 100 miliardi di euro per l’Africa, ma dobbiamo fare qualcosa subito. Non possiamo aspettare due anni. Dobbiamo creare un Migration compact specifico per l’Africa settentrionale oggi, non tra sei mesi, ma entro poche settimane. Serve un aiuto economico significativo da parte dell’Unione Europea che ci permetta di affrontare questa crisi alimentare e di affrontare le tensioni sociali che si presenteranno. Un patto molto semplice: noi vi aiutiamo, vi aiutiamo per la stabilità sociale; noi vi aiutiamo per la crescita economica e per la prosperità, e voi vi impegnate a contrastare il traffico di esseri umani. Se c’è un profugo che scappa dalla guerra o dalla fame arriva in Europa non portato dai trafficanti di esseri umani, ma con i corridoi umanitari, gestiti dall’Europa. Ma se ci sono territori in Nord Africa, che sono nelle mani dei trafficanti di esseri umani, dobbiamo “riconquistarli” alla legalità internazionale.

L’idea è quindi molto semplice: dobbiamo cambiare, come è stato detto, la dimensione interna delle politiche migratorie dell’Unione. Il regolamento di Dublino deve essere modificato. È evidente che l’idea di caricare tutti i problemi sui paesi di primo ingresso non regge più. Ma se vogliamo cambiare la dimensione interna, dobbiamo partire da quella esterna. Perché se affrontiamo i problemi in Africa, lo dico da europeo, è anche più facile negoziare internamente. Mi spiego: possiamo ridistribuire gli arrivi solo se riusciamo a gestire i flussi. Se non siamo in grado di gestire i flussi, non riusciamo a ridistribuire. Proprio perché le decisioni, ancora, a livello europeo vengono prese all’unanimità. Questo è il modo, forse l’unico, per conciliare tutte le nostre sensibilità nazionali.

In Europa ci sono due sentimenti che attraversano le nostre opinioni pubbliche. Due sentimenti, uso volutamente questa parola. Il primo sentimento è la solidarietà. Per una parte di noi questo principio è ineludibile. Ma c’è un altro sentimento. Un bisogno di sicurezza individuale e collettiva. Un continente come l’Europa, che si basa sul principio della libertà non può contrapporre la solidarietà alla sicurezza. Non possiamo dire “siamo solidali e rinunciamo alla sicurezza o consideriamo la sicurezza e rinunciamo alla solidarietà”. Non è possibile. Una democrazia che fa così è una democrazia morente. L’Europa deve conciliare questi due principi. So che non è facile. Ma l’Europa è nata ed esiste per questo.

(Pubblichiamo l’Intervento del Presidente della Fondazione Med-Or Marco Minniti, tenuto a Parigi di fronte al Senato francese, lunedì 16 maggio 2022 durante i lavori della “Conférence interparlementaire sur les défis migratoires” a cui hanno partecipato i rappresentanti delle Camere francesi e dei parlamenti nazionali europei, tra cui una delegazione del Parlamento italiano)

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