La falla aperta con le dichiarazioni su Hitler ed ebraismo dal ministro degli Esteri russo rischia di produrre effetti disastrosi. Alle dure reazioni diplomatiche potrebbe aggiungersi presto un aumento del coinvolgimento israeliano al fianco di Zelensky

Tanti gli errori di valutazione commessi dalla Russia nel contesto dell’invasione dell’Ucraina. Dalla sopravvalutazione delle proprie forze sul campo e nel cyber-spazio alla sottovalutazione della risposta occidentale rivelatasi assai più compatta e condivisa di quanto previsto e auspicato da Mosca. Relativamente a quest’ultimo punto basti pensare al fatto che Finlandia e Svezia sono prossime a presentare domanda per l’adesione alla Nato. L’ultimo di questi errori riguarda Israele.

Tutto nasce dall’intervista concessa da Sergey Lavrov al programma Zona Bianca su Rete 4. Le parole pronunciate in quell’occasione dal ministro degli Esteri russo su Adolf Hitler per attaccare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, difendere la campagna russa di “denazificazione” dell’Ucraina e forse anche puntare il dito contro il mondo ebraico mobilitatosi a favore di Kiev (“secondo me anche Hitler aveva origini ebraiche”) hanno acceso un caso diplomatico con la convocazione dell’ambasciatore russo da parte del ministero degli Esteri israeliano.

Fortissima l’indignazione espressa dall’omologo israeliano Yair Lapid: “Le dichiarazioni di Lavrov sono sia imperdonabili e oltraggiose, sia un terribile errore storico Gli ebrei non si sono uccisi da soli nella Shoah. Il più basso livello del razzismo contro gli ebrei è accusare gli ebrei stessi di antisemitismo”. A lui la diplomazia russa ha poi risposto rilanciando la linea Lavrov e accusando Israele di sostenere i neonazisti in Ucraina. “Terribili bugie che puzzano di antisemitismo”, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog in un’intervista al quotidiano Haaretz invitando alle scuse il ministro russo.

Per Mosca si è trattato di un clamoroso autogol se si pensa non soltanto alla storia di Israele ma anche a quella del suo primo interlocutore. Cioè Lapid. Il cui nonno è stato ucciso dai nazisti durante l’Olocausto e il cui padre è sfuggito alla morte nel ghetto di Budapest grazie Raoul Wallenberg, il diplomatico svedese fatto sparire dall’Armata rossa sovietica.

La falla aperta dalle dichiarazioni di Lavrov rischia di produrre effetti disastrosi. Ora alle dure reazioni diplomatiche, potrebbe aggiungere un aumento del coinvolgimento pro Kiev da parte di Israele che recentemente ha già fornito all’Ucraina elmetti e giubbotti antiproiettile. Per comprendere la portata della novità basti pensare che all’inizio del conflitto il primo ministro Naftali Bennett si era recato al Cremlino puntando a ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev. Non aveva avuto successo, sia per problemi interni alla sua maggioranza di governo, sia per i nuovi attacchi terroristici che nel frattempo hanno occupato l’agenda politica in casa.

Adesso Israele starebbe valutando la possibilità di inviare armamenti all’Ucraina, usando una reazione (d’impeto apparente) contro le parole del ministro russo per seguire apertamente la linea occidentale sul conflitto — aspetto già in discussione. Una scelta complicata per Gerusalemme, visto che con la Russia è in piedi una relazione cordiale e pragmatica che per esempio permette agli israeliani di usare pressoché indisturbati lo spazio aereo siriano — controllato dalle batterie anti-aeree russe — per colpire l’invio di armi a milizie sciite come Hezbollah che i Pasdaran organizzano coperti sfruttando il territorio assadista. Questa è considerato dallo Stato ebraico una priorità di sicurezza nazionale.

La neutralità israeliana sull’aggressione russa, anche frutto di una necessità legata al tentativo di mediazione del governo Bennett, ha però iniziato a traballare e funzionari politici e militari in Israele sono sempre più inclini al voler rafforzare l’assistenza militare e civile all’Ucraina. Le ragioni sono tre: seguire le scelte occidentali (su cui europei e statunitensi si aspettano l’allineamento israeliano), l’aumento delle violenze russe contro i civili ucraini (anche in nome della denazificazione propagandistica con cui Mosca descrive il suo intervento e su cui lo stato ebraico non può cedere spazi alla narrazione falsata del Cremlino), la necessità di mostrarsi un partner affidabile (all’Ucraina in questo caso, ma a qualsiasi altro cliente militare) anche in condizioni politiche complesse.

Secondo le informazioni di Haaretz, un’ulteriore discussione sulla questione è prevista nei prossimi giorni, durante la quale verrà rivisto l’elenco degli articoli che potrebbero essere inviati in Ucraina. Sebbene ci sarebbe un consenso sul fatto che — almeno in questa fase — sistemi di difesa aerea, armi avanzate e armi offensive non sarebbero stati forniti all’esercito ucraino, Israele ha in mano diverse opzioni per aiutare Kiev. Sistemi difensivi (anche radar) che proteggono le truppe sul terreno ed equipaggiamento individuale da combattimento  potrebbero essere inviati senza causare una grossa crisi con i russi. Anzi, piuttosto manderebbero a Mosca il messaggio di non superare alcuni limiti nella propria narrazione. Limiti insuperabili per lo Stato ebraico e per ciò che Israele rappresenta in passato, presente e futuro dell’ebraismo.

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