Mentre alcune navi petroliere sospette vengono intercettate in giro per l’Europa, il governo iraniano fa sapere che l’export di prodotti energetici di Teheran ha fatto registrare un aumento del 60% di guadagni rispetto allo scorso anno. Al di là della propaganda, l’aumento dei prezzi, il ruolo della Cina e del contrabbando

I ricavi delle esportazioni energetiche dell’Iran sono aumentati del 60 per cento nei primi due mesi dell’anno iraniano (dal 21 marzo al 21 maggio) rispetto allo stesso periodo del 2021. Il dato è ufficiale, in quanto diffuso domenica 29 maggio da un funzionario del ministero del Petrolio iraniano all’agenzia di stampa Shana. Ma non è chiaro quanto reale.

Potrebbe esserci una parte di propaganda, infatti, in quanto Teheran ha ingaggiato la politica di “massima resilienza” contro quella della “massima pressione” americana — iniziata con l’amministrazione Trump, che ha tirato fuori gli Stati Uniti dall’accordo Jcpoa per il congelamento del programma nucleare iraniano, e continuata da quella guidata da Joe Biden, nonostante la volontà di provare a ricomporre i pezzi di quell’intesa multilaterale.

Le sanzioni reintrodotte dagli Stati Uniti hanno colpito diversi settori dell’economia della Repubblica islamica, dove il mondo energetico ha un ruolo centrale con le esportazioni di gas naturale, petrolio e prodotti lavorati. L’affermazione sull’incremento dell’export settoriale potrebbe diventare dunque un modo per dimostrare quelle capacità di resilienza. Tant’è che il funzionario non ha spiegato il motivo di questo balzo in avanti delle entrate, che avviene mentre i prezzi del petrolio sono quasi raddoppiati rispetto a un anno fa a causa della guerra in Ucraina e della ripresa economica globale post-pandemia.

Il governo iraniano afferma per esempio di continuare a esportare petrolio nonostante le sanzioni statunitensi. In parte è vero, e uno dei clienti è la Cina. Pechino vuole dimostrare di non temere le misure americane. Sia perché usa l’importazione di petrolio dall’Iran come interesse diretto, sia come metodo per criticare l’organizzazione delle relazioni con Teheran, dettata dalla scelta di Washington di re-introdurre le sanzioni. Di queste, le cosiddette sanzioni secondarie rendono molto complicato se non impossibile fare affari con gli iraniani per chiunque non voglia rischiare di finire sotto la scure statunitense.

Questo come altri dossier fanno parte per Pechino della narrazione in costruzione per rivedere l’ordine internazionale esistente, a guida americana. Sono concetti espressi in forma più dettagliata nella Global Security Initiative, proposta ad aprile durante il Boao Forum e rilanciata in questi giorni. È il cuore dello scontro tra modelli, democrazie contro autocrazie, che sta interessando anche parte dei colloqui in corso da mesi per ricostruire il Jcpoa, dove Cina e Russia — che hanno rapporti più stretti, di cooperazione, con l’Iran — cercano di muoversi secondo propri interessi e priorità.

Dal 2021 la flotta iraniana di “navi fantasma” ha trasportato almeno 22 miliardi di dollari di petrolio illecito verso la Cina. Solo nei primi tre mesi del 2022, l’Iran ha spedito in Cina una media di 829.260 barili di petrolio al giorno, secondo i nuovi dati pubblicati da United Against a Nuclear Iran (UANI), un gruppo di controllo serrato e severo sulle attività iraniane. Secondo l’organizzazione, la flotta iraniana, che sarebbe composta da 182 navi di proprietà e bandiera straniera, opera con poche interferenze da parte degli Stati Uniti.

È nota come “armata fantasma” di Teheran perché queste navi spesso offuscano la loro posizione in mare e spengono i loro localizzatori — in violazione del diritto marittimo — così da eludere il rilevamento. Ne farebbe parte la petroliera “Pegas”, battente prima bandiera russa poi da qualche settimana quella iraniana, che le autorità greche hanno recentemente sequestrato su richiesta di quelle americane che hanno poi avviato le procedure per il trasferimento del greggio negli Stati Uniti. Per ritorsione i Pasdaran hanno sequestrato due petroliere greche nel Golfo Persico. Il ministero degli Esteri greco ha dichiarato che gli elicotteri iraniani hanno fatto atterrare dei commando sulle due petroliere. Una di esse, la “Delta Poseidon”, stava navigando in acque internazionali in quel momento. L’altra, la “Prudent Warrior”, era vicina alla costa iraniana quando è stata sequestrata. Il sequestro è “inaccettabile”, ha tuonato la diplomazia europea spiegando di essere “in stretto contatto con le autorità greche sulla situazione della nave Pegas”.

Di quella flotta fantasma ne farebbe parte anche la “ARC 1”, nave battente bandiera panamense e partita dalla Malesia, da alcuni giorni è a Fiume. Come raccontato su Formiche.net, prima era stata per quasi 31 ore a Trieste. Potrebbe trasportare petrolio iraniano. Claire Jungman, chief of staff di UANI, ha messo in guardia chi cerca alternative ai rifornimenti russi ricordando il rischio di sanzioni statunitensi: “Serve una rigorosa due diligence per determinare la vera origine del carico”.

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