L’esperto dell’Atlantic Council ha spiegato che la terza dichiarazione di Biden a difesa di Taiwan non è un caso, che c’è un 15% di possibilità che Putin usi armi nucleari su obiettivi militari ucraini, e che è il momento di sganciarci dalle tecnologie critiche cinesi. La sicurezza nazionale deve venire prima del calcolo economico (tanto prima o poi il conto si paga)

Matthew Kroenig è il direttore della Scowcroft Initiative all’Atlantic Council, uno dei principali think tank di Washington DC, e professore alla Georgetown University. Con un passato al Pentagono, è tra i più conosciuti esperti di strategia militare in America e ha scritto di recente un libro sulla competizione strategica con Russia e Stati Uniti, “The return of the great power rivarly” (Oxford University Press). Ospite nella redazione di Formiche.net a Roma, passa in rassegna le principali sfide della politica estera americana, dalla deterrenza cinese in Asia e la competizione tecnologica con Pechino alla guerra di Vladimir Putin in Ucraina.

Kroenig, partiamo dal viaggio di Biden in Asia. Perché è così importante?

Il viaggio del presidente Biden in Asia è un evento estremamente interessante. L’amministrazione Biden è partita da una premessa: la Cina e l’Asia sarebbero state la priorità della politica estera americana. Convinta, almeno all’inizio, che le relazioni con la Russia da una parte e con l’Iran in Medio Oriente dall’altra avrebbero seguito un trend più stabile. Le cose sono andate diversamente: Putin aveva altri piani.

Biden ha chiarito senza mezzi termini che gli Stati Uniti difenderanno Taiwan in caso di un’invasione cinese. La Casa Bianca ha poi corretto il tiro, di nuovo. Che succede?

Ci sono tre possibili letture delle parole di Biden. La prima: sta invecchiando e dice cose che non pensa. La seconda: è un genio della strategia. Dice una cosa, la Casa Bianca dice l’opposto, in un piano magistralmente orchestrato per confermare l’ambiguità strategica americana su Taiwan.

La terza?

Semplice: credo che la politica formale dell’amministrazione, qualunque essa sia, non conti più di tanto. Perché alla fine è il presidente a fare la differenza, a decidere se intervenire o meno. E Biden ha già ripetuto per tre volte che gli Stati Uniti dovrebbero intervenire in caso di attacco. Siamo passati dall’ambiguità alla chiarezza strategica.

Ed è un bene?

Assolutamente. Oggi il più pericolo più grave è che la Cina commetta un errore di calcolo. Ovvero che il governo cinese, come Putin ha fatto in Ucraina, si convinca che invadere Taiwan sia un’operazione semplice. Biden ha tracciato una chiara linea rossa: invadere Taiwan significa entrare in guerra con gli Stati Uniti. E innescare una dura reazione delle democrazie occidentali, Italia compresa, simile a quella che abbiamo visto dopo il 24 febbraio.

La deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico resta la priorità della strategia americana?

Su questo punto l’amministrazione Biden è sempre stata chiara. E nella comunità di esperti di Difesa e politica estera a Washington DC c’è una corrente forte di “Asia first” che ne è convinta. Io penso che gli Stati Uniti abbiano bisogno di una strategia che tenga conto sia della sfida russa che di quella cinese.

L’Europa rimane centrale nella mappa?

Guardiamo i numeri. L’Europa rimane il principale partner economico degli Stati Uniti. Costruire una strategia che lasci fuori il quadrante europeo è a mio avviso pericoloso. La guerra di aggressione di Putin iniziata tre mesi fa dimostra che è un rischio che non possiamo correre.

A proposito di Ucraina, finora la Russia ha dovuto rivedere drasticamente i suoi piani iniziali. Putin continua a minacciare la possibilità di un attacco nucleare contro l’Occidente. È credibile?

È improbabile ma non statisticamente impossibile. Direi che c’è una possibilità del 15%: i russi potrebbero utilizzare armi nucleari tattiche contro obiettivi militari per spaventare l’Occidente. In dottrina si chiama “escalate to de-escalate”, ma è una strategia che presenta rischi considerevoli per chi la usa.

Lei è stato da poco nominato membro della “Congressional Commission on the Strategic Posture of the United States”, una commissione bipartisan che dovrà scrivere la nuova strategia anche per le armi nucleari. 

Siamo in uno scenario inedito: i trattati per la non proliferazione sono stati stracciati, e oggi solo il New Start resta in piedi, per modo di dire. Oggi c’è una terza potenza, la Cina, che sta ammassando testate nucleari a un livello raggiunto solo da Usa e Russia. Il nostro lavoro sarà anche capire come bilanciare un equilibrio globale a tre.

Eppure Pechino continua ad attestarsi su una posizione di terzietà. Quanto può andare avanti?

Difficile dirlo. Di certo Xi Jinping si trova in una posizione strategica scomoda. Cina e Russia hanno rilanciato la partnership economica e politica prima dell’invasione e questo avvicinamento è destinato a continuare. Ma la Cina è una potenza con aspirazioni globali e tiene molto ai suoi rapporti commerciali con l’Europa: non può permettersi un aperto sostegno a Putin. Sta camminando in bilico su un filo.

Teme le sanzioni occidentali?

Sono un deterrente forte. Già nella sua prima telefonata a Xi, Biden ha chiarito che ci saranno conseguenze se la Cina aiuterà militarmente Mosca. Questa minaccia costringe la diplomazia cinese a mantenere una posizione formalmente neutrale. Non sarà facile però mantenerla ancora a lungo.

L’Europa ha imparato a caro prezzo una lezione dalla guerra russa in Ucraina: la dipendenza energetica ha serie implicazioni di sicurezza. Ma l’Europa dipende anche dalla Cina e su tanti fronti: dalla tecnologia, penso all’infrastruttura 5G, agli investimenti diretti. Crede sia arrivato il momento di un decoupling con Pechino e un frienshoring, una catena di approvvigionamento tra nazioni “amiche”, come ha spiegato la Segretaria del Tesoro Janet Yellen?

Questo è un passaggio cruciale. Dopo la Seconda guerra mondiale l’economia globale ha vissuto due grandi fasi. La prima dettata dalla Guerra Fredda con l’Urss e dall’isolamento internazionale dell’economia sovietica. La seconda, dagli anni ’90 in poi, dalla globalizzazione e l’apertura dei mercati.

Oggi quale fase si apre?

Una fase simile a una nuova Guerra Fredda, combattuta con altri mezzi. Europa e Stati Uniti sono chiamati a costruire un nuovo sistema di alleanze globali. Un sistema che sarà delineato da un insieme di valori condivisi. Quanto al decoupling dalla Cina: non sarà una passeggiata. Dopo l’invasione di Putin sono bastate 48 ore alla comunità occidentale per tagliar fuori una buona parte dell’economia russa. Con la Cina servirà mettere in campo una strategia complessa.

Da dove si parte?

Da un decoupling selettivo. La Russia vale il 2% del Pil globale, la Cina quasi il 20%. Non possiamo aspettare l’eventualità di un attacco contro Taiwan, perché non è un’eventualità, è solo questione di tempo. Giusto dunque iniziare una progressiva separazione delle economie occidentali da quelle cinesi, ma bisogna farlo nei settori strategici. In asset come la rete 5G, l’Intelligenza artificiale o investimenti in infrastrutture critiche è urgente allontanarsi dall’economia statalista cinese. Per altri settori meno legati alla sicurezza nazionale, dai mobili ai giocattoli, non c’è bisogno di ripensare le dinamiche commerciali.

Un consiglio che non piace a chi si riunisce a Davos. Contro questa regionalizzazione value-based delle supply chain si schiera un pezzo importante del sistema economico e finanziario globale.

È vero, e non ci sono dubbi che sarà un processo costoso. Ma ci sono dei momenti in cui dobbiamo mettere l’interesse nazionale davanti alla convenienza economica. La guerra di Putin in Ucraina, con la crisi delle supply chain globali che ha innescato, dimostra che ci sono costi latenti e insostenibili quando non si tiene conto della sicurezza. È una lezione che non potremo dimenticare.

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