Vladimir Putin non può vincere questa guerra. Ma sulla strada che lo porterà alla sconfitta lo attende una devastazione che non aveva preventivato. La radiografia della parata del 9 maggio di Edward Lucas, vicepresidente di Cepa (Center for European policy analysis)

Se il piano avesse funzionato, quest’anno la grande parata del 9 maggio si sarebbe tenuta a Kiev. Volodymyr Zelensky sarebbe morto o in esilio, a dimostrazione della disfatta del regime-fantoccio dell’Occidente. Il progetto antirusso di un’Ucraina indipendente sarebbe una nota a piè di pagina nei libri di storia.

Ma il piano non ha funzionato. La campagna di dieci settimane è invece già costata alla Russia 15mila vite dei suoi soldati. Vladimir Putin sta combattendo una guerra di attrito, rinforzata dalla minaccia di un’apocalisse nucleare, nella speranza di spezzare la volontà di resistere dell’Ucraina o dell’Occidente di aiutarla. Potrebbe ancora funzionare. L’attrito colpisce più duramente la parte più debole. La riscoperta unità e la risolutezza dell’Occidente sono fragili. Ma tutto questo sottende anche rischi enormi: battute d’arresto militari, intrighi di palazzo e insoddisfazione pubblica. Anche quando la conquista ha successo, genera insurrezioni. Nulla di ciò faceva parte dei piani.

Il vero problema per la Russia non è militare. È politico. Putin ha commesso un drammatico errore a credere alla sua stessa propaganda e a lanciare una guerra costruita su assunti falsi. Ora sta commettendo altri errori e il claudicante sistema politico russo non offre una facile soluzione per correggere il tiro. La Russia avrebbe bisogno di una ponderata pianificazione di policy, basata su una valutazione a mente fredda, da parte di esperti, che definisca obiettivi raggiungibili e i costi per raggiungerli. E invece si ritrova uno spettacolo: una parata militare di grande impatto scenico e di scarso impatto diplomatico e militare.

Putin è scomodamente seduto in tribuna. Non ha una vera esperienza militare: da comandante in capo è più vicino ad Adolf Hitler, un incompetente impiccione, che a Joseph Stalin, che sia pur tardivamente ha realizzato di dover lasciare la conduzione della guerra ai suoi brillanti generali. Paradossalmente, l’ultima carta che rimane a Putin per trattare con l’Occidente è dimostrare la sua stessa incompetenza e sconsideratezza. Se ha davvero pensato di poter prendere il potere nel secondo Paese più grande d’Europa in sole 72 ore, senza un vero piano e una vera ragione, perché mai dovrebbe aver bisogno di una giustificazione migliore per usare un’arma nucleare?

Niente di tutto questo impensierisce i russi, per il momento. La macchina della propaganda di Stato maschera i problemi con una roboante nostalgia staliniana (a quanto pare abbiamo bisogno di un nuovo Beria). Il cuore del messaggio è un cocktail contraddittorio di auto-esaltazione nazionale e di vittimismo. La Russia è imbattibile, ma anche gravemente minacciata. Non solo solo i giovani russi ad essere coscritti. Anche le idee subiscono la stessa sorte: la storia, la geografia e l’economia stanno tristemente lucidando gli stivali e imparando a marciare.

Questi coscritti possono essere costretti all’obbedienza, non all’efficienza. Prima o poi il morso della realtà si fa sentire. La Russia ha un enorme territorio, ma è debole. Il Pil aggregato della Nato è venti volte più grande di quello russo, la sua spesa nella Difesa vale quattordici volte tanto. Certo, non di rado i budget occidentali per la Difesa sono sperperati negli stipendi dei burocrati o in inutili gare pubbliche. Ma al centro dello scontro tra Russia e Occidente non c’è un conflitto di mezzi, c’è un conflitto di volontà. E in questo momento la nostra sta crescendo con più velocità di quella russa.

Anche l’implacabile ricorso alla sconfitta della Germania di Hitler nel 1945 è uno spreco di tempo. Il sillogismo per cui, siccome i sovietici hanno sconfitto i nazisti, chiunque si opponga alla Russia moderna è di per sé un nazista, comincia a stare stretto. Un tempo “nazista” era un grave insulto. Il suo abuso rischia perfino di sdoganarlo. Perfino la Germania sta cercando di spezzare le manette storiche che si è messa da sola ai polsi nei settant’anni scorsi. Se i tedeschi si sentono in colpa per quello che hanno fatto ai russi, non dovrebbero i russi sentirsi ancora più in colpa per quello che hanno fatto all’Ucraina (e altrove, ma ci arriveremo)?

Nel lungo periodo, Putin non può vincere la sua guerra. Ma sulla strada verso la sconfitta lo attende un’enorme devastazione.

Una prima versione dell’articolo è apparsa sul sito di Cepa

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