È essenziale che se e quando si aprirà il “tavolo” sulla previdenza non ci si focalizzi sulla transizione immediata da Quota 100 ma si guardi al medio e lungo periodo per iniziare da ora ad allestire una riforma graduale e progressiva. Il commento di Giuseppe Pennisi

Dal 26 al 29 maggio 2022 a Villa Borghese, a Piazza di Siena, è in corso il concorso ippico ritenuto il più bello del mondo. Forse per questo motivo, al Congresso della Cisl in corso dal 25 al 28 maggio alla Fiera di Roma, il leader dell’organizzazione Luigi Sbarra, ha presentato una proposta che assomiglia alla scoperta del cavallo da corsa, insistendo che Draghi (nel suo discorso all’assemblea) la accogliesse: tutti in pensione a 62 anni di anni di età. Il presidente del Consiglio non ha reagito.

È bene, allora, fare il punto su che cosa si parla, spesso a vanvera, sempre in modo approssimativo o per sentito dire. La riforma del 1995 (la legge n. 335 varata dal governo Dini) si fece carico di superare lo squilibrio determinato dal sistema retributivo che, in sostanza, a fronte anche dell’incremento dell’attesa di vita, tendeva a regalare ai pensionati un certo numero di anni di prestazioni non coperti dal montante contributivo.

Va ricordato, tuttavia che nel regime retributivo non era tutto una cuccagna. Erano previsti dei correttivi: all’inizio un tetto massimo all’importo delle pensioni, di 12 milioni di lire annui poi raddoppiati a 24 milioni. Intervenne, però, una sentenza della Consulta che dichiarò illegittimo il tetto, per il fatto che operava solo sulla prestazione e non sulla contribuzione, la quale, invece, era applicata sull’intera retribuzione percepita. Quando con il metodo di calcolo contributivo si potrà andare in pensione a qualsiasi età dopo avere contribuito per venti anni.

Naturalmente, tanto più piccolo è il montante contributivo accumulato tanto è più piccolo l’assegno pensionistico. Inoltre, dato che la crescita del montante è agganciata a quella dell’economia, tanto più lenta è quest’ultima tanto è più piccolo è il montante. Il sindacato dovrebbe chiedere a gran voce riforme strutturali per facilitare la produttività e la crescita economica. Il resto è perdita di tempo che rischia di danneggiare pesantemente i futuri pensionati.

È prioritario riorientare le politiche pubbliche (e la spesa pubblica) in favore delle giovani generazioni. Tale riorientamento non si potrà fare senza mettere mano ad un sistema previdenziale oggi troppo mirato alle generazioni che stanno per andare a riposo. Le dinamiche demografiche e del mercato del lavoro si presentano ora molto differenti da quelle che nel 1995, quando venne introdotto il meccanismo contributivo per il calcolo delle spettanze (Ndc- Notional Defined Contributory per utilizzare il lessico internazionale), meccanismo che avrebbe dovuto funzionare come “pilota automatico”.

Da un lato, l’invecchiamento della società italiana pare più rapido di quanto preconizzato nel 1995. Da un altro, il mercato del lavoro non è più caratterizzato da impieghi e carriere di lungo periodo, ma, a differenza di quanto stimato nel 1995, frammentato e con impieghi che si alternano a periodi di disoccupazione o di lavoro autonomo.

Eloquenti i dati del centro studi “Itinerari Previdenziali”: occorre cercare di equiparare le condizioni di coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, ed avrebbero un trattamento “contributivo puro”, con quelle dei “retributivi” e dei “misti”. Non solo per un elementare principio di equità (in un sistema “a ripartizione” come l’attuale sono costoro che finanziano i trattamenti dei “retributivi” e dei “misti”) ma anche perché se, come ci si augura, passata la pandemia, riprende la tendenza di una più lunga aspettativa di vita, i “contributivi puri” corrono il rischio di non andare in quiescenza prima dei 71 anni ed avere trattamenti inferiori dello stesso “assegno sociale” (oggi di circa 520 euro al mese).

È essenziale che se e quando si aprirà il “tavolo” sulla previdenza non ci si focalizzi sulla transizione immediata da Quota 100 ma si abbia quella che gli anglosassoni chiamano the long view, ossia si guardi al medio e lungo periodo per iniziare da ora ad allestire una riforma graduale e progressiva che affronti i problemi di coloro che andranno in pensione tra vent’anni. La transizione, infatti, non può che essere graduale in quanto comporterà inevitabilmente un riassetto della spesa sociale, decurtando od eliminando poste meno prioritarie (ad esempio, il così detto “reddito di cittadinanza”).

Sulla base delle esperienze di Paesi che hanno risolto i loro problemi previdenziali, si può prendere l’avvio da una proposta di legge presentata nella quattordicesima legislatura: un sistema come uno sgabello a tre gambe, di cui due obbligatorie ed una volontaria, articolato su una gamba finanziata dalla fiscalità generale, una contributiva (agganciata alle retribuzioni) e una complementare (per chi può e vuole). Strada lunga ed impervia ma più tardi la si imbocca, più difficile diventa.

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