Da Draghi a Johnson fino alla svolta Scholz. A due mesi dall’invasione il fronte occidentale si compatta e l’operazione speciale di Vladimir Putin si conferma un fallimento speciale. Il commento di Joseph La Palombara

Raramente nella storia una guerra ha suscitato una così ampia condanna nella comunità internazionale come quella scatenata dalla Russia in Ucraina. Una condanna che ora, a due mesi dall’inizio, chiama in causa anche i leader religiosi mondiali. Questa settimana abbiamo scoperto che a metà marzo, in una conversazione telefonica, papa Francesco ha messo in guardia il patriarca Kirill, leader della Chiesa ortodossa russa, invitandolo a desistere dall’aperto sostegno per un criminale come Vladimir Putin.

C’è chi in queste settimane ha paragonato il sostegno religioso alla guerra di Putin al silenzio di una parte del Vaticano davanti ai crimini nazisti commessi durante la Seconda guerra mondiale. Kirill da parte sua non fa mistero di considerare l’invasione dell’Ucraina perfettamente giustificabile.

I dettagli della telefonata con papa Francesco rimangono ovviamente ignoti al grande pubblico. E tuttavia è già stato rivelato abbastanza per sostenere che il papa abbia chiarito in modo inequivocabile che sostenere la guerra russa è un’azione non solo sbagliata ma anche profondamente irreligiosa.

Le parole di Francesco fanno eco a quelle espresse da una parte del fronte politico italiano. Il premier Mario Draghi si è distinto per quella stessa schiettezza che lo ha reso famoso alla Banca centrale europea. Di fronte all’intera Ue ha dichiarato senza mezzi termini che è un errore madornale mettere sullo stesso piano l’invasione russa e la resistenza ucraina. Una forma di supporto a Putin neanche troppo latente ahimé molto diffusa non solo in Italia ma in tutto l’Occidente.

Draghi ha sottolineato due fattori cruciali. Il primo: la condanna senza se e ma dell’invasione. Il secondo: la natura “eroica” della resistenza ucraina. Trattare questa tragedia alla stregua di una semplice guerra fra due Stati sovrani – esercizio molto comune nel dibattito italiano – significa non voler guardare in faccia la realtà.

È plausibile pensare che Draghi abbia chiarito in anticipo la sua linea con i leader europei e occidentali. Le sue parole vanno di pari passo allo sforzo per affrancarsi dal petrolio, dal gas e da altre fonti di energia russa. Il costo mastodontico di questa dipendenza da Mosca è ormai evidente nel calcolo giornaliero del conto della crisi. A Strasburgo Draghi lo ha ricordato con quella stessa leadership dimostrata da Angela Merkel quando era timoniera indiscussa dell’Unione europea.

Dubito invece che Putin, un uomo accecato dalle sue ambizioni, abbia anticipato e prevenuto l’ondata di condanne che le sue azioni avrebbero generato. Al di là dei continui sforzi per dialogare di Emmanuel Macron, prima e dopo la rielezione, il fronte dei leader europei marcia nella stessa direzione. Boris Johnson guida la fila degli avversari di Putin, il cancelliere tedesco Olaf Scholz la chiude.

La compattezza politica e la decisione di spezzare il laccio energetico russo sono l’effetto collaterale che ben riprova la lucida follia del piano di Mosca. È vero, viene ripetuto di continuo, la Cina può prestare denaro a Putin e forse anche comprare una parte del petrolio che Putin è solito vendere all’Occidente. Ma il presidente Xi Jinping ha abbandonato da tempo, se mai c’è stata, l’illusione di una vittoria certa da parte russa. E ha ormai ben presente gli enormi costi che la Cina dovrebbe sostenere se prestasse soccorso a Mosca. In ogni caso, qualsiasi calcolo abbia fatto Putin all’inizio si è dimostrato clamorosamente sbagliato.

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