L’Italia risente della mancanza di investimenti nel settore sanitario, soprattutto nell’ambito della tecnologia e della ricerca. La testimonianza e il commento di Giuseppe Pennisi

La stampa quotidiana e la televisione hanno mostrato il vero e proprio caos in ospedali e pronto soccorso per la carenza di medici, infermieri e personale socio sanitario.

Si è messo l’accento sul caso di Vicenza ma la situazione è tale e quale in gran parte d’Italia, come sostengo da quando, oltre due anni fa, il Paese aveva la possibilità di avere accesso al Mes (Meccanismo europeo di stabilità) sanitario.

Per circa un mese, la mia firma non è apparsa né su questa né su altre testate perché sono stato ricoverato in un prestigioso ospedale romano e, per un pasticcio burocratico, non ho potuto essere ospitato tra i solventi, utilizzando le mia assicurazione Casagit, ma ho dovuto transitare tramite il pronto soccorso – un giorno e mezzo – prima di arrivare al reparto. Personale medico valentissimo ma scarso ed ancora più scarso quello infermieristico e socio sanitario, pur essenziale per la cura personale dei pazienti. Dopo un mese e mezzo dal ritorno a casa, non mi sono ancora ripreso dal mese circa in una piccola branda, che ha causato la perdita delle capacità motorie e di 15 chili. Quindi, ritengo verissime le cronache riportate in questi giorni da stampa e televisione.

Per fortuna, la situazione non è così in tutta Italia: quattro anni fa sono stato ricoverato per una settimana in un ospedale provinciale della Romagna (ero in viaggio) ed anche in corsia il trattamento alberghiero era ottimo. Di grande classe, poi, quello dell’ospedale di Arezzo specializzato in urologia, dove mi sono recato per un intervento.

Temo, però, che si tratti di poche realtà e che, dopo anni di restrizioni alla spesa sanitaria e per non avere voluto utilizzare le risorse del Mes sanitario per parare falle quando ai problemi normali del settore si è aggiunta l’emergenza Covid, gran parte degli ospedali siano nella situazione descritta in questi giorni nelle cronache giornalistiche e televisive. Una situazione non certo degna del secondo Paese più industrializzato dell’Unione europea, membro del G7 e che ha l’ambizione di contare nelle scelte internazionali.

Il problema è ancora più grave perché in molti altri Paesi (si scorra il Technology Quarterly) si sta coniugando da anni medicina e tecnologia sia per fare diagnosi precoci e più spedite e sia per trattamenti più mirati. Si utilizzano i “wearables” (ossia oggetti che si portano sul corpo, da braccialetti a confezioni speciali di smartphone) e che sono in grado di monitorare 24 ore su 24 non solo i parametri essenziali (temperatura, pressione) ma anche l’andamento di patologie specifiche e di segnalare prontamente anomalie. Ci sono circa 500 «wearables» sul mercato. Ovviamente non sostituiscono il personale medico, anzi devono essere utilizzate da medici e infermieri addestrati nel loro uso. I wearables stanno trasformando il monitoraggio dei pazienti e la ricerca medica. Interessante notare che da anni la Banca Mondiale fa prestiti ai Paesi in via di sviluppo nel settore sanitario per promuovere i wearables che rendono più efficiente e più efficace l’impiego dello scarso personale medico. I wearables non sono che uno dei frutti della ricerca sanitaria di cui in Italia se ne fa molto poca, specialmente nel campo che coniuga sanità e tecnologia.

Siamo “nelle stalle”. Vogliamo arrivare “alle stelle”, parafrasando un celebre proverbio? Dipende da noi.

Condividi tramite