Nel 1990, mentre il partito votava su di lei, la Lady di ferro era in missione in Francia. Rientrata a Londra, si limitò a promettere di “combattere” ma poche ore dopo si dimise. Forse è anche guardando a questo precedente che oggi Johnson, dopo le pesanti sconfitte elettorali, non vuole tornare in patria anticipatamente

Quando, nel novembre del 1990, i deputati tory venivano chiamati per votare la fiducia alla leader e primo ministro Margaret Thatcher, lei si trovava in missione in Francia. Tornata a Londra dopo la firma della Carta di Parigi, documento che ha gettato le basi dell’Osce, promise di “combattere”. Ma non fu così. Nella notte, infatti, capì che lei e il suo governo erano ormai isolati e annunciò le dimissioni.

Molti oggi a Londra, e non solo, ripercorrono questo precedente dopo che il Partito conservatore ha perso due seggi importanti nelle elezioni suppletive tenutesi ieri: il feudo rosso di Wakefield, nello Yorkshire, tornato dopo soltanto tre anni al Partito laburista con il candidato Simon Lightwood che sostituirà il conservatore Imran Ahmad Khan, condannato a 18 mesi di carcere per aggressione sessuale ai danni di un quindicenne; il feudo blu di Tiverton and Honiton, nel Devon, che il candidato liberaldemocratico Richard Foord ha conquistato con 6.000 preferenze in più su quello conservatore (per dare una dimensione della sconfitta: nel 2019 il tory Neil Parish aveva vinto con 24.000 voti in più del secondo, la laburista Liz Pole).

Per i conservatori la situazione è critica: sta “restituendo” ai laburisti molti degli ex feudi rossi conquistati sull’onda della Brexit e della spinta populista e sta registrando diverse brucianti sconfitte per mano dei liberaldemocratici.

Una terribile sveglia questa mattina per Boris Johnson, leader tory e primo ministro, che mentre ciò accadeva si trovava a Kigali, in Ruanda, prima tappa di un tour all’estero che durerà più di una settimana. Rientrerà in patria soltanto venerdì prossimo, dopo i summit G7 e Nato, ma già a Londra c’è chi chiede il suo rientro in fretta e furia. Neppure a Kigali il clima appare disteso: con il Ruanda il governo britannico ha concordato la politica sull’invio dei migranti che ha acceso le critiche, riportate dalla stampa, perfino del principe Carlo, l’erede al trono anch’egli in visita nel Paese.

Ma il primo ministro si è svegliato con un’altra brutta notizia: le dimissioni di Oliver Dowden da presidente del Partito conservatore e da ministro senza portafoglio (carica che per tradizione spetta al presidente del partito di maggioranza). “Le elezioni suppletive di ieri sono l’ultimo di una serie di pessimi risultati per il nostro partito”, ha scritto. “I nostri sostenitori sono angosciati e delusi dai recenti eventi e io condivido i loro sentimenti”. Ha aggiunto che “qualcuno deve assumersi la responsabilità” e che le dimissioni sono “una decisione profondamente personale, che ho preso da solo”. Tradotto: Dowden si sta assumendo la responsabilità dove Johnson ha fallito, diventando il primo ministro del gabinetto a dimettersi, almeno implicitamente, per il Partygate.

Per ora, di tornare a Londra, non se ne parla. Johnson ha fatto sapere ai media di essere impegnato in contesti globali su questioni cruciali come la guerra in Ucraina e l’ascesa della Cina. D’altronde, il primo ministro sa di non poter più dormire sonni tranquilli. Nelle scorse settimane il Partito conservatore gli ha rinnovato la fiducia ma con una percentuale di sì inferiore a quella ottenuta nel 2018 dall’allora leader Theresa May, soltanto sei mesi prima di essere costretta a dimettersi. Johnson sa bene che c’è chi sta lavorando per cambiare le regole del partito che prevedono che prima di chiedere un nuovo voto di sfiducia dovrà passare almeno un anno. Inoltre, c’è un altro pericolo: finora il governo ha retto in maniera piuttosto compatto, ma se altri ministri dovesse seguire Dowden allora l’esecutivo potrebbe venire pesantemente destabilizzato. “Questo dimostra anche perché i ‘ribelli’ più organizzati volevano aspettare fino a dopo le elezioni suppletive per far partire un voto di sfiducia”, ha scritto lo Spectator, settimanale di riferimento della galassia conservatrice britanica. “Sembra già che un voto oggi porterebbe a un risultato peggiore per Johnson”.

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