L’Unione europea ci ha teso una mano rendendoci i principali beneficiari del Next Generation Eu. La Bce ci ha dato un vero e proprio abbraccio allestendo uno strumento fatto proprio per l’Italia che in effetti ne è stato il principale Paese beneficiario. E da parte nostra? Il commento di Giuseppe Pennisi

I timori e i tremori dei mercati finanziari (soprattutto di quello italiano) mostrano lo spettro del 2011, quando il Capo dello Stato dovette chiamare Mario Monti a formare un governo prevalentemente tecnico per formulare ed attuare un programma molto severo di finanza pubblica dato si temeva un’insolvenza che avrebbe potuto portare l’Italia fuori dal perimetro dell’unione monetaria europea.

Lo spread sta correndo velocemente, gli indici di borsa stanno scendendo con pari alacrità. I risultati delle elezioni comunali e, ancora di più, dei referendum sulla giustizia, mostrano con i loro alti tassi di astensione una marcata disaffezione tra elettori ed eletti, ove non tra cittadini e mondo della politica. Abbiamo già una “riserva della Repubblica” (Mario Draghi) alla guida di una vasta coalizione che include quasi tutte le forze politiche con una rappresentanza significativa e nutrita in Parlamento. È impossibile trovarne un’altra a pochi mesi dalla fine naturale della legislatura, mentre i partiti e i movimenti stanno sbandierando gli stendardi che – credono – siano più apprezzati dai loro elettorati di riferimento.

La situazione di contesto appare molto più complessa di quella del 2011, quando – come ha rilevato un recente lavoro di Lorenzo Codogno il quale è stato direttore generale per l’analisi economica a Via Venti Settembre – certe ambiguità della Banca centrale europea (Bce) accelerarono la crisi.

Questa volta non ci sono state ambiguità da parte delle autorità monetarie europee. Su questa testata sono alcuni mesi che mettiamo in evidenza le indicazioni sempre più chiare della Bce secondo cui le misure monetarie straordinarie (ossia le varie forme di Quantitative Easing) sarebbero state eliminate tra la primavera e l’inizio dell’estate 2022 (come è effettivamente stato deciso la settimana scorsa) e che a fronte di un’ondata d’inflazione non più da considerarsi come un’infiammata di brevissimo periodo sarebbero aumentati i tassi d’interesse in Europa (come, peraltro, già avvenuto negli Usa ed in altri Paesi). Altro evento che si sta verificando puntualmente. Quindi, grande chiarezza da parte di un organo collegiale di cui fanno parte 19 banche centrali delle quali solo sei sono alle prese con un rapporto tra debito della pubblica amministrazione e Pil da destare qualche preoccupazione ed unicamente due (Grecia ed Italia) accoppiano l’alto debito con più di vent’anni di stagnazione della produttività e bassissima crescita macro-economica.

L’Unione europea (Ue) ci ha teso una mano rendendoci i principali beneficiari del Next Generation Eu. La Bce ci ha dato un vero e proprio abbraccio allestendo uno strumento fatto proprio per l’Italia che in effetti ne è stato il principale Paese beneficiario.

E da parte nostra? Abbiamo confuso la Recovery Facility del Next Generation Eu con un maxi fondo strutturale, senza tenere conto che l’essenza del nostro “contratto” con gli altri 26 Paesi dell’Ue è nelle riforme (che traccheggiamo da decenni) di cui il finanziamento degli investimenti è unicamente un supporto.

Senza dubbio – è il loro compito istituzionale – le ambasciate a Roma degli altri 18 Paesi dell’unione monetaria e la rappresentanza della Commissione europea informano le loro sedi centrali su quanto sta avvenendo in materia di quelle riforme indispensabili per accelerare la crescita. In termini di concorrenza, ad esempio, si sta facendo poco o nulla per porre fine al lucro delle concessioni balneari e dei taxi. In termini di giustizia, restiamo a chilometri di distanza non solo dal resto dell’Ue ma anche di quello che fu il diritto pubblico dell’economia nei due periodi di crescita sostenuta dell’Italia (l’età giolittiana e gli anni del miracolo economico).

È la larga maggioranza ad essere ambigua ed ad esserlo ancora di più man mano che si approssima la fine della legislatura. I nostri partner europei sono scorati. Ma non ci possono fare nulla.

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