Domenica 5 giugno è la Giornata mondiale dell’Ambiente. L’industria da un lato deve investire nell’economia circolare, anche in fatto di cibo, dall’altro deve aumentare la resilienza e la sostenibilità delle filiere di approvvigionamento, nell’ottica di una trasformazione radicale della produzione alimentare. L’intervento di Antonio Picasso, Competere.Eu

Ricordate i delfini nel Canal Grande a Venezia ai tempi del lockdown? C’è un mondo ambientalista che sogna di rivivere tutti i giorni quelle immagini. E poi c’è il mondo reale, fatto di convivenza tra uomo e natura, con il primo che da sempre adatta la seconda per soddisfare le proprie esigenze. In giornate come queste, è facile scadere nella retorica degli esami di coscienza.

Ed è stato proprio il Covid – causa principe di quella nuotata libera in Laguna – a fare da acceleratore a una serie di criticità che dovrebbero indurre anche i più idealisti degli ambientalisti a un processo di disincanto e così contribuire a definire soluzioni applicabili al tanto agognato processo di transizione ecologica.

È alla fine del 2020 infatti che si inizia a parlare di crisi delle materie prime. Lo sforzo di recupero produttivo di Cina e Usa strozza le forniture. Poi arriva la guerra russo-ucraina che fa letteralmente da tappo ad alcune di esse (gas, grano, girasole, acciaio…). Covid e conflitto restano però l’elemento detonante a una struttura produttiva e di distruzione ormai insostenibile.

Torna esemplare in questo la filiera globale dell’agroalimentare. Problemi demografici, squilibri economici e instabilità politiche hanno posto questo cluster tra le prime emergenze dell’agenda geopolitica praticamente di tutti i governi. Democrazie e non.

A monte della mancanza di materie prime agricole – notizia in realtà da ridimensionare – ci sono certamente lo squilibrio nella distribuzione delle risorse idriche, deforestazione, fenomeni metereologici devastanti per i raccolti – tifoni in India, desertificazione in Africa, incendi in Canada e Australia – come anche i processi di lavorazione propri dell’agricoltura tradizionale, tra i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio e metano. Si potrebbe aggiungere una diffusa ineducazione alimentare, che va dalla fame nelle aree più depresse del pianeta allo spreco del cibo nelle società più abbienti.

Tuttavia, nell’illusoria attesa di rivedere i delfini a Venezia – prima del Covid penso che non vi sguazzassero dai tempi di Casanova – c’è chi preferisce colpevolizzare l’azione umana, invece che trovare soluzioni. Del resto è pop puntare l’indice contro chi produce. Mentre è complesso concentrare idee e risorse per generare un Piano B, che magari potrebbe rivelarsi una strategia di lungo periodo.

Da tempi non sospetti, Competere è impegnato nell’osservare le dinamiche dei mercati globali delle materie prime agricole. Prendendo come esempio virtuoso l’olio di palma – sostenibile come prodotto, vedi le certificazioni internazionali, e resiliente come filiera, in quanto non vincolata a un solo Paese produttore – siamo giunti alla conclusione che per l’Europa – per la sua stabilità politica e la competitività economica – è tempo di varare un piano strategico delle materie prime. La nostra industria di trasformazione da un lato deve investire nell’economia circolare, per dare nuova vita a prodotti, elementi e componenti che si presumono esausti. Anche in fatto di cibo. Dall’altro deve aumentare la resilienza e la sostenibilità delle filiere di approvvigionamento, nell’ottica di una trasformazione radicale della produzione alimentare, a sua volta impegnata a rispettare criteri di sostenibilità. Zero deforestazione, conservazione di habitat naturali e biodiversità, introduzione di pratiche agricole a bassa emissione di carbonio, anche ricorrendo alle innovazioni tecnologiche della smart agrifood.

Ma questo piano bellissimo e realistico è possibile grazie a una politica industriale, in cui le forze produttive e tanto meno i Paesi da cui importiamo non vengano messi alla gogna, bensì valorizzate per le loro best practice in fatto di green e social. Chiudere le frontiere a certi prodotti, lasciarli in balia di speculazioni finanziarie ed etichettarli come insalubri, a mo’ di lettera scarlatta, sono anch’esse pratiche Nimby che rischiano di ghettizzarci, precludendoci lo scambio virtuoso del libero commercio e alimentando livori post-coloniali che certo non fanno bene alla stabilità geopolitica.

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