L’attuale situazione di blocco delle vie marittime del Mar Nero potrebbe avere ricadute catastrofiche a livello umanitario, stante il blocco delle esportazioni del grano ucraino. Di fronte a questo scenario la comunità internazionale, e in particolare l’Europa, devono rispondere proponendo, magari in sede Onu, l’avvio di un’operazione internazionale che mette in sicurezza le rotte commerciali del bacino. Il punto del generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare

Se è comprensibile la ritrosia della comunità internazionale a intervenire con proprie forze nel conflitto russo ucraino, lo è molto meno l’inattività generale di fronte alla condizione di stallo permanente cui si sta avviando anche la questione del grano bloccato nei porti ucraini del Mar Nero. Un intervento militare di forze estranee ai due Paesi in guerra, volto a sparigliare una situazione avviata anch’essa a essere governata da sterili dichiarazioni, pare quindi urgente e inevitabile.

Per contro, ancora una volta la sta facendo da padrone il disordine nel mettere a fuoco le competenze di ognuno, tante voci fuori dal coro con i direttori d’orchestra che stentano a riprendere la scena. In particolare, trattandosi di un problema che in prospettiva causerebbe fame in molti Paesi nel mondo, catastrofi umanitarie, migrazioni di massa e tensioni sociali, pare ineludibile un intervento delle Nazioni Unite.

Perché, per esempio, l’Europa, o meglio alcuni Paesi europei, non si fanno promotori presso l’Onu di una iniziativa presentando una bozza di Risoluzione con la quale si autorizzi la creazione di una cornice di sicurezza volta a riaprire le vie marittime del Mar Nero? Difficile pensare a una bocciatura in Consiglio permanente quando Putin stesso ha più di una volta dato luce verde alla riapertura dei porti e all’agibilità del Mar Nero purché gli ucraini provvedano alle operazioni di bonifica dalle mine disseminate ovunque.

E seppure l’impegno di non ostacolare la ripresa dei traffici marittimi manifestato pubblicamente da Putin dovesse rientrare tra il catalogo di bugie che contraddistinguono questo conflitto, la responsabilità di porre il veto a un provvedimento dalle conseguenze umanitarie catastrofiche ricadrebbe interamente sulle sue spalle della Russia con tutte le conseguenze sulla sua credibilità e reputazione internazionali, anche e soprattutto negli anni a venire, quando intere popolazioni sapranno chi maledire.

Con la stessa risoluzione l’Onu dovrebbe individuare l’organismo o i Paesi cui affidare la missione militare ovvero, come nel caso della rivoluzione libica del 2011, lasciare libertà di scelta alla comunità internazionale di organizzarsi al meglio per portare a compimento la missione.

Nel caso specifico non vi è dubbio che un ruolo significativo vada affidato alla Turchia, così come è opportuno che gli Stati partecipanti siano scelti con cura particolare tra quelli che hanno capacità militari adeguate al compito specifico e che non urtino troppo la suscettibilità dei Paesi in guerra.

Sul piano tecnico, oltre alle attività preliminari di sminamento, andrebbe creato un vero e proprio scudo difensivo alle vie di navigazione mediante la predisposizione di misure di protezione aeree, marittime e subacquee, assistite da una intelligence particolarmente attenta, una vera e propria blindatura dell’area in cui la direzione delle operazioni venga messa in mani capaci ed esperte a guidare una macchina militare in cui finalmente anche le forze navali possano un ruolo centrale.

Destinatario naturale per la guida di operazioni di tale importanza sarebbe certamente la Nato, ma, se il suo ruolo dovesse risultare indigesto a qualcuno, la Turchia stessa, da anni impegnata con successo nella gestione di esercitazioni aeree complesse e multinazionali, potrebbe, con opportune integrazioni nel management, assumere il ruolo guida.

Insomma, sveglia. Che gli organismi internazionali si riapproprino delle proprie funzioni, che l’Europa dimostri che, una volta tanto, ha una visione comune cui dar seguito con iniziative concrete. La posta in gioco è alta, gli interessi altrettanto. E non solo dei paesi destinatari del grano ucraino ma, in diversa misura, di tutti, e in particolar modo di noi italiani.

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