La coalizione non regge più. Bennett lascia la guida del governo all’attuale ministro degli Esteri che avrà l’interim fino alla nascita del nuovo esecutivo. Tra un mese sarà lui ad accogliere il presidente degli Stati Uniti, in visita nel Paese prima di volare in Arabia Saudita

Israele torna alle urne alla fine di ottobre. Sarà la quinta volta in quattro anni, dopo due elezioni nel 2019, una nel 2020 e un’altra nel 2021, quella da cui è nato il primo governo senza Benjamin Netanyahu come primo ministro dopo 12 anni di fila. Naftali Bennett, l’ex delfino di Netanyahu e leader di Yamina, e Yair Lapid, fondatore del partito centrista Yesh Atid, hanno dichiarato in una dichiarazione congiunta di aver “esaurito le opzioni per stabilizzare” la loro ampia coalizione appena un anno dopo la sua nascita e hanno annunciato che la prossima settimana si voterà alla Knesset lo scioglimento dello stesso parlamento. Successivamente Lapid, oggi ministro degli Esteri, prenderà il posto di Bennett come primo ministro anticipando di fatto una rotazione programmata per l’estate del 2023. Sarà, però, un incarico ad interim fino alla nascita del prossimo esecutivo.

“Il fatto che Lapid sia diventato premier per questo periodo è stato un risultato non scontato”, ha osservato Yair Rosenberg, firma dell’Atlantic. “Netanyahu avrebbe potuto creare un nuovo governo senza elezioni. Oppure Bennett avrebbe potuto sciogliere la coalizione in modo da mantenere la carica di premier fino alle elezioni”. Lui e Lapid, il cui rapporto viene descritto dai media locali come buono e cordiale, hanno optato per questa soluzione che garantisce a Bennett l’occasione di presentarsi come responsabile. Ma attenzione. Lo stesso Rosenberg avverte: “Ci sono molte persone, sia nella maggioranza sia nell’opposizione, che non vogliono che Lapid sia primo ministro nemmeno per questo periodo intermedio. Tra questi, ovviamente Netanyahu, ma anche membri della coalizione che potrebbero non volere le elezioni. Ci saranno tentativi di mandare a monte questo piano”.

Ma le dinamiche interne si intersecano con quelle internazionali. Quando il presidente statunitense Joe Biden arriverà in Israele tra meno di un mese (prima tappa di un viaggio mediorientale che lo porterà anche in Arabia Saudita), sarà con buona probabilità accolto da Lapid, figura molto apprezzata dal mondo democratico americano e dalla stessa amministrazione. In cima all’agenda dei colloquio c’è, inevitabilmente, l’Iran. Tra Lapid e Bennett non ci sono grandi differenze nella sostanza. Ce ne sono di più, invece, nello stile. Lapid è stato critico verso l’accordo nucleare, proprio come Bennett, e di recente ha spiegato al Jerusalem Post che sostiene la Dottrina Octopus, affermando che “se l’Iran porta la guerra alle porte di Israele, la guerra arriverà in Iran”.

Nei giorni scorsi la testata americana Axios ha rivelato che gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di astenersi da qualsiasi azione in Cisgiordania e a Gerusalemme che possa creare tensioni in vista della visita del presidente Biden. Era uno dei timori americani in vista del viaggio.

L’altro era legato proprio alla stabilità della coalizione di governo. Che ne sarà dei tentativi statunitensi di mediare una normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita? È un interrogativo a cui molti oggi cercano una risposta guardando con preoccupazione al fatto che a Gerusalemme ci sarà presto un primo ministro ad interim. Ma non bisogna sottovalutare un aspetto: che spesso queste trattative vengono condotte più dagli apparati di sicurezza che dalla politica.

(Foto: Twitter @NaftaliBennett)

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