Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al libro pubblicato dalla Camera dei Deputati che raccoglie i discorsi politici e parlamentari di Massimo Caprara. Il nipote Maurizio racconta i primi anni dello zio, la guerra, la nascita della rivista “Latitudine” dove scrissero anche Napolitano, La Capria, Patroni Griffi. La vita di un ragazzo di Portici che attraverso suo impegno politico nel Pci (da cui fu radiato quando aderì al “Manifesto”) ha incrociato la storia di milioni di italiani

Scelto nel 1944 come segretario particolare da Palmiro Togliatti, Massimo Caprara ha avuto indubbiamente nel suo percorso collocazioni politiche diverse da quelle di partenza. Dopo essere stato collaboratore del segretario generale del Partito comunista italiano e poi componente del Comitato centrale, venne radiato dal Pci nel 1969 con “il Manifesto”, gruppo non allineato di cui fu tra i fondatori. Uscito dalla nuova formazione nel 1972, impiegò l’esperienza e le conoscenze acquisite per descrivere e analizzare, su giornali e in libri, risvolti pubblici e versanti non palesi della politica italiana.

Da uomo senza partito non ricorse a sconti né a delicatezze nell’esprimere le critiche radicali progressivamente elaborate verso l’ideologia comunista, verso orrori commessi in Unione Sovietica che prima non aveva compreso o voluto comprendere o non erano venuti del tutto alla luce, verso comportamenti di settori della sinistra giudicati tatticismi privi di orizzonti oppure protesi in direzione di mete sbagliate. Non per questo Massimo Caprara divenne altro da sé o rinnegò se stesso. Capita di rado che chi fa politica possa mantenere rettilineo il proprio itinerario per la durata di un’intera vita.

A indurre a effettuare svolte basta di per sé la varietà delle vicende delle quali una persona impegnata in un partito o in un movimento ha occasione di occuparsi nel corso del tempo. Rispetto a tesi sostenute all’inizio della propria militanza, i cambiamenti possono risultare più o meno marcati. A ciò può accadere che si sommino, per chi ha scelto di darsi orizzonti ideali, ripensamenti su dettagli o sull’interezza di teorie condivise in precedenza. Ma tutto ciò non esclude che anche tra le curve e tra i tornanti del cammino di un’esistenza trascorsa in politica, o comunque in relazione con la politica, siano riconoscibili robusti elementi di continuità.

Dichiarate o meno, coerenze radicate e di lunga durata possono persistere nel pensare e nell’agire di un o una dirigente di formazioni politiche anche quando dovessero cambiare, oppure estinguersi, le organizzazioni di appartenenza. Individuare coerenze del genere aiuta a distinguere una personalità da altre, a riscontrarne la specificità, e a comprendere meglio le sue affinità e compatibilità con ambienti politici e culturali. «Non sono più comunista ma non diventerò mai anticomunista», scrisse Massimo Caprara nel 2004, a sua nipote Flaminia, in una lettera che compare nell’appendice di questo libro.

Richiesto allora da una bambina di spiegare come si considerasse politicamente, si definì “piuttosto al Centro”. Quasi come se rifiutasse di arrestare i propri passi adattandosi a una posizione statica, riservò le pronunce risolute a osservazioni e principi che reputava più sostanziali: «Posso dire forse che non sono né di Destra o di Sinistra: semplicemente Uomo con le sue debolezze e le sue forze, che ama la Libertà e conserva amore per la Democrazia. La giustizia uguale per i ricchi e i poveri è il mio ideale».

UN VIAGGIO TRA CORREZIONI DI ROTTA E CONTINUITÀ

Benché da ragazzo si fosse immesso nell’involucro di un costume ideologico che per tanti, e anche per lui, ebbe costrittivi tratti di acciaio, Massimo Caprara non lo aveva fatto per una propensione alla sottomissione. Nel suo primo colloquio con Togliatti in un appartamento di via Broggia a Napoli, il primo maggio 1944, il giovane antifascista dovette rispondere innanzitutto a domande sulla letteratura. Fu una sorta di esame senza programma didattico stabilito, e su diverse materie. L’esaminato trasse vantaggio dalle proprie letture di studente e dalla dimestichezza con l’arte recepita a Milano quando frequentava il liceo Manzoni ed era stato ospite dallo zio Adriano Pallini, sarto e collezionista di quadri e sculture che come clienti e amici aveva pittori tra i quali Giorgio De Chirico, Massimo Campigli, Mario Sironi.

Dall’incontro in via Broggia il ventiduenne Massimo Caprara ricavò l’impressione che Togliatti fosse «un intellettuale pedagogo dalla mente spregiudicata, alacre e bene ordinata», come più tardi avrebbe raccontato a Roberto Fontolan in Riscoprirsi uomo3. Gratificato dal venire ascoltato da un interlocutore che in cerchie ristrette era leggendario, che era venuto in aereo e nave dalle Russie passando per l’Africa, e di certo era capace di incutere soggezione, lo studente di giurisprudenza ricevette il compito di coordinare la futura redazione di “La Rinascita”, rivista comunista tutta da creare. Pochi giorni dopo, durante un viaggio verso Salerno, la città dell’Italia divisa che Togliatti doveva raggiungere nella sua qualità di ministro nel Governo Badoglio II, il capo del Partito affidò a Massimo Caprara anche l’incarico di segretario particolare4. Fu la percezione che le nuove mansioni non avrebbero dovuto imporre una rinuncia al proprio senso critico a indurre il giovane militante a proseguire nel cammino profilatosi.

La carta sulla quale stampare “La Rinascita” Togliatti dispose che venisse chiesta al “Colonnello Merryll”, un ufficiale dell’VIII armata britannica in servizio a Napoli. Precisamente, nella sezione delle forze alleate per la guerra psicologica, Psychological Warfare Branch. Il colonnello era Renato Mieli, ebreo nato ad Alessandria di Egitto, mente acuta e portata al disincanto. Quando Massimo Caprara contattò il colonnello gli sentì esprimere «un’adesione consapevole senz’enfasi al comunismo sovietico nel momento del suo schierarsi contro Hitler, ma anche una sua moderazione nel condividerne storia e vicende interne del gruppo dirigente».

Questa fu la sintesi della conversazione che Massimo Caprara fornì nel libro L’inchiostro verde di Togliatti. Ne trasse la seguente valutazione: «Paradossalmente, immaginai che fosse per me possibile stare responsabilmente in un partito senza condividerne disciplinarmente tutti i comportamenti, anzi differenziandosene con elegante e coraggioso distacco (come Mieli), non confondendosi con la rozza brutalità di una pratica irta di fanatismo (alla Spano)».

Spano era Velio Spano, dirigente cresciuto, in Italia e all’estero, nella clandestinità. Da segretario di Togliatti, Massimo Caprara si concesse un’inusitata deroga all’obbedienza nei confronti dell’autorità politica suprema da sé riconosciuta. Si permise di autorizzare un sacerdote a benedire la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure6. Lo decise convinto che non sarebbe dispiaciuto alla propria madre, cattolica, la quale in seguito, per motivi di fede, avrebbe più volte negato al figlio comunista il voto sulla scheda elettorale. Accadde nell’aprile 1948, mese rovente di elezioni storiche. Il religioso era l’assistente ecclesiastico dei Comitati civici di Luigi Gedda schierati contro il comunismo, don Lucio Migliaccio, il quale nel 2007 confermò l’episodio a chi scrive queste righe. In quel giorno dell’aprile 1948 il sacerdote si era presentato in abito talare, senza alcun appuntamento, all’ingresso del quartier generale del partito nemico, nel centro di Roma. Chiese di procedere alla benedizione dei locali.

Stupita, la “Vigilanza” della sede comunista domandò direttive al funzionario più alto in grado presente nel palazzo. Al marxista e materialista Massimo Caprara la richiesta ricordava la benedizione del prete che la madre, ogni anno, accoglieva nella propria casa di Portici Bellavista. Concedere l’autorizzazione, da parte sua, non significò manifesta ribellione alle direttive del Partito né inibizione nei confronti di un’eventuale scomunica dei comunisti. Il decreto del Sant’Uffizio che la deliberò sarebbe stato promulgato nel 1949. Semmai la decisione di dare via libera alla benedizione derivava da un modo personale di conciliare, di fronte all’imprevisto, un impulso dettato da affetto di figlio e l’attenzione di Togliatti verso i cattolici. Era stato il capo comunista del “Partito nuovo” uscito dalla clandestinità, nelle votazioni dell’Assemblea Costituente, a rendere possibile che la Costituzione confermasse la validità dei Patti Lateranensi sottoscritti nel 1929 da Benito Mussolini.

La licenza concessa da Massimo Caprara a don Migliaccio poteva essere un’interpretazione di quella linea. Adottata in autonomia. Largamente estensiva, quanto meno. Contraddizioni e paradossi sono frequenti nella vita degli esseri umani. E tra le attività più tipiche della specie umana rientra la politica. Seppure con svariate eccezioni, allora i dirigenti e i funzionari del Pci avevano in se stessi, rispetto a italiani di altri partiti, una duplicità interiore. Una doppiezza meno machiavellica e solo indirettamente associabile a quella attribuita da parecchi analisti e avversari a Togliatti, protagonista della costruzione della Repubblica e contemporaneamente uomo legato a Mosca, dunque ritenuto dal centro e dalle destre un potenziale sovvertitore della Repubblica stessa. La duplicità non aveva in ciascuno proporzioni uguali e potrebbe essere riassunta come segue.

Quei dirigenti e quei funzionari erano italiani con indoli dissenzienti e tendenzialmente ribelli rispetto a un ordine costituito che identificavano in capitale, Stato, Chiesa. Se la loro attitudine all’insubordinazione poteva favorire contrasti anche duri all’interno del mondo comunista, secondo criteri leninisti essa doveva essere anche domata, modellata, temperata e resa funzionale all’occorrenza. Entravano perciò in campo criteri formativi utili a dotare il partito di disciplinati, rigorosi promotori della linea indicata dal segretario generale. Sia che la linea del momento fosse condivisa dal singolo dirigente sia che non lo fosse, tant’è che anche numerosi dei comunisti più rivoluzionari si adeguarono all’indicazione togliattiana di partecipare all’edificazione della Repubblica italiana. Il proposito della Rivoluzione, in essi, venne confinato tra le parentesi di una riserva mentale da realizzare in un futuro indeterminato.

Per sottrarsi al servizio militare in epoca fascista, stando a un’aneddotica familiare, Massimo Caprara da ragazzo si sarebbe leso una rotula. A colpi di gavetta sul ginocchio. L’indole insubordinata che poteva trasparire da quel gesto era probabilmente rispuntata nell’eliminare ostacoli alla richiesta di don Migliaccio, una pretesa quasi da incursore. Dalla seconda metà degli anni Sessanta nel deputato del Pci la componente ribelle prevalse più dell’accettazione della disciplina alla quale era stato chiamato, nei fatti, da giovane di apparato di partito.

Del resto era stata la conoscenza della letteratura, non una scialba vocazione a un acritico obbedire, ad aver indotto Togliatti a notare quel ragazzo mentre cercava un collaboratore da far lavorare vicino a sé. Gli interventi di Massimo Caprara raccolti in questo libro offrono fotogrammi di stagioni rilevanti nella storia politica e parlamentare d’Italia. Li forniscono senza ambire a inquadrare la realtà da angolature imparziali. Discorsi e testi a disposizione del lettore sono per lo più dovuti alla militanza in un partito o alla partecipazione a battaglie culturali. Sono dunque inevitabilmente di parte. Oltre a raccontare aspetti dell’Italia, consentono di ripercorrere tappe del tragitto tra formazioni politiche e correnti di pensiero compiuto da un italiano che, passando per luoghi non accessibili a tutti, effettuò una sua traversata del XX secolo e fu deputato per quattro legislature, dal giugno 1953 al maggio 1972.

Nell’ordine delle pagine, all’inizio della raccolta si trovano interventi che risalgono alla ricostruzione del nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale, tempi segnati anche dalla contrapposizione tra opposizione comunista e maggioranze di governo imperniate sulla Democrazia cristiana. Seguono interventi pronunciati alla Camera negli anni Sessanta mentre l’Italia conobbe uno sviluppo economico disomogeneo, nei mesi delle proteste giovanili e sindacali, in momenti che per la sinistra furono di successi e crisi. Altri discorsi e scritti attraversano la parte conclusiva del XX secolo e i primi anni del XXI. Nell’appendice, considerazioni di Massimo Caprara di anni della gioventù e sue riflessioni dell’età avanzata. Tra frammenti di un passato che è stato comune a numerosi italiani, si possono ravvisare gli elementi di continuità nell’azione e nelle idee del deputato. Almeno tre.

Il primo: la determinazione con la quale Massimo Caprara sosteneva proprie convinzioni non ha nel complesso eliminato un’altra inclinazione, la volontà di approfondire la conoscenza della realtà, di guardare le cose ricavando insegnamenti anche da sguardi diversi dal proprio. Coltivata da ragazzo, poi contenuta e mai soppressa, è una caratteristica che si accentuò durante la seconda metà dei 25 anni di militanza nel Pci. Come si può constatare nelle prossime pagine, gli interventi di Massimo Caprara nell’Aula di Montecitorio, il più delle volte, per quanto schierati pro o contro qualcosa erano costruiti sulla base di dati, sulla ricerca di riscontri il più possibile  fattuali a sostegno delle tesi sostenute. Un metodo che aveva premesse nella gioventù.

Nel gennaio 1944 un gruppo di studenti napoletani aveva dato vita a una rivista. La caduta del velo scuro della censura fascista stava sprigionando energie che non avevano potuto dispiegarsi in pieno durante un ventennio di dittatura. Con le parole “Latitudine – Contributi alla cultura” per testata, quei ragazzi mandarono in tipografia un fascicolo. Una trentina di pagine, in italiano con alcune parti in francese, contrassegnata dall’ambizione di contribuire con «una prima meditata approssimazione ad una nuova cultura europea». Il progetto si avvalse di versi del poeta surrealista Paul Eluard e del cattolico Pierre Emmanuel. Non superò la durata di un lampo. Si bloccò dopo la pubblicazione del numero uno. Mancavano i soldi e nella situazione magmatica della Napoli liberata (magmatica anche in senso letterale: l’ultima eruzione del Vesuvio fu nel 1944) il gruppo dirigente comunista cittadino sottopose i ragazzi più impegnati nella rivista a una confutazione ideologica prossima a un processo.

Le loro esplorazioni nel sapere letterario e artistico finirono sotto accusa. Gli inquisiti non erano neppure ancora iscritti al Pci o almeno non tutti. A “Latitudine” oggi potrebbe essere riconosciuto l’azzardo inventivo di una start-up senza fini di lucro. L’esperimento apparve innovativo, frutto di studi e ricerca. Generò un prodotto editoriale oscillante tra versi di poesia capaci di colpire chiunque e paragrafi di prosa fin troppo torniti, raffinati, elitari. In ogni caso, considerata l’età degli autori, un progetto di qualità non scontata. Tra coloro che scrissero articoli o tradussero poesie per “Latitudine”, oltre a Massimo Caprara che ne era stato eletto direttore, vi erano ragazzi inconsapevoli di essere destinati a fare strada. Giorgio Napolitano, che nella redazione coltivava il suo interesse per il teatro e nel secolo successivo sarebbe diventato Presidente della Camera e della Repubblica. Raffaele La Capria, che in anni seguenti avrebbe arricchito con testi intensi di illuminante originalità la letteratura italiana.

Luigi Compagnone, che sarebbe stato un altro autore di pregio di narrativa e poesia. Maurizio Barendson, destinato a una sua popolarità in qualità di giornalista sportivo della Rai. Giuseppe Patroni Griffi, che avrebbe acquisito notorietà da drammaturgo e regista cinematografico. A gravitare nel medesimo giro, Antonio Ghirelli, che poi avrebbe ricevuto l’incarico di consigliere per l’informazione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che avrebbe diretto giornali, e Francesco Rosi, che avrebbe guadagnato autorevolezza nel dirigere film di denuncia su mali e lati ombrosi della storia italiana.

I giovani si erano conosciuti perché compagni di scuola o per attività su cinema e teatro collegate a un’altra rivista, quella del Gruppo universitario fascista della città, “Novemaggio”. Diversi di essi vi avevano collaborato. Secondo quanto riportato da Cesare Pillon in I comunisti nella storia d’Italia, un intellettuale dotato di estro, Renato Galdo Galderisi, aveva indotto la compagnia a pubblicare sull’organo del GUF articoli di Karl Marx adatti a essere scambiati dalla censura per brani fascisti. Uscivano con altre firme. Napolitano, nel parlare con chi scrive, ha riferito che i materiali proposti dall’ideatore della trovata erano dell’Internazionale comunista. Galdo Galderisi, più tardi, sarebbe morto da partigiano nei Balcani.

Un alternarsi di spiragli di luce e scossoni dovuti a dolori diretti o indiretti contrassegnò per quei ragazzi la prima metà degli anni Quaranta. Come sua madre e suo padre, dopo l’8 settembre 1943, a causa della guerra, Massimo Caprara non ebbe notizia per quasi due anni dei fratelli Carlo, Adriano e della sorella Annamaria. Le sole eccezioni consistettero in un paio di lettere da e per i genitori, un paio in tutto, affidate a un religioso per essere consegnate oltre la Linea gotica. Il primo dei ragazzi, militare, era stato deportato in Germania e internato in campi di lavori forzati. In un suo articolo che trattava del Significato del dipingere, su “Latitudine” il direttore della rivista sostenne: «Ciò che l’artista ha in comune con gli altri è la sua sete furibonda di sapere». Fu quella sete intimamente «furibonda» a far sì che l’autore del testo si sentisse autorizzato, nel corso della vita, a ripensamenti e cambiamenti di rotta. Una analoga sete poté essere riscontrata facilmente nei percorsi del resto dei ragazzi.

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