Oggi la geopolitica è divenuta materia quotidiana di discussione, uscendo dagli esoterici pensatoi in cui era confinata. È un bene, ma rischia di offuscare il carattere non geopolitico della svolta del 2020-22

Sebbene manchi una prospettiva storica sugli eventi del 2020-22, appare già chiaro come siamo proiettati su una svolta paragonabile a quella del 1979-81. Nella lettura marxista di un grande analista internazionale come Arrigo Cervetto, quello fu il campo di tensione in cui si definirono i rapporti reciproci tra Usa, Europa (intesa come asse Franco-Tedesco), Urss e Giappone, cioè le quattro potenze dominanti all’epoca. Lo sguardo e i tempi italiani, sintomaticamente legati a quello che lo stesso Cervetto definiva ritardo decennale, si sono specchiati invece nella successiva crisi, quella del 1989-1991: la rottura dell’unità dell’impero sovietico, l’unificazione tedesca, il ripiegamento russo e la guerra in Iraq.

TRA MILANO E BAGHDAD

A quell’altezza dello scontro tra potenze, rimarcava Cervetto, entrava in gioco anche l’Italia dell’ascesa craxiana, ma già con i segni evidenti di un nuovo appesantimento, che l’avrebbe costretta a stare a rimorchio degli eventi, specie in Iraq. Qui possiamo passare ad un’analisi sociologica, culturale e semantica molto più “borghese” della precedente. Sì, perché la rete di riferimenti politico-culturali, quanto meno dalla morte di Aldo Moro, puntava a Milano più che a Roma, alla “Grande Riforma” istituzionale e decisionista più che alle mediazioni tra corpi fondamentali dello Stato, alla regolazione biopolitica ed extra-costituzionale di comportamenti e preferenze di consumo, più che alla lotta per l’allargamento della sfera pubblica e l’inveramento della Costituzione. In pratica ciò si specchia nei temi cupi, nel cielo nero, del tardo craxismo: presidenzialismo, respingimento degli immigrati, carcere per i tossicodipendenti. Vi si leggeva e vi si legge – poiché quella “spinta propulsiva” non è affatto esaurita – una certa “milanese” impazienza pragmatica e non troppo cristiana, magari più protestante che cattolica, per avere istituzioni super-efficienti (“alla francese”) e pugno di ferro contro le devianze improduttive (“all’americana”).

È in questa temperie che il concetto di Occidente, e la sua nuova bandiera, la “democrazia armata” oggi trionfante, ha fatto per la prima volta egemonia parziale. Parziale, perché nel 1990-91 gli eredi del PCI fecero battaglia, sposando le posizioni del Vaticano, ma presentandole in termini debolmente ideologici, non strategici, di neutralismo guardingo più che di attivismo mediterraneo, di opposizione più che di governo dei fenomeni (con la parziale eccezione delle posizioni minoritarie di Pietro Ingrao).

LA SBORNIA GEOPOLITICA

La posta in palio infatti, al netto dell’invasione del Kuwait, era la formazione di un nuovo equilibrio mediorientale post-Guerra Fredda, il parziale superamento dei confini coloniali o comunque la creazione di istituzioni multilaterali regionali sganciate dalla rendita petrolifera e dall’egemonia saudita. Su questo aspetto non vi fu alcuna riflessione. La prova dell’Iraq come esame di maturità politico-culturale di un’Italia tornata alla ribalta, dopo il lungo inverno seguito all’uccisione di Moro, venne dunque fallita. Il tutto condito da troppa metafisica (“legalità vs pacifismo”) e troppo poca analisi geopolitica.

Oggi, viceversa, la geopolitica è divenuta materia quotidiana di discussione, uscendo dagli esoterici pensatoi in cui era confinata. È un bene, ma rischia di offuscare il carattere non geopolitico della svolta del 2020-22. Una ridefinizione di rapporti in cui è entrata la Cina, in cui Israele si associa a una parte del mondo arabo, in cui l’India viene conteggiata come perno e ago dell’equilibrio – tutti questi non sono più elementi di uno scenario geopolitico legato agli spazi del Nord del mondo, al confronto tra Hearthland e Rimland. La materia del contendere investe le dimensioni intangibili, le regioni della cultura, delle tradizioni, le idee e i rapporti sociali. Elementi che interpellano un governo mondiale di situazioni regionali, più che la globalizzazione di un modello.

NEO-OCCIDENTALISMO TRIONFANTE

Il modello sul mercato da trent’anni, poi, non ha più forza propulsiva, tende a camuffarsi e rifarsi il trucco alle mode che si vogliono opposte: fili spinati e talent show per chi vuole “entrare”, credito e controllo sociali, bonus di fedeltà e cittadinanza, ecc. Per quanto il Presidente USA Biden coraggiosamente ne parli in continuazione, democrazia è sempre più flatus voci. Questo genere di democrazia è molto lontano dalle sue origini, è la gestione/rassicurazione delle paure tramite il governo tecnico-scientifico della vita, e in essa la stessa parola libertà risuona stridula, oscura, minacciosa. Rassicura se si è dalla “parte giusta”, anche se oramai non ci si chiede più se “la storia”, il cui orizzonte appare comunque funesto, darà ragione. È sufficiente che a darsela, a mo’ di rassicurazione e in un flusso circolare, sia il proprio mondo di riferimento nella quotidianità della paura, tensione ed eccitazione. Al popolo non resta che auscultare con fare superstizioso la “scienza del giorno”, anche la più catastrofista. Secoli di cultura sono bruciati come nei roghi delle streghe, streghe la cui caccia è tornata specialità richiesta nei network mediatici – alle oscurantiste tiare domenicane subentrano gli illuminati camici bianchi.

Entrata nel “flusso” con berlusconismi e antiberlusconismi d’immagine, “leader” ed egemonie nordiste ed anglofile, l’Italia non si è più fermata e ora si trova nella centrifuga a respirare (per ora senza mascherina, ma chissà) il corto respiro di un Occidente che tuttavia, secondo la “dottrina Corsera” la sfida l’ha già vinta…tra dieci anni.

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