Non allineati all’Onu, allineati nella propaganda. Non solo Italia: la Russia intensifica gli sforzi per portare dalla sua parte l’Africa con una nuova campagna di disinformazione mirata. L’analisi di Arije Antinori, professore di Criminologia e sociologia della devianza alla Sapienza di Roma e direttore del PurpleXrainProject

L’infowar russa si espande in Africa attraverso la narrazione portante volta a rappresentare come il sistema delle sanzioni imposte alla Russia, a seguito dell’invasione militare dell’Ucraina, comporti una seria minaccia alla sicurezza alimentare del continente.

Ricordando che poco più della metà dei Paesi africani ha votato a favore della risoluzione Onu contro l’invasione russa, che la sola Eritrea si è schierata contro la stessa, ma soprattutto che 25 Stati hanno espresso la loro neutralità, appare evidente quanto sia importante per la Russia potenziare la propria influenza nel continente.

Negli ultimi dieci anni, l’Africa è divenuta oggetto di penetrazione russa, tra gli altri attori internazionali, per interesse economico prima, quindi geostrategico e militare. Oggi, il continente rappresenta l’opportunità di creazione di uno spazio informativo sia televisivo che (cyber-)sociale su cui innestare una nuova piattaforma culturale anti-Occidente, anti-Europa ed anti-Mediterraneo.

Ciò attraverso una strategia bottom-up declinata per mezzo della costruzione di una piattaforma culturale “partecipativa” apparentemente volta al solo sostegno del movimentarismo locale – che costituisce la porta d’ingresso alla profondità del sistema socio-culturale ed elettorale dei singoli Stati – soprattutto nel Sahel. Ne è testimonianza la pagina Facebook L’Afrique Mon Beau Pays, nonché “La revolution du Sahel en MArche!!!“, il motto espressione del movimento Reveil des Peuples du Sahel (RPS), attivo da tempo in Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Chad, ma particolarmente “rilanciato” online dal novembre 2021, attraverso le istanze di sicurezza contro la minaccia del terrorismo prima e, sempre più contro la presenza militare francese sul territorio, fino allo scorso febbraio quando si è “attivato” a livello (cyber-)sociale in modo significativo con narrazioni serializzate anti-francesi e pro-Wagner.

Dal punto di vista dei media tradizionali si assiste alla strategia top-down, prodotto della sinergia sino-russa, in particolare nell’informazione televisiva e in un sistema di agenzie stampa e reporter sul territorio. L’informazione viene, quindi, contaminata dalle continue narrazioni pro-Russia che hanno l’intento di coagulare il forte anticolonialismo, in particolare francofono, quale fattore identitario degli Stati africani del XXI secolo.

Si assiste, pertanto, alle campagne di cognitive warfare russe che agiscono nella ridefinizione dell’immaginario, in funzione antieuropea, per mezzo della concatenazione retorica nazismo-schiavitù-colonialismo-razzismo-dominio, tanto in televisione quanto su Facebook, Instagram, WhatsApp e Telegram. Tutto ciò senza parlare della recente ampia mediatizzazione dell'”autoreclutamento” volontario di massa in Etiopia. In uno scenario in cui anche l’abbigliamento tradizionale diviene oggetto dell’influenza russa, con l’ingresso della triade orizzontale bianco-blu-rosso tra i colorati pattern dei tessuti etnici.

Ma l’influenza, per essere esercitata in maniera efficace e profonda in un continente così frammentato e destabilizzato, ha la necessità di presenza e controllo territorializzato. Qui entra in gioco il gruppo paramilitare russo Wagner che si attesta, quindi, in modo sempre più pervasivo quale “stabilizzatore” di sicurezza contro la minaccia terroristica, ma in realtà esercita un ruolo chiave nel controllo delle miniere e nella tutela degli imprenditori, faccendieri e facilitatori russi sul territorio africano.

In tal senso, si segnala il chiaro intento russo di trasformare la turbolenta Repubblica Centrafricana (Car) in un pivot strategico, come l’hub meridionale di un informale G5 antifrancese in termini di presenza militare asimmetrica e flessibile, infowar e commerciale, e della ricchissima e “porosa” Repubblica Democratica del Congo (RDC), ove la possibilità di arrivare a negoziare one-to-one direttamente con i potenti leaders delle 26 province garantendo sicurezza costituisce un enorme vantaggio rispetto agli altri competitor europei e non.

Occorre, inoltre, ricordare che la presenza Wagner nel continente africano si registra anche nelle aree chiave di concentrazione e transito del migrant smuggling. Ciò potrebbe facilitare, se non consentire, nel vicino futuro di “gestire” militarmente il fenomeno potendolo, quindi, sfruttare in termini di weaponizzazione ai danni dell’Europa, con la potenziale destabilizzazione dell’arco del Maghreb e la compromissione del dialogo Euro-Mediterraneo in vista, tra l’altro, di criticità sistemiche già conosciute come i copiosi flussi di migranti climatici ed economici. È passato quasi un anno dall’uscita del successo cinematografico russo-centroafricano “Touriste”, in cui viene celebrata la missione in Car dell’istruttore di polizia Grisha Dmitriev che è divenuto un’icona dell’Africa filo-russa. La presenza Wagner in Car e Rdc acquisisce, oggi, un ulteriore significato strategico, alla luce della recente forte presenza militare USA in Somalia, trent’anni dopo il fallimento della missione UN Restore Hope.

In estrema sintesi, il tentativo di (ri-)definizione identitaria del continente africano da parte della Russia, e non solo, deve  far comprendere quanto la comunicazione strategica sia divenuto uno dei principali domini, non solo della sicurezza dei singoli Stati, ma del complesso scenario in evoluzione delle interdipendenze mediterranee.

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