Tempo di parlare di smart working uscendo dalla rissa politica. Un’uscita del visionario Musk ha riacceso il dibattito sul mondo del lavoro post-pandemia. Si può cavalcare l’innovazione senza scadere nell’ideologia: idee sparse. Il commento di Luciano Hinna, presidente del Consiglio sociale per le scienze sociali

Una delle differenze tra noi occidentali e gli orientali è anche su come leggiamo le parole: gli orientali lavorando con gli ideogrammi non possono leggere una parola se non l’hanno prima capita, noi possiamo leggerla, ripeterne il suono mille volte anche senza capirne a pieno il significato.

Tullio De Mauro ricordava qualche anno fa che dell’ottanta per cento delle parole che usiamo normalmente non conosciamo bene il significato: ora smart working significa lavoro intelligente, lavoro furbo; di fatto non lo abbiamo cercato ma scoperto per serendipity durante il lockdown, quando abbiamo provato a trasformare una caduta in un tuffo e lo abbiamo assimilato al lavoro a distanza.

Ora è indubbio che del significato esistono 50 sfumature di grigio che ovviamente dividono invece che unificare e questo spiega perché c’è chi è contro e chi a favore, perché ci sono aziende che lo stanno realizzando ed altre, invece, che aspettano decreti, accordi e linee guida; c’è chi lo usa come schermo per mascherare crisi aziendali e chi prova a tornare indietro. Ma siamo sicuri che parliamo tutti della stessa cosa? Telelavoro, lavoro a distanza, remote working, home working, lavoro agile e smart working sono sinonimi o facce simili ma diverse dello stesso prisma?

Perché si possa parlare di smart working è necessario che si realizzino tre condizioni minime: a) un nuovo bilanciamento dei pesi tra vita privata e la vita lavorativa attraverso una scelta che è del lavoratore ma ovviamente anche dell’azienda, b) la realizzazione di un incremento della produttività aziendale altrimenti è un fallimento e, c) è necessario che si registri un incremento del benessere organizzativo aziendale che a sua volta ha effetto positivo sulla produttività.

È quindi una rivoluzione organizzativa profonda che tocca vari ambiti e non solo i comportamenti del lavoratore -tra le varie funzioni aziendali sono stati censiti un centinaio di punti di attenzione da considerare-, ma implica cioè uno nuovo modo di pensare la struttura del luogo di lavoro, facendo risparmiare anche molte risorse, implica un investimento in formazione -e non solo sull’uso della tecnologia in costante evoluzione- ma soprattutto in formazione manageriale per rafforzare una leadership che consenta di gestire gruppi virtuali a distanza. Ovviamente serve anche un investimento in tecnologia per realizzare la dematerializzazione e consentire l’acceso ai data base aziendali da remoto ed in sicurezza.

Non vi è dubbio che tutto questo implica un nuovo modo di gestire la meritocrazia basata sulla responsabilizzazione dei risultati invece che sul rispetto dei tempi di presenza fisica nel luogo di lavoro; vanno anche ripensati e identificati gli indicatori di produttività e di risultato. Perché si realizzi lo smart working, dunque, è necessaria una combinazione vincente tra organizzazione e mentalità che è quella che delinea la differenza tra il partito contro e il partito a favore dello smart working.

Le aziende, anche pubbliche, con la giusta mentalità e da sempre orientate all’organizzazione, hanno capito che si possono realizzare vantaggi notevoli che alla fine si leggono sul conto economico e per questo motivo stanno implementando ed incrementando lo smart working senza guardarsi in dietro, ma ci sono anche strutture che non hanno raccolto la sfida e guardano al periodo di lavoro a distanza, che ha coinciso con il distanziamento obbligatorio, come una parentesi da dimenticare invece che un punto di partenza di un nuovo ciclo. Ha stupito a tale proposito la recente uscita di Elon Musk – che certamente non pensa con il freno a mano tirato e che da visionario quale è guarda costantemente l’orizzonte per immaginare il futuro – che ha iniziato una crociata contro lo smart working: avrà certamente le sue buone ragioni, ma sarebbe interessante capire meglio quali sono.

Certo è che dal punto di vista organizzativo lo smart working aziendale è una rivoluzione organizzativa importante quanto quella di Taylor e di Ford degli inizi del ‘900 che non avviene da sola o per caduta, ma che va progettata, gestita e monitorata e che richiede anche un contesto generale fertile sul quale svilupparsi. Lo smart working funziona meglio se tutto intorno è smart: smart city, infrastrutture del paese smart, cittadini smart, enti smart, dipendenti smart, manager smart, strumenti informatici smart: elementi che richiedono a tutti i soggetti in campo una grande capacità di progettazione e pianificazione non scontata.

Si intuisce subito come da questo punto di vista il ruolo propulsivo della pubblica amministrazione e delle imprese è importantissimo per creare una società sempre più smart: una maniera per declinare un nuovo elemento della responsabilità sociale di impresa. Certo, è molto più facile e comodo cercare qualche alibi, e ne esistono tanti a disposizione, per non far nulla e cercare di tornare a come si lavorava prima della pandemia. Questo significa fermare l’orologio del progresso.

Per la pubblica amministrazione, ad esempio, lo smart working può costituire la grande occasione per mettere mano all’assetto organizzativo e provare a combattere la burocrazia motivando il proprio personale. Realizzare lo smart working è una sfida destinata a tracciare la separazione netta tra chi vuole progredire e chi invece tira il freno a mano, per chi si affida all’organizzazione e cambia le ruote in corsa e chi invece si nasconde dietro le difficoltà, che certamente non mancano, per non fare ed aspettare che passi la nottata.

La nottata, tuttavia, non tutti se ne sono resi conto, è già passata: nulla sarà più come prima e nel futuro ci sarà spazio solo per chi saprà gestire i cambiamenti e anticiparli invece che subirli: come ha detto il Nobel per l’economia Edmund Phelps al Festival dell’economia di Trento “servono aziende aperte all’innovazione di tutti ed il lavoro deve essere appagante”. Sotto questo aspetto lo smart working è un terreno di sperimentazione ed allo stesso tempo un obiettivo da realizzare sulla scia delle aspettative del Pnrr.

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