Censura, propaganda, revisionismo storico. In Cina il nazionalismo digitale è un fenomeno complesso, che parte dagli alti ranghi di partito e viene abbracciato da formazioni private o antagoniste. Una lastra nella lezione del prof. Schneider (Università di Leiden) dalla TOChina Summer School

Dagli “eserciti d’acqua” che inondano il web ai “gruppi patriottici” che raccolgono fondi per viaggi clandestini verso isole contestate, il nazionalismo digitale cinese è un fenomeno multiforme, sempre più influente nella società cinese e nelle politiche della Repubblica Popolare. Florian Schneider, ricercatore e docente presso l’Università di Leiden, studia da molti anni l’intersezione tra tecnologia, Stato, psicologia, economia e società e, durante il suo seminario alla sedicesima edizione della TOChina Summer School, ha gettato luce sui meccanismi che caratterizzano il nazionalismo cinese nell’era digitale.

Secondo Schneider il nazionalismo digitale, ovvero la mobilitazione online per cause nazionaliste, guidata e alimentata da meccanismi sociali e tecnologici, non è un fenomeno esclusivamente cinese. Tuttavia, la Cina ne offre un esempio interessante dato il ruolo significativo che lo stato e il partito comunista giocano sul web e il crescente nazionalismo che dilaga sui siti cinesi.

Per lo studioso, l’idea largamente diffusa nell’immaginario popolare occidentale che vede la popolazione cinese come una marionetta che ripete a pappagallo la propaganda del partito non rispecchia la verità. Secondo Schneider, il nazionalismo digitale cinese, sebbene vincolato e fomentato dal governo, è anche un fenomeno spontaneo, frutto delle azioni volontarie di singoli individui e gruppi. Dopo tutto c’è una grande varietà di opinioni all’interno della Cina ed il partito, con i suoi 95 milioni di membri, è parte integrante della società cinese e, quindi, è anch’esso naturalmente influenzato dell’opinione pubblica.

Ciononostante, lo Stato-partito ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione del nazionalismo digitale. La sua strategia non si limita a censurare motori di ricerca e siti web, ma include anche una sua integrazione effettiva nell’ecosistema digitale cinese, attraverso una presenza massiccia di account ufficiali sui vari social. Questi account diffondono una propaganda resa più attraente grazie a design accattivanti e tecniche di clickbait che emulano i media commerciali.

Fra l’altro, Schneider ha ricordato che la censura non si esprime solo nella rimozione di contenuti “problematici”, ma soprattutto nell’inondare la rete di contenuti che riflettono posizioni ufficiali. Per esempio, Pechino rafforza la propria narrativa ufficiale del massacro di Nanchino commesso dalle forze imperialiste giapponesi nel 1937 attraverso i suoi siti web sia per contrastare il revisionismo storico giapponese, che per promuovere il ricordo di questo evento come una tragedia nazionale e costruirvi attorno un sentimento di unità nazionale più forte.

Se la ristrutturazione gerarchica dell’internet cinese da parte dello stato-partito è uno dei tre pilastri che alimentano il nazionalismo digitale, il secondo è l’economia. Dato che le forze di mercato favoriscono la creazione e diffusione di contenuti con il maggior appeal, commenti più estremisti spesso prevalgono sopra quelli moderati. Il terzo pilastro invece è la tecnologia stessa. La struttura e gli algoritmi delle piattaforme digitali spesso fanno sì che certi contenuti diventino più visibili e altri meno.

In questo contesto sono emersi movimenti nazionalisti composti non solo da persone assoldate dal partito (i cosiddetti wǔmáo) ma anche da “attivisti” indipendenti. Questi gruppi promuovono idee nazionaliste online attraverso varie tattiche fra cui quella dell’“esercito di acqua” (shuǐjūn): l’inondazione organizzata di siti web (anche quelli non disponibili in Cina) di commenti e contenuti che “difendono” la Cina. È capitato sulla pagina Facebook della leader taiwanese Tsai Ing-wen dopo la sua vittoria nelle elezioni del 2020. Un’altra tattica è il ciberbullismo nei confronti di persone che non aderiscono alla narrativa nazionalista che nei casi più estremi prende la forma di “doxxing”, cioè la divulgazione sul web di informazioni personali.

Per concludere, Schneider ha notato che, sebbene Pechino abbia alimentato il nazionalismo digitale per unire e mobilitare la popolazione cinese durante crisi come il Covid-19, le proteste a Hong Kong e in dispute internazionali come quelle con il Giappone, questo fenomeno ora ha una vita a sé stante.

Difatti oggigiorno, i nazionalisti cinesi spesso si organizzano di spontanea volontà in “gruppi patriottici”, animati da maschilismo e sciovinismo, che esortano il governo ad adottare posizioni ancora più estreme. Alcuni addirittura sono arrivati a raccogliere fondi per il noleggio di navi per fare viaggi in acque che sono oggetto di disputa fra la Cina e i suoi vicini. Non è chiaro se Pechino riuscirà a domare le forze che ha sprigionato, ha enfatizzato Schneider.

Schneider ha anche precisato che comunque non esiste nazionalismo digitale “buono” e persino gruppi nati online per rispondere al nazionalismo cinese come il Milk Tea Alliance, un movimento di solidarietà tra Taiwan, Hong Kong e Tailandia, impiegano le stesse tattiche dei loro avversari, compiendo atti di ciberbullismo che spesso sfociano in sinofobia e razzismo. Per quanto imprevedibile, è evidente che il nazionalismo digitale sarà un fenomeno sempre più importante ed influente nelle relazioni fra stati e fra stato e società.

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