I pannelli solari, cardine della transizione ecologica, sono prodotti nello Xinjiang bruciando carbone. E il dominio assoluto della Cina mette alle sue dipendenze i Paesi in via di transizione. Ripetere l’errore di Gazprom minaccia la decarbonizzazione in Occidente: ora si diversifichi

Il fotovoltaico ha due immensi problemi: chi lo produce, e come. L’ultimo rapporto speciale dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) getta luce sul tema che sta attirando sempre più l’attenzione dei policymakers, complici l’urgenza della crisi energetica e la duplice spinta verso la diversificazione – per sganciarsi dalla dipendenza del gas russo e portare avanti la transizione ecologica.

IL POTERE DELLA CINA

Che l’industria del fotovoltaico sia in mano a Pechino non è una novità. Così come avvenuto per una lunga serie di settori industriali, nell’ultimo decennio i Paesi europei, gli Stati Uniti e il Giappone hanno appaltato alla Cina la produzione materiale. Questione di costi. Nel frattempo il Dragone è stato abilissimo a rinsaldare la propria presa sull’intera catena di produzione, creando 300,000 posti di lavoro nel processo.

Oggi, spiega l’Iea, il controllo cinese in tutte le fasi di produzione di un pannello solare supera l’80% (di contro, il mercato cinese assorbe meno del 40% dei pannelli prodotti al mondo). E i primi dieci fornitori di equipaggiamento per costruire i pannelli sono tutti cinesi. Nel 2021 il Celeste Impero ha esportato fotovoltaico per oltre 30 miliardi di dollari e investito nell’industria di Malesia e Vietnam, che a loro volta esportano materiale per altri 10 miliardi e rotti.

Tramite piani industriali titanici, un’accorta politica di sviluppo e torrenti di sovvenzioni, il governo di Pechino ha letteralmente rivoluzionato la filiera. Due risultati notevoli: ha abbattuto i costi di produzione di oltre l’80% e dimezzato l’intensità energetica del processo di produzione, nel giro di dieci anni. Ottime notizie per l’adozione delle rinnovabili, se non fosse che l’atto stesso di produzione ha connotazioni tutt’altro che verdi.

SE IL SOLARE INQUINA (PARECCHIO)

La produzione di un pannello fotovoltaico richiede soprattutto elettricità, usata per fondere il polisilicio – l’elemento principale della cella – alle temperature alte e precise che il processo richiede. Peccato che il polisilicio arrivi quasi esclusivamente dalle regioni occidentali dello Xinjiang e dello Jiangsu, dove, tralasciando questioni di lavoro forzato e violazione dei diritti umani, il carbone rappresenta il 75% del mix energetico.

Vero, secondo l’Iea un pannello attivo compensa quelle emissioni in un periodo tra i quattro e gli otto mesi, e il trasporto equivale a solo il 3% delle emissioni della filiera. Ma considerata la fame globale per il fotovoltaico (la capacità installata deve quadruplicare entro il 2030 per rimanere sui binari della neutralità carbonica al 2050) è facile immaginare l’impatto sull’ambiente.

Un numero è fornito dall’Iea: oggi la manifattura dei pannelli solari produce lo 0,15% delle emissioni globali totali, dunque un domani potrebbe superare lo 0,60%. Se poi si considerano i rinnovi alle reti elettriche e gli immensi accumulatori che servono per aumentare l’utilità del meteoropatico solare, con annessi metalli ed escavazioni, il computo s’impenna molto oltre l’1%.

L’IMPORTANZA DELLA DIVERSIFICAZIONE

Poi c’è il tema della dipendenza geopolitica e le conseguenze del vassallaggio, esemplificate dalla guerra economica di Vladimir Putin sull’Europa. L’80% del polisilicio al mondo è prodotto in Cina; questo è l’unico collo di bottiglia in una catena di valore altrimenti diffusa, il motivo della scarsità del polisilicio immesso sul mercato globale, cosa che ne ha quadruplicato il prezzo nel corso dell’ultimo anno. Per di più l’Iea ha calcolato che il controllo del Dragone sulle prime fasi di produzione – polisilicio, lingotto e wafer – raggiunga il 95% entro il 2025.

Diversificare convene. Primo: già facciamo fatica a liberarci dei combustibili fossili russi in risposta all’invasione dell’Ucraina; se un domani la Cina invadesse Taiwan, siamo pronti a rinunciare a una componente assolutamente cruciale per la transizione? L’autonomia strategica sul verde non ha prezzo, i costi sono dolorosamente evidenti. Secondo: per l’Iea l’industria del solare può attirare 120 miliardi di dollari entro il 2030 e creare 1300 lavori per gigawatt di capacità di produzione installato. E l’Europa è il posto migliore per farlo, dato il suo mix energetico attuale.

COME SI TORNA A PRODURRE FOTOVOLTAICO?

Se si decide di andare per il reshoring, il primo problema è abbattere i costi di manifattura, che in Europa sono più alti del 35% rispetto alla Cina. Senza politiche industriali, condizioni che catalizzino investimenti investimenti e sgravi fiscali, l’attrattività di produrre il solare in Ue è molto bassa. Poi serve assicurare l’approvigionamento di energia pulita e a buon mercato (quella cinese è meno cara ma molto più sporca) e quello di materie prime, come silicio e metalli, diversificando i fornitori per non ricadere nei problemi che conosciamo.

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