Pubblichiamo un estratto di “Missione” (Luiss University Press), il libro in cui il generale Claudio Graziano, già presidente del Comitato militare dell’Unione europea e capo di stato maggiore della Difesa e dell’Esercito, racconta con Marco Valerio Lo Prete, caporedattore del Tg1-Rai, il mutato contesto internazionale dalla Guerra fredda alla Difesa europea

[M]entre l’Europa era alle prese con queste “minacce ibride” alimentate da Mosca anche in Africa, il presidente Putin il 24 febbraio 2022 ha scatenato la più classica delle guerre alle porte dell’Europa, un’invasione terrestre ribattezzata eufemisticamente “operazione speciale”, in realtà un attacco deliberato alla sovranità di un altro Stato. Diversi erano gli indicatori che segnalavano questo rischio.

Già a partire dal 2020, si andava realizzando un graduale e imponente riposizionamento delle forze russe ai confini con la Bielorussia e con la stessa Ucraina, unitamente a esercitazioni su larga scala che sono parte predominante di quella che la dottrina russa definisce “il periodo iniziale della guerra”. Contrariamente a quanto accaduto qualche mese prima in Afghanistan, l’intelligence americana aveva lungamente avvertito delle intenzioni di Putin, ma non abbiamo voluto credere che un’invasione con i carri armati, quindi una guerra tradizionale, potesse davvero essere portata in Europa, contro l’Europa.

Il piano A di Putin prevedeva una campagna “veloce, economica e facile” con l’uso di forze leggere e aviotrasportate per impadronirsi di Kiev e di altri punti chiave, catturare i leader del governo e forzare un accomodamento politico dall’Ucraina, ossia l’instaurazione di un governo amico, per non dire fantoccio.

Nelle prime previsioni di Putin Kiev sarebbe dovuta cadere subito, ma ciò non è avvenuto grazie alla resistenza ucraina. Entro le prime quarantotto ore, le perdite in combattimento russe hanno indicato ai comandanti che questo piano era fallito. Gli eredi dell’Armata Rossa che per anni avevano manovrato e si erano preparati ai confini dell’Ucraina per “un’operazione militare speciale” sono stati fermati da quella che senza giri di parole può essere definita l’eroica resistenza ucraina.

Da qui la necessità di passare a un piano B, ma hanno deciso di farlo senza una massiccia iniezione di forze aggiuntive. Dopo qualche giorno di guerra anche il piano B non ha funzionato. È vero che hanno lentamente guadagnato terreno, e continuano a farlo ogni giorno ma a costi enormi in termini di personale e attrezzature.

Riassumendo, la Russia – al momento in cui scrivo – non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi militari chiave nel nord, nell’est o nel sud. Sta conducendo offensive simultanee in parti diverse e disconnesse dell’Ucraina. Ha impegnato tutte le forze militari che aveva per l’Ucraina in queste missioni e ora ha la necessità operativa di avvicendare le truppe in combattimento.

La dottrina militare definisce questo come “il punto in cui non è più possibile continuare l’attacco e la forza deve considerare di tornare a una posizione difensiva o tentare una pausa operativa”. Al momento in cui scrivo tutto lascia immaginare che le attività belliche procederanno ancora per qualche settimana, ma è ormai evidente che la tentata guerra-lampo è fallita. Purtroppo, però, la situazione sul terreno può rapidamente mutare.

Abbiamo constatato che l’esercito russo di oggi non è progettato per combattere una guerra di invasione di larga scala, le forze dispiegate non sono adeguate per consistenza, equipaggiamento e soprattutto appare evidente la scarsa volontà di combattere, caratteristiche invece che contraddistinguono le forze ucraine. Guerra sbagliata, esercito sbagliato, momento sbagliato.

Ma niente è accaduto per caso, i segni di un nuova volontà di potenza russa sono da rintracciare almeno a partire dal 2008 con l’invasione della Georgia, per poi proseguire nel 2015 in Siria, 2019 in Libia, 2021 in Africa/Sahel e ora in Ucraina. Infatti, nell’ultimo decennio la Russia ha ampiamente teorizzato la cosiddetta “strategia di difesa attiva” che prevede la condotta di una serie di misure volte alla neutralizzazione “preventiva” delle minacce alla sicurezza dello Stato. Il generale Gerasimov ha illustrato pubblicamente, in diverse occasioni, il concetto d’impiego delle forze volto ad “anticipare” e mantenere un’iniziativa strategica. Parallelamente la Russia ha sperimentato in Siria la “strategia di azioni limitate” per conseguire o difendere interessi nazionali fuori dai confini della Federazione Russa grazie all’impiego di forze autosufficienti con alta mobilità.

L’invasione della Crimea e le operazioni nel Donbass del 2014 hanno visto prevalentemente l’impiego di proxy e di tecniche di guerra ibrida, inducendo l’Occidente a pensare – erroneamente – che questa sarebbe stata la strategia per conseguire gli interessi russi in Ucraina.

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