In Europa ci sono 3.000 ricerche che sviluppano tecnologie con scienziati legati all’esercito cinese. Ecco i risultati dell’inchiesta #ChinaScienceInvestigation

In Europa ci sono 3.000 ricerche che sviluppano tecnologie con scienziati legati all’esercito cinese. Sono i risultati, riportati da Irpi Media, del progetto di inchiesta #ChinaScienceInvestigation, collaborazione fra undici testate giornalistiche europee, guidata dalla testata olandese Follow The Money e da Correctiv. Sono stati raccolti e analizzati oltre 350.000 studi scientifici condotti in partnership tra università cinesi ed europee, dal 2000 a oggi.

Ecco cosa scrive Irpi Media.

Algoritmi in grado di identificare una persona da come batte i tasti su una tastiera, nuove tecnologie di riconoscimento facciale, sistemi di navigazione per droni o per la guida di veicoli sottomarini super-veloci: sono solo alcuni esempi fra le centinaia di studi condotti da università italiane in partnership con atenei cinesi, e che potrebbero avere importanti applicazioni militari. L’allarme è già stato lanciato dalle agenzie di intelligence di tutta Europa che, soprattutto da quando gli Stati Uniti hanno cominciato a limitare l’accesso degli scienziati cinesi nel loro Paese, hanno rilevato come sia fortemente aumentata la quantità di collaborazioni accademiche fra Cina e Europa, specialmente su settori ad alta tecnologia e ancora relativamente nuovi: veicoli a guida automatica (sia droni che altro), intelligenze artificiali, tecnologie aerospaziali.

Delle 2.994 collaborazioni in corso con istituti cinesi, quasi la metà sono nel Regno Unito: 1.389. In Italia, al sesto posto dopo Germania, Paesi Bassi, Svezia, Francia e Spagna, sono 123. “L’Italia, almeno secondo le ricerche fatte da questo consorzio, è al settimo posto nelle collaborazioni con istituzioni militari, con appena 123 studi”, si legge. “Eppure il nostro Paese è stato fra i primi ad aprire le porte agli scambi accademici con la Cina. Il primo accordo intergovernativo di cooperazione scientifica con la Cina è infatti del 1978, e secondo i dati del Miur, ci sono state 939 collaborazioni universitarie bilaterali fra i due Paesi solo fra il 2007 e oggi”.

“È una sfida cruciale per la nostra epoca”, ha commentato Lorenzo Mariani, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali. “È difficile capire cosa debba prevalere tra i valori su cui si fonda la cooperazione scientifica e le questioni di sicurezza che essa stessa genera. Si tratta piuttosto di una scelta politica: come devono comportarsi le democrazie al giorno d’oggi dove ci sono competitor diretti pronti a sfruttare a proprio vantaggio i benefici offerti dai valori democratici?”.

La ricerca ha bisogno di fondi e Pechino sogna di diventare una potenza tecnologica: due interessi che si uniscono pericolosamente. Diversi i timori delle agenzie di intelligence, da quelli geopolitici a quelli legati ai diritti umani.

Un esempio su tutti, riportato da Mariani nel suo report è quello della tecnologia comprata dall’Italia dalle multinazionali cinesi Hikvision e Dahua. Tra il 2017 e il 2019 infatti sono state acquistate e installate telecamere di sorveglianza prodotte da queste aziende negli uffici di 134 procure, negli aeroporti di Roma e Milano, e anche negli uffici della Rai. Sempre da Dahua, all’inizio della pandemia, sono stati acquistati 19 termoscanner con tecnologia di riconoscimento facciale per monitorare Palazzo Chigi. Le tecnologie fornite da queste aziende sono però apparentemente usate anche in strutture di sorveglianza in Xinjiang, la provincia cinese dove la minoranza uigura è oppressa dal regime cinese. Se non bastassero le violazioni dei diritti umani, è stato successivamente provato che le telecamere fornite erano dotate di memorie secondarie, in grado di connettersi con server cinesi e trasmettere informazioni, «specifiche tecnologiche, queste, che non erano incluse nelle informazioni fornite ai clienti», riporta Mariani.

Condividi tramite