Il deputato dem avverte: “La politica estera torna a essere determinante nella definizione degli equilibri di governo interni”. Serve “massima chiarezza e trasparenza nel contrastare influenze straniere che puntino a scardinare l’asse di equilibrio e stabilità”. La guerra in Ucraina? Uno “spartiacque” tra democrazie e autocrazie

La collocazione internazionale dell’Italia non può mutare al cambiare dei governi e ciò impone a tutti i partiti di rimanere sui binari di europeismo e atlantismo dimostrando trasparenza nel contrastare influenze straniere. Quella che Piero Fassino, deputato del Partito democratico e presidente della commissione Esteri della Camera, indica a Formiche.net è una linea chiara e netta.

Partiamo da lontano, dal Regno Unito. Boris Johnson ha annunciato le dimissioni da leader del Partito conservatore, che a settembre avrà un nuovo leader e darà al Paese un nuovo primo ministro. Qual è l’eredita di Johnson all’Occidente nel contesto della guerra in Ucraina?

Distinguerei tra l’impegno che il Regno Unito ha profuso nel sostegno alla causa ucraina e le ragioni delle dimissioni di Johnson. Credo che la caduta di Johnson, pur partito da un fortissimo consenso popolare, sia dovuta alle politiche muscolari, spregiudicate, adottate in questi anni. Lo scetticismo iniziale sul Covid-19 con l’illusione dell’immunità di gregge, la violazione dell’accordo raggiunto con Bruxelles sul confine irlandese, l’inflazione più alta tra i paesi G7: queste le ragioni, unitamente ai recenti scandali, che hanno portato prima a varie sconfitte elettorali e infine alla rinuncia. Quanto all’Ucraina, occorrerà vedere le scelte del successore, ma non mi sembra ci siano segnali che il Regno Unito possa mutare il suo pieno sostegno a Kiev.

Alcuni momenti di instabilità politica in Occidente, ultimi le elezioni politiche francesi e le dimissioni di Johnson, rappresentano una debolezza davanti ad autocrati come Vladimir Putin?

In questi anni abbiamo assistito a una crescita dell’insidia autocratica e con essa la tentazione di inseguire modelli autoritari. Ma la guerra in Ucraina è stato uno spartiacque anche su questo: è innegabile che di fronte a tanto orrore anche le forze politiche che, più o meno velatamente, lasciavano trasparire una certa simpatia per Putin e il suo regime oggi abbiano dovuto sostenere l’Ucraina. Questi sei mesi di conflitto hanno prodotto un sostanzioso arretramento dell’area populista, anche in Europa, così come delle politiche decisioniste. E la caduta di Johnson, che pure non si può accusare di simpatie putiniane, ne è il paradigma. La democrazia è un sistema che per definizione prevede la possibilità di alternanze di governo, così come l’attività dell’esecutivo è sottoposta al controllo del Parlamento e di una magistratura indipendente. La democrazia è fondata sul check and balance tra poteri istituzionali. Guai a pensare che queste caratteristiche siano una perdita di tempo o una patologia: è la forza stessa dei sistemi democratici. Nelle autocrazie non c’è alcuna forma di contrappesi, non c’è un controllo da parte delle opinioni pubbliche o della stampa o degli organi giudiziari. E io non baratterei certo la mia libertà in luogo di un decisionismo sterile e soprattutto pericoloso. Democrazia non è affatto debolezza.

La guerra in Ucraina può rappresentare una svolta verso un confronto aperto tra democrazie e autocrazie?

Una delle dimensioni evocate da questo conflitto è certamente la contrapposizione tra democrazie e autocrazie, una situazione che non si vedeva da decenni, che pensavamo fosse consegnata ai libri di storia. Noi dobbiamo riaffermare il primato della democrazia, dei suoi valori liberali e dei diritti che garantisce, battendoci perché vengano riconosciuti. E in Ucraina tutto questo è in gioco. Ma con un’attenzione: evitare che tutto ciò porti a un distanziamento dell’Occidente rispetto al resto del mondo.

Come farlo?

Proprio perché siamo convinti del valore prioritario e universale dei diritti, abbiamo il dovere di dialogare con il resto del mondo affinché non emerga né, soprattutto, si abbia l’impressione di una riedizione fuori tempo della logica dei blocchi contrapposti, di cui davvero non possiamo avere nostalgia. L’Occidente deve avere la capacità di ricostruire un sistema multilaterale coinvolgendo grandi democrazie come India, Sudafrica, Messico, Brasile, Indonesia, e molti altri Paesi democratici di ogni continente. Ad agevolare questo processo vi sono le economie interconnesse, la globalizzazione, la consapevolezza che i conflitti come quello russo-ucraino producono sconfitte per tutti, indipendentemente dall’esito della guerra.

Che cosa significa questo per l’Italia?

L’Italia ha fatto una scelta molto netta a fianco dell’Ucraina e del suo diritto di resistenza. È un Paese democratico, membro dell’Unione europea, della Nato, del G7 e del G20 e proprio per questo crede in un sistema multilaterale delle relazioni internazionali e non nello scenario riconducibile allo scontro di civiltà. Ciò detto, è evidente che questa guerra chiude un ciclo durato oltre trent’anni. Dopo soli sei mesi di conflitto il mondo è cambiato. È una terra incognita quella che abbiamo davanti. Più insicura. Ma proprio per questo l’Italia deve contribuire alla ricostruzione di un nuovo efficace adeguato sistema multilaterale. Per accorgersi di questa urgenza basta dare un’occhiata alle conseguenze indirette che questo conflitto sta avendo su settori strategici e vitali per la sicurezza globale come l’energia e l’alimentazione.

Che significa questo, invece, per i partiti italiani?

I partiti italiani devono essere coerenti con il posizionamento internazionale dell’Italia. La politica estera torna a essere determinante nella definizione degli equilibri di governo interni. L’europeismo e l’atlantismo sono i due binari su cui qualsiasi partito italiano, se vuole essere credibile, deve indirizzare la propria politica. Quindi massima chiarezza e trasparenza nel contrastare influenze straniere che puntino a scardinare questo asse di equilibrio e stabilità. Ma insieme a questo i partiti italiani devono mostrare grande attenzione a speciali aree di nostro interesse come i Balcani e il Mediterraneo allargato. Nel primo caso lavorare a una loro rapida integrazione nella famiglia europea, nel secondo caso lavorare a una nuova governance di tutta l’area mediterranea stante lo stallo e i fallimenti delle esperienze passate.

In questo senso il governo Draghi può essere considerato uno spartiacque?

Fin dal suo discorso di insediamento il governo Draghi ha ribadito in modo netto quale sia la collocazione internazionale dell’Italia: vocazione europea, rapporto transatlantico, contributo alle politiche di stabilità e sicurezza promosse dalle istituzioni internazionali, politiche di cooperazione e sviluppo per un mondo più giusto e sostenibile. Scelte chiare superando qualche possibile equivoco sorto sotto altri governi. Il conflitto in Ucraina ha determinato una larga unità politica con pochissimi precedenti nella storia della Repubblica. Lo sforzo intrapreso in politica estera durante questi mesi ha rafforzato la credibilità del governo, del Parlamento tutto e soprattutto del Paese. Tornare indietro rispetto a queste scelte sarebbe incomprensibile, soprattutto se per motivazioni elettorali. Né la collocazione internazionale dell’Italia può mutare al cambiare dei governi.

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