È evidente che la maggioranza a sostegno di Draghi sarà destinata a spaccarsi in occasione di un voto ad alta caratura identitaria per le alleanze che si profilano per le prossime elezioni. Ma è possibile che il Parlamento debba condannarsi solo alla ratifica degli atti di governo se non vuole saltare per aria? La rubrica di Pino Pisicchio

In fondo l’unica risposta di senso al crollo demografico italiano sembrerebbe quella di allargare i modi di acquisizione della cittadinanza, oggi incentrata essenzialmente sul legame di sangue (il cosiddetto Ius sanguinis), salvo l’ipotesi di “naturalizzazione” che consente agli stranieri di chiedere la cittadinanza dopo 10 anni di permanenza continuativa sul suolo italiano (mentre i loro figli saranno costretti ad attendere il compimento della maggiore età).

L’impianto dello ius sanguinis si collegava anche alla volontà del nostro ordinamento giuridico – originato da scelte politiche precise – di mantenere vivo il legame con i tanti emigrati italiani all’estero, che contribuivano alla prosperità del nostro Paese con le loro rimesse. Il privilegio che viene riservato ai discendenti degli italiani veniva, infatti, illustrato da una legge di trent’anni fa che consente loro l’acquisizione della cittadinanza italiana dopo tre anni di residenza in Italia, cosa negata ai figli degli stranieri, ancorché nati in Italia (l’idea di un’apertura in questo senso era sostenuta dal cosiddetto Ius soli).

Lo Ius scholae (conosciuto anche come Ius culturae), rappresenta, dunque, l’ultimo tema di scontro tra le forze che sostengono la maggioranza di governo, come argomento accessorio all’eterno conflitto sulle politiche migratorie. Secondo la proposta di legge in discussione alla Camera si consente l’acquisizione della cittadinanza italiana al minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età e vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni, frequentando regolarmente per almeno cinque anni cicli scolastici proposti dal sistema scolastico nazionale o dalla formazione professionale (regionale).

È una proposta sensata? Senza dubbio alcuno lo è, non solo perché, come pure è stato rilevato guardando ad alcune evidenze di cronaca, si consentirebbe in questo modo a tanti giovani atleti che raggiungono livelli importanti nelle gare internazionali, di poter gareggiare con la maglia della nazionale, ma si restituirebbe il dovuto a giovanissimi italiani, nati qui, cresciuti qui, immersi in un ambiente culturale italiano, in qualche caso addirittura capaci di esprimersi con una proprietà di linguaggio (e di grammatica) superiore a molti adulti italiani.

E allora perché non si procede tutti insieme appassionatamente? Perché siamo precipitati in una lunga campagna elettorale e questo tema – serio – diventa oggetto di propaganda. La bandiera su cui sono cucite le insegne di quelli con la faccia dura sventola contro quella dove si allineano le parole politicamente corrette. E questo è un peccato, perché svapora così una buona occasione di riforma.

La questione, oltre il clima elettorale, ha un suo rilievo che riguarda il rapporto tra Parlamento ed esecutivo nel caso di governi di unità nazionale.

Dice qualcuno: era proprio questo il momento per tirare fuori un tema così divisivo? Quale che possa essere la valutazione “politica” intorno alla domanda, resta comunque un altro inquietante quesito: ma è possibile, allora, che il Parlamento debba condannarsi solo alla ratifica degli atti di governo se non vuole saltare per aria? Negli ultimi decenni abbiamo avuto una quantità di governi “tecnici” tale da mettere in piedi un’intera legislatura, mettendo in fila Ciampi, Dini, Monti e Draghi. In quella “legislatura virtuale” il Parlamento non ha toccato palla, dovendo solo fungere da ratificatore. Allora, prima di andare al voto dell’anno venturo, pensiamo un momento a questa insostenibile anomalia, per favore, e cerchiamo di creare le condizioni per evitare la riedizione della paralisi parlamentare.

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