Finzione, apparenza, malizia. Come è lontano questo calcio da quello che ci ha tenuti attaccati allo schermo 40 anni fa, di fronte a una partita Italia-Brasile che ancora oggi fa tremare vene e polsi. Versione estesa di un articolo apparso sulla rivista di giugno di Formiche di Piero Trellini, giornalista e autore del libro “La partita” (Mondadori, 2019)

Appartengo a quella categoria. Cadenzo le tappe della mia esistenza con i mondiali di calcio. Se qualcuno cita il 1978, certo, penso a Moro, a Pertini e ai tre papi. Ma subito arrivano i mondiali argentini. Lo stesso per il 1994. Berlusconi, naturalmente. Ma quell’anno ha la voce di Pizzul e i piedi di Baggio. Lo stesso vale per ciascuno degli altri. Anche quelli che non ho vissuto.

Se mi dicono 1982, invece, i mondiali sono il primo pensiero. Precedono impunemente le guerre di Libano e Malvinas, il governo Spadolini, le morti di Calvi, Dalla Chiesa, Grace e Villeneuve. Forse dovrei vergognarmene ma è un processo inconscio. E d’altronde lo stesso Spadolini, alla partenza per la Spagna, lo aveva previsto: “Se vincerete il Mondiale, la memoria storica degli italiani del 1982 sarà molto più legata ai vostri nomi che non a quelli del mio governo”. E così fu.

Avevo dodici anni allora. L’età perfetta per vivere un’esperienza del genere all’apice di un entusiasmo sognante. Se il mito ti entra dentro non esce più. Ricordo ogni partita, dove l’ho vista e con chi. Fu l’anno del primo album completato e dei primi giornali raccolti. Quel mondiale fu il primo motore. L’arco che lanciò una passione verso il domani.

La zona oscura

I ragazzi nati all’inizio del millennio si sono trovati a quella stessa età con un vuoto assoluto, posando i loro dodici anni in una zona oscura. Chi li ha compiuti nel 2015, ad esempio, ne dovrà aspettare altri dodici per vedere possibilmente l’Italia a un mondiale. Forse non si percepisce quanti anni passino dall’ultimo nostro (fugace) mondiale:

2014 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 2026

E quanto questi anni siano cruciali in un’età nella quale tutto si sedimenta. A 24 anni non ci si improvvisa tifosi. La vita è già altrove. E probabilmente un domani anche i figli di quella generazione risentiranno dell’aria respirata in casa. Saranno i figli dell’altrove.

La copertina del libro

La verità è che il Mondiale solo se include la nazionale diventa un evento autenticamente collettivo. E il motivo è nella logica compresenza dei suoi tre elementi: il proprio paese (l’identità) in un evento mondiale (lo spazio) a cadenza lunga (il tempo). Ed è la rarità, appunto, che ne aumenta il valore. È un parametro universale. Un fattore di mercato. Ma anche psicologico. Perché l’unicità impone attenzione. E se dunque milioni di adolescenti non avranno questa attenzione probabilmente non saranno in grado di trasmetterne il piacere ai loro figli.

Le cose però accadono e dietro i fatti c’è sempre un sistema di eventi concatenati che non si può liquidare con raffronti con il passato o espressioni liberatorie perché quei giudizi in realtà imprigionerebbero una complessità in una riduzione. E questo non fa bene a nessuno. Non è il caso nemmeno di fare raffronti con il passato. Dopo il disastro della Corea del 1966, Pasquale, in teoria, e Franchi, in pratica, fecero la rivoluzione eliminando gli stranieri. E ottennero risultati immediati. Un primo posto europeo e un secondo mondiale. Il primato continentale la squadra di Mancini lo ha ottenuto – ed è stata eccezionale, saremmo degli ingrati a pensare il contrario – senza che sia stata necessaria la rivoluzione. Quindi forse è inutile fare chiacchiere. Anche perché indietro, se si parla di business, non si torna. Mai.

Formiche, Giugno 2022

Il vuoto culturale

È proprio il passato, però, che mi porta a un’altra considerazione. Insieme a questo vuoto mondiale ce ne è un altro più preoccupante: quello culturale. Ed è su questo che la federazione dovrebbe investire. Perché dare ormai per scontati atteggiamenti immorali è un gigantesco danno per il calcio. Assai più urgente che precipitarsi in campo per entrare nelle foto di una vittoria c’è infatti il bisogno di decisioni, esempi e talvolta imposizioni che vengano dall’alto.

Non so se – cosa che ho potuto constatare – non conoscere l’esistenza dei libri che parlano della nazionale che si presiede sia indice di qualcosa. E non so nemmeno quali meccanismi si muovano dietro la federazione. Sicuramente dietro c’è un lavoro che ignoro e la mia ignoranza mi impone di evitare giudizi. Ciò che conosco, però, è quello che vedo. E questo mi porta a chiudere il cerchio così come è iniziato: quell’Italia-Brasile di quarant’anni fa.

Dieci lampi

Solo dieci lampi. Inizio partita: una palla brasiliana si spegne sul fondo azzurro, Eder, che nella vita si è infilato in un guaio dopo l’altro, le va incontro ugualmente, la raccoglie e la passa a Zoff [1]. Collovati si infortuna e Serginho, altra testa calda, è in piedi a vigilare su di lui [2]. Zico e Rossi cadono in area, Socrates e Antognoni segnano in (vero e falso) fuorigioco, Oscar schiaccia sulla linea la palla fatidica: alzano tutti la mano per invocare un rigore o una rete. E non arriva   dall’arbitro Klein. Ma nemmeno una protesta da parte dei giocatori. Nessun accerchiamento. Nessuna simulazione. Nessuna sceneggiata [3, 4, 5]. I cinque gol si traducono in semplici esultanze [6]. Lo stesso Waldir Peres porge a Rossi la palla che lo trafiggerà dopo pochi secondi [7]. Al fischio finale, poi, undici azzurri alzano le braccia al cielo [8] e il primo gesto compiuto da Socrates è un applauso [9]. Lo stesso che fa Luizinho quando vede Bearzot e Rossi abbracciarsi [10].

Questo è il calcio dei miei dodici anni. Come si fa ad amare allo stesso modo quello di oggi? La finzione, l’apparenza, la malizia, con la complicità silenziosa di chi dovrebbe arginarli, sono i nuovi valori, perché ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Eppure vietabili. Punibili. È una totale assenza di sportività che non può non creare disonore al calcio e disamore in chi ha vissuto ciò che esisteva prima. E un calcio senza morale è assai più preoccupante di una Italia senza mondiale. È questo il vero altrove.

Se il calcio è un propagatore di valori chi lo muove ha anche il potere di imporli. La federazione di quel Brasile dittatoriale del 1982 (la CBF), per dire, vietava ai giocatori di sputare. E in campo non lo fece nessuno (la gestione della salivazione di Falcão fu per questo delegata a una gomma, che tra l’altro, in occasione della sua esultanza iconica, rischiò di strozzarlo). Di conseguenza nessuno di noi ragazzi sputava perché non avevamo modelli che ci inducevano a farlo. La federazione lo vietava. La federazione.

 

Versione estesa di un articolo pubblicato sul numero di giugno di Formiche

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