La rivista Radici cristiane ha pubblicato l’intervista a Gennaro Malgieri, che di seguito riportiamo integralmente, sul filosofo inglese Roger Scruton, firmata da Mauro Faverzani. È un contributo che mette in relazione il pensiero di Scruton con i prodromi e le conseguenze della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, oltre a riproporre i caposaldi teorici del pensatore, ritenuto qualche tempo fa dal New Yorker il “più influente intellettuale contemporaneo”

Ha scritto decine di volumi e ne ha introdotti e prefati altrettanti; ha diretto due quotidiani, il Secolo d’Italia e L’Indipendente; scrive tuttora per numerosi giornali e periodici; è stato consigliere d’amministrazione della Rai ed è stato più volte eletto deputato alla Camera: è stata ed è davvero intensa e ricca l’attività dell’on. Gennaro Malgieri, spesso impegnato a studiare e ad approfondire il ruolo svolto dai conservatori in ambito politico e storico. Per questo ha recentemente curato il libro collettaneo “Roger Scruton. Vita, opere e pensiero di un conservatore” con Luigi Iannone, dedicato al rappresentante più controverso della scuola conservatrice britannica.

Perché occuparsi di questo intellettuale inglese? Cos’ha da dirci oggi?

Roger Scruton è stato un acerrimo nemico del “pensiero unico”. Non era un reazionario con il codino, ma un uomo del nostro tempo, “interventista” a tutto campo nella discussione politica e nelle dinamiche culturali globali. Si è interrogato sui destini della modernità in maniera originale rispetto alle idee dominanti, contrastanti con la sua visione dell’Occidente, che vedeva ripiegato su sé stesso, incapace di sviluppare un dinamismo che lo facesse essere protagonista a pieno titolo del nuovo Millennio. Ha scosso con ogni suo scritto un’ampia cerchia di lettori, non soltanto nel suo Paese, fin da quando si impose all’attenzione, dopo il 1968, a soli 24 anni, ripensando il conservatorismo alla luce della modernità, senza venire meno agli insegnamenti di Edmund Burke e soprattutto di T.S. Eliot.

Nei suoi studi, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, ha cercato di rendere più percepibile un movimento che si riteneva appiattito esclusivamente sulle politiche thatcheriane e reaganiane. Scruton abbracciò il conservatorismo per reazione alle proteste studentesche esplose nel maggio 1968 in Francia. Come ha ricordato nel suo libro di memorie, in quel ’epoca risiedeva nel quartiere latino a Parigi e con grande stupore vide diventare una consuetudine gli atti di vandalismo degli studenti, che rovesciavano automobili, fracassavano vetri, devastavano il selciato stradale, davano fuoco a cartelloni e a bidoni. Per la prima volta nella sua vita “avvertì un’ondata di rabbia politica». Improvvisamente, racconta, «mi resi conto di essere dall’altra parte. Ciò che vidi fu una folla indisciplinata di teppisti della classe media auto-indulgenti. Quando ho chiesto ai miei amici cosa volessero, cosa stessero cercando di ot tenere, mi è stato spiegato che era uno ‘scherzetto marxista’. Ne ero disgustato e pensavo che ci fosse un modo per tornare alla difesa della civiltà occidentale contro queste cose. Così sono diventato un conservatore”.

Lei cosa pensa del conservatorismo in Italia? Esiste davvero? Anche in ambito dottrinale e politico?

Il conservatorismo in Italia è un confuso magma di atteggiamenti, tendenze, definizioni. Non si può dire che esista, se non in piccoli ambiti, una cultura conservatrice degna di questo nome. Perfino qualche partito politico scopre tutt’ad un tratto di essere nello stesso tempo “riformista e conservatore”, senza precisarne il senso. È pur vero che esistono intellettuali conservatori, ma sono isolati, non riescono ad amalgamare uno spirito autenticamente conservatore in un movimento di idee. Bisogna ricordare che conservare è istintivo, è connesso alla natura umana. Fa parte del codice genetico della persona. Non si dissipa ciò che si ama. A cominciare dalla vita. E poi si continua con gli affetti, le passioni, le memorie. Tutto questo e altro ancora può essere codificato in una dottrina? Roger Scruton ne era convinto. E la sua concezione del conservatorismo ne è l’evidente prova. Riteneva che essa nascesse più o meno come tentativo di non perdere nulla d’essenziale e di tradurlo in una politica dello spirito. La consapevolezza di vivere per lasciarsi qualcosa dietro, formare un’eredità riconoscendo, al tempo stesso, di essere eredi è un modo di guardare alla vita in una forma che la trascende e contemporaneamente la rinnova. In questo la sua visione non era lontana da pensatori che, per altri versi, gli sono distanti per sensibilità culturale e morale.

Il concetto di “identità” presente in Scruton può aiutarci a leggere ed a capire lo scontro in atto in Ucraina?

Credo proprio di sì. In Ucraina si combatte essenzialmente contro quella che Scruton definiva “oicofobia”, vale a dire il tentativo di instillare il rifiuto dell’appartenenza in una determinata comunità. I russi vogliono sterminare la “russità” nata pro prio in Ucraina con l’evangelizzazione dei primi secoli, grazie soprattutto ai santi Cirillo e Metodio. E vorrebbero stabilire non soltanto un potere geopolitico in quella terra, che è il cuore dell’Europa estrema, ma sradicarne la fonte, lo stile di vita, il modo di pensare, più o meno quello che fece Stalin agli inizi degli anni Trenta con l’Holodomor, la carestia programmata.

Insomma in Ucraina si combatte non sono per la sopravvivenza di una nazione, ma per il diritto di un popolo ad esistere secondo i suoi costumi ed i suoi caratteri. Non è una guerra “geopolitica” soltanto, ma un conflitto ideologico. Ed a questo mi sembra che il mondo occidentale stia opponendo poco o niente, a parte sanzioni che finiranno per ritorcersi contro chi le ha stabilite. La responsabilità maggiore è degli Stati Uniti, che usano la Nato come un giocattolo, mentre l’Europa si mostra incapace di dare un’efficace risposta unitaria e definitiva a Putin, sia sotto il profilo economico che sotto il profilo energetico e militare. Sarebbe auspicabile, vista l’umanità dell’Onu, creare una coalizione extraeuropea con i Paesi che mostrano di condividere la stessa visione geopolitica europea: impresa ardua, posto che dalle bravate di Sarkozy in poi ci siamo alienati qualsiasi possibilità in tal senso.

Al di là degli esiti, probabilmente lungi a venire, quali, a Suo giudizio, le cause, che hanno condotto a questa guerra in Ucraina?

La volontà di potenza di un despota lontano dal suo stesso popolo. La tentazione che ha prevalso di annettersi ciò ch’era sovietico per puro interesse espansionistico. Il terrore che l’Europa occidentale potesse allungarsi fino ai confini russi e di fatto minacciarne la sua indipendenza. Una vaga e confusa idea zarista sostenuta da ideologi nazionalbolscevichi, che hanno affascinato Putin. Il tutto si è concretizzato in un massacro dalle proporzioni disumane. Le immagini che vediamo rimandano al peggiore stalinismo, quello che proclama, marciando verso la conquista di Berlino alla fine della Seconda guerra mondiale, che bisognava squarciare il ventre delle donne tedesche, affinché non partorissero più mostri.

Cosa può insegnarci questo conflitto?

Una sola cosa: la potenza criminale di un’ideologia che è contro Dio e, dunque, legittimata a compiere qualsiasi misfatto. Ho l’impressione che l’Anticristo oggi sieda al Cremlino. Ed il suo solo scopo è tenere i forzieri ben chiusi, quelli colmi delle risorse sottratte al popolo dopo la caduta dell’Unione Sovietica ed elargite ai cosiddetti oligarchi. Oggi la Russia è lo Stato più plutocratico, avido e materialista della Terra. Chi si illude in Occidente di poter intessere ancora rapporti, magari alla fine della guerra, con un Putin od un suo sosia, si sbaglia di grosso. Il fatto che si sia qui ancora a discutere di espansionismo, di crudeltà, di plutocrazia e di materialismo dimostra come l’umanità senza Dio si fosse solo illusa di aver compiuto dei passi avanti.

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