Stabilità e crescita, espansione e perpetuazione del regime. Qual è la grand strategy della Cina ai tempi di Xi Jinping? Un cannocchiale sui piani della Città Proibita nella lezione di Andrew Scobell (United States Institute of Peace) durante la sedicesima edizione della TOChina Summer School

A Washington si è diffusa l’idea che la Cina non solo stia seguendo una grand strategy (o “strategia di lungo periodo”) precisa, ma che essa abbia come obiettivo principale quello di sostituire gli Stati Uniti come paese egemone a livello regionale e globale. Andrew Scobell, Distinguished Fellow for China all’United States Institute of Peace e adjunct professor alla Georgetown University, ha discusso questa idea con gli studenti della sedicesima edizione della TOChina Summer School.

Scobell non crede che gli stati generalmente formulino piani geopolitici a lungo termine. Tuttavia, il concetto di grand strategy rimane comunque utile per comprendere le tendenze nella politica domestica ed estera cinese.

Secondo Scobell, si possono individuare varie grandi strategie cinesi dal 1949 in poi. Oggigiorno la Cina, dopo un periodo caratterizzato dalla ricostruzione economica e militare e dalla sua integrazione nell’economia globale, sta attuando una strategia caratterizzata dall’assertività volta a contrastare gli Stati Uniti. Il termine che meglio descrive questa nuova fase è “ringiovanimento nazionale”, un’espressione che precede l’ascesa politica dell’attuale leader cinese, Xi Jinping, ma che ha largamente preso piede durante il suo primo mandato.

Per capire come si articola la grande strategia cinese, secondo Scobell, dobbiamo rispondere a tre domande fondamentali. La prima è “chi sta guidando le politiche della Repubblica Popolare?” Per Scobell sono tre grandi istituzioni: lo Stato, il Partito Comunista Cinese e l’Esercito Popolare di Liberazione. Queste tre organizzazioni che insieme costituiscono lo “stato-partito-esercito” cinese sono distinte e, allo stesso tempo, collegate fra di loro attraverso l’appartenenza al partito di tutti i dirigenti statali e militari. Ciò è evidente specialmente al vertice ove Xi è a capo di tutte e tre: presidente della Repubblica Popolare Cinese, segretario generale del PCC e presidente della Commissione militare centrale.

Tuttavia, il partito teme l’opinione pubblica che è in grado di mettere a rischio la sua legittimità e sopravvivenza. Infatti, secondo Scobell la risposta alla seconda domanda, “cosa vuole la Cina?”, è la perpetuazione del regime. È per questo motivo che la priorità assoluta della leadership cinese risiede nel controllo dell’opinione pubblica, reso possibile da un apparato di sorveglianza altamente tecnologico che reprime e risolve problemi legati alle minoranze irrequiete, ai lavoratori insoddisfatti, a gruppi religiosi e ad idee pericolose come la democrazia liberale e i diritti umani. L’efficacia di questo strumento nel controllare e reprimere il dissenso ha reso il partito comunista fiducioso, permettendogli di adottare piani ambiziosi a lungo termine come quello della Nuova Via della Seta.

È in questo contesto che Scobell ha illustrato le ambizioni internazionali di Pechino e ha fornito una interpretazione della sua grand strategy basata su quattro anelli concentrici con al centro la Cina, seguita dai cerchi dei paesi confinanti, dell’Indo-Pacifico e del resto del mondo. Scobell ha enfatizzato che per la Cina il primo anello, che rappresenta le questioni domestiche incluse quelle riguardanti le province “politicamente instabili” (Tibet, Xinjiang, Hong Kong e Taiwan), è quello più importante.

È per questo motivo che, secondo Scobell, Pechino ha rafforzato i sistemi di controllo e di repressione in Tibet, Xinjiang e Hong Kong e i tentativi di coercizione verso Taiwan, una volta che ha capito che lo sviluppo economico non è stato in grado di consolidare la sua legittimità in queste province, indispensabili per la realizzazione del “ringiovanimento nazionale”.

Ovviamente, preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale motivano gli interessi di Pechino anche negli altri anelli, dove ad allarmare non sono solo vicini potenti come il Giappone o la presenza militare americana, ma soprattutto il rischio di instabilità e disordini proveniente da paesi “fragili” come quelli dell’Asia Centrale o da una possibile Russia post-Putin.

Tuttavia, Scobell ritiene che l’avversario più potente che la Cina debba affrontare lungo il suo cammino verso l’egemonia siano gli Stati Uniti perché è l’unico paese in grado di “allungare la mano” verso la Cina attraverso tutti e quattro gli anelli. Ciò spiega quello che Scobell ha definito come l’approccio “schizofrenico” di Pechino: i leader cinesi vorrebbero instaurare buone relazioni con Washington, ma allo stesso tempo sono molto diffidenti e sospettosi della presenza e penetrazione americana in quella parte di mondo che loro considerano il proprio “campo di gioco”.

Scobell ha concluso rispondendo all’ultima domanda “Quanto bene sta giocando le proprie carte la Cina?” affermando che la Cina fino ad ora è stata “dannatamente” abile, ma che per quanto riguardo il futuro il suo cammino verso l’egemonia globale rimane costellata di incertezze legate alle sue sfide interne, tra cui la gestione delle conseguenze della pandemia, il mantenimento della crescita economica, i problemi delle minoranze “irrequiete” e le relazioni attraverso lo Stretto di Taiwan.

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