Con un referendum, lo Stato americano del Kansas ha deciso di non eliminare il diritto all’aborto. Ma dal Canada al Kenya, il dibattito sull’interruzione della gravidanza varia a seconda del Paese. Salute, anni di lotta, requisiti e normative

I cittadini dello Stato americano del Kansas hanno deciso, a grande maggioranza, di non eliminare il diritto costituzionale all’aborto. Si tratta della prima consultazione sul tema da quando a giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, che tutelava l’interruzione di gravidanza a livello federale.

Ma gli elettori si sono espressi in maniera netta: quasi il 60% ha scelto di proteggere la legge che nello Stato del Kansas permette l’aborto legale fino alla 22° settimana. Il presidente americano, Joe Biden, ha dichiarato che “il Kansas ha usato la propria voce per proteggere il diritto delle donne di scegliere e di accedere all’assistenza sanitaria riproduttiva, una vittoria importante anche per ogni americano che crede che le donne dovrebbero essere in grado di prendere le proprie decisioni sulla salute senza l’interferenza del governo”.

Questo referendum era atteso con molta attenzione, giacché la posizione geografica del Kansas, a ridosso di diversi Stati, lo renderà destinazione di molte donne che vivono in Stati dove l’aborto è vietato.

Anche il resto del mondo sembra molto diviso sull’interruzione della gravidanza. In Canada, per esempio, non ci sono leggi che limitano l’aborto. Anzi, i sistemi sanitari provinciali e territoriali offrono una copertura integrale come procedura medica essenziale entro le prime 20 settimane e, in alcune circostanze, anche dopo, nel caso la gravidanza sia una minaccia alla vita della mamma. L’accesso e i requisiti variano dipendendo dall’ospedale e la provincia.

Scenario decisamente diverso rispetto al Nicaragua, dove l’aborto è completamente illegale ed è prevista la condanna con il carcere sia per la donna sia per i medici che lo eseguono. I parlamentari nicaraguensi eliminarono tutte le eccezioni nel 2006, nonostante esistesse da un secolo una legge che permetteva l’aborto in caso di abuso sessuale o rischio di vita per la mamma. Con questa decisione, il presidente Daniel Ortega, sostenitore della penalizzazione dell’aborto, si è guadagnato l’appoggio dei leader evangelici del Nicaragua e degli Stati Uniti, come si legge in un articolo del New York Times.

L’aborto è legale in Inghilterra, Scozia e Galles da più di 50 anni, grazie alla Legge sull’aborto del 1967. La procedura può essere eseguita fino alla 24esima settimana di gravidanza, con l’approvazione di due medici.

In Irlanda, invece, è stata modificata la Costituzione nel 1983 per includere un divieto quasi totale dell’aborto, come conseguenza dell’influenza cattolica nel Paese. Nel 2018 però circa il 66% degli elettori irlandesi votò per la fine delle limitazioni. Ora la normativa prevede eccezioni oltre la 12° settimana in caso di anomalia del feto o rischi per la salute della donna.

In Kenya, infine, la Costituzione del 2010 permette l’aborto se un professionista della sanità certifica la necessità in caso di emergenza o se la gravidanza mette a rischio la vita o la salute della mamma. In altri casi, il Codice penale prevede una pena di 14 anni di carcere.

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