Le imponenti esercitazioni militari lanciate da Pechino a seguito della visita a Taiwan della speaker della Camera Nancy Pelosi potrebbero proseguire ancora. Oltre ai timori per una possibile invasione dell’isola, la mossa potrebbe creare una situazione di quasi-embargo per Taipei, il cui spazio aero-marittimo non sarebbe più sicuro per i traffici globali da cui dipende l’economia dell’isola

Continua la battaglia navale, per ora solo simulata, intorno alle acque di Taiwan, dove le navi da guerra di Pechino e Taipei hanno manovrato a breve distanza le une dalle altre lungo la linea mediana che separa l’isola dalla costa continentale cinese. Una decina di unita militari delle due Cine hanno navigato a breve distanza nello stretto, e una delle imbarcazioni cinesi avrebbe anche attraversato per un tratto la linea che segna il confine de facto tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina. Non è la prima volta che accade durante le attività militari “senza precedenti” avviate da Pechino in rappresaglia per la visita a Taipei della speaker della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, e nei giorni scorsi non solo vascelli, ma anche caccia e droni hanno effettuato diverse incursioni oltre la delimitazione, simulando molteplici attacchi contro Taiwan.

Le esercitazioni

Lanciata il giorno immediatamente successivo alla visita di Pelosi, la gigantesca esercitazione militare cinese si è configurata come una vera e propria dimostrazione di forza che ha letteralmente circondato l’isola, con la partecipazione di oltre cento aerei militari e oltre una dozzine di unità della marina di Pechino, che nel corso delle operazioni hanno anche effettuato dei tiri con munizioni vere (live-fire). Le esercitazioni avrebbero dovuto concludersi domenica, ma il governo cinese ha annunciato l’intenzione di proseguire con attività di addestramento “regolari”, “addestramento congiunto in condizioni di guerra reale, concentrato sull’organizzazione delle operazioni di guerra anti-sottomarino e sugli attacchi navali”,  lungo il braccio di mare che la separa dall’isola, e anche oltre la linea mediana. Mosse in vista del “compito storico” della riunificazione di Taiwan alla Cina continentale? Per ora le operazioni dovrebbero limitarsi a una sola delle sette aree attorno al territorio centrale taiwanese interessate finora dagli wargame cinesi.

La reazione di Taiwan

Nel corso della sola ultima giornata ufficiale delle manovre, il ministero della Difesa di Taiwan ha rivelato di aver intercettato 66 aerei e quattordici navi da guerra cinesi impegnate nelle operazioni intorno al suo spazio aeronavale, costantemente monitorate dalle forze armate dell’isola. Inoltre, 22 aerei hanno sorvolato la linea mediana lambendo il limite sud-occidentale della Zona d’identificazione della difesa aerea taiwanese. Di fronte alla minaccia di Pechino, Taiwan non ha fermato lo svolgimento delle esercitazioni militari pianificate – già prima della crisi – per questa settimana, e testerà le capacità di riposta delle unità militari di Taipei.

Comando e controllo

Le esercitazioni sono servite a Pechino soprattutto per testare le proprie capacità interforze e di comando e controllo. Per tutta la durata delle attività, coordinate dal Comando orientale dell’Esercito di liberazione popolare, le forze armate cinesi hanno condotto delle operazioni articolate e complesse, con il coinvolgimento contemporaneo e coordinato di missili balistici, caccia e droni in regioni diverse. Soprattutto i droni sono stati utilizzati con attenzione e in sinergia con le altre capacità, come dimostrato nell’area di Kinmen, un piccolo arcipelago controllato da Taiwan, dove due droni militari cinesi hanno sorvolato le isole due volte prima di venire dispersi dalla reazione delle forze armate di Taipei con il lancio di bengala.

Le preoccupazioni di Tokyo

Alcuni dei lanci di missili balistici – effettuati con grande precisione e a distanze maggiori rispetto alle altre esercitazioni – sono atterrati nella Zona economica esclusiva del Giappone al largo di Hateruma, un’isola molto a sud dell’arcipelago nipponico, scatenando la protesta di Tokyo. Il ministro della Difesa, Nobuo Kishi, ha bollato i lanci come “gravi minacce alla sicurezza nazionale del Giappone e alla sicurezza del popolo giapponese”. Anche il primo ministro, Fumio Kishida, ha dichiarato venerdì che le esercitazioni militari della Cina rappresentano un “grave problema” che minaccia la pace e la sicurezza regionale. Kishida, inoltre, al vertice Nato di Madrid aveva dimostrato le sue preoccupazioni che la guerra in Ucraina potesse veicolare “lezioni sbagliate”, un chiaro riferimento alle mire di Pechino su Taiwan.

Lezioni ucraine?

Il timore che le esercitazioni siano state una “prova generale” di invasione – come fatto dalla Russia con l’Ucraina – non è limitato al governo giapponese. Seppure si parli di situazioni completamente differenti, sia come protagonisti sia come contesti, la recente esperienza storica ha un valore. Anche perché Taiwan rappresenta per la Cina un limite invalicabile (strategico e ideologico) per la propria identità. E attorno a questo ruotano parte degli attriti con gli Usa. Il presidente Joe Biden ha per tre volte ribadito la propria volontà di difendere l’isola in caso di attacco cinese, apparentemente turbando l’ambiguità strategica – salvo poi spiegazioni distensive fornite dall’amministrazione sul non cambiamento dello status quo. Il timore di Pechino è che come il principio della One China, secondo cui Taiwan non è riconosciuto, è stato plasmato dagli Stati Uniti cinque decenni fa, ora (o in un futuro non troppo remoto) possa essere modificato.

Esercitazioni perenni

I missili e le incursioni anfibie con cui la Cina ha simulato un attacco a Taiwan hanno anche un valore più profondo. Toccano l’aspetto economico della situazione e arrivano fino a quello politico. Finora la ritorsione cinese è stata modesta, lo stop all’importazione di alcuni prodotti alimentari non affosserà da sé l’economia taiwanesi, ma c’è da spettarsi di più. La questione delle deviazioni dei traffici navali prodotta dalle esercitazioni cinesi (le navi commerciali hanno la necessità di tenersi al sicuro) è emblematica. Se la Cina dovesse decidere di instaurare un regime di attività militare permanente attorno all’isola, potrebbe trasformarla in un luogo infernale per l’attracco delle forniture. Molte compagnie potrebbero decidere di evitarla, e questo taglierebbe Taiwan dalle supply chain. Figurarsi se Pechino dovesse scegliere di imporre vero un blocco navale.

Affossare l’economia per colpire il governo

L’effetto sarebbe un affossamento delle capacità economico-commerciali dell’isola, che significherebbe creare i presupposti per il deterioramento delle condizioni generali di vita. E dunque indurre i presupposti affinché la popolazione inizi a protestare contro il governo, che verrebbe visto come la causa di quella condizione critica. L’instaurarsi di una base consistente di scontento interno, che sarebbe foraggiato da operazioni di infowar cinese, potrebbe essere un presupposto per promuovere una destabilizzazione dall’interno che potrebbe diventare un metodo meno invasivo per prendere Taiwan (sicuramente senza suscitare la reazione diretta statunitense, inoltre). L’obiettivo di porre in difficoltà l’economia taiwanese per Pechino è raggiungibile anche mettendo mano all’import.

Fermare gli scambi conviene?

Il 2021 – nonostante lo scontro a cavallo dello stretto non fosse tenero – è stato l’anno in cui l’interscambio è stato più importante. La Cina è un mercato di massa per Taiwan, mentre Taiwan è un mercato di qualità per la Cina. Qui sta un limite però: società come TSMC – il cui fondatore, Morris Chang, era a pranzo con la Speaker Pelosi – sono troppo importanti nella produzione (globale) di semiconduttori ed è questo uno degli aspetti geoeconomici che blocca Pechino da azioni troppo forti. Semplificando, la Cina non può rinunciare ai microchip e ai più importanti prodotti tecnologici taiwanesi se vuole continuare a essere lo stato futuristico che progetta di essere. Tuttavia, il governo cinese potrebbe decidere per azioni selettive, rinunciando alle importazioni di determinati beni e bloccando certe linee commerciali in modo da subirne gli effetti, ma facendoli pesare su Taiwan.

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