Gli addetti alla sicurezza nazionale taiwanese premono su Foxconn affinché ripensi la partnership con Tsinghua, player chiave per l’industria cinese dei semiconduttori, che Xi vuole potenziare e Biden ostacolare

Non volano più missili nello stretto di Taiwan, ma le ostilità tra Taipei e Pechino continuano (anche) per via economica. Furibonda per l’avvenuta visita della speaker statunitense Nancy Pelosi all’isola democratica, Pechino ha lanciato una serie di esercitazioni militari senza precedenti, interrotto i colloqui con gli Usa su una serie di dossier strategici e imposto diversi blocchi alle importazioni taiwanesi, soprattutto sul comparto alimentare.

Il fatto che la Cina non abbia sanzionato le esportazioni taiwanesi più importanti per l’economia dell’isola, i semiconduttori, è parecchio rivelatorio. Dovendo importare il 60% dei microchip e non disponendo della tecnologia per fabbricare quelli più avanzati, Pechino non può fare a meno di quelli taiwanesi, innervati di tecnologia occidentale a cui non può accedere. Dunque l’industria high-tech cinese è legata a doppio filo a quella taiwanese.

Il valore strategico dell’industria di Taiwan è uno dei motivi per cui la Cina vuole appropriarsi dell’isola, che non ha mai smesso di vedere come una provincia separatista. Ma finché Pechino non conquista Taipei, quest’ultima dispone di una considerevole leva economica. E ne è pienamente consapevole. Da qui le pressioni del comparto di sicurezza taiwanese su un’importante azienda nazionale, Foxconn, affinché faccia marcia indietro su un investimento da 800 milioni nel produttore di chip cinese Tsinghua Unigroup.

A rivelarlo è il Financial Times, secondo cui la commissione per gli investimenti del governo taiwanese deve ancora esaminare formalmente il caso. Tuttavia i funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale del presidente e del Consiglio per gli affari continentali, l’organo che attua la politica sulla Cina, ritengono che l’accordo debba essere bloccato. “Sicuramente non andrà in porto”, ha dichiarato a FT “un alto funzionario del governo taiwanese coinvolto in questioni di sicurezza nazionale”.

La scelta di sfruttare la leva Foxconn non è casuale: si tratta del più grande produttore di elettronica a contratto del mondo e il maggior datore di lavoro del settore privato in Cina. Quell’investimento, annunciato il mese scorso, ha reso Foxconn – che tra le altre cose è il maggior fornitore di Apple – il secondo maggiore azionista di Tsinghua. Ma l’ha anche avvicinata all’epicentro della competizione tecnologica tra Usa e Cina.

L’allineamento con gli Stati Uniti è appunto la chiave di volta della mossa taiwanese. Washington sta allargando (e di molto) il raggio d’azione delle misure per ostacolare la crescita dell’industria dei semiconduttori cinese. E nell’elaborare una risposta ai tentativi di coercizione economica cinesi, Taipei ha deciso di agire sulla stessa lunghezza d’onda degli statunitensi. Il vantaggio è duplice: colpire la Cina dove fa più male – Tsinghua Group è un tassello chiave del piano di Xi Jinping per raggiungere l’autonomia nella produzione di semiconduttori –, ingraziarsi l’alleato (e potenziale protettore) più influente.

Se le ragioni di sicurezza nazionale avessero la meglio, sarà Foxconn a dover assorbire il colpo. Sebbene il gruppo stia diversificando le sue linee di produzione al di fuori della Cina, il 75% della sua capacità produttiva si trova in quel Paese, e secondo gli analisti, sarebbe estremamente difficile per l’azienda taiwanese disvestire dall’industria cinese. È un equilibrio difficile, anche considerando che con una mossa del genere Taipei indebolirebbe un suo gioiello economico e dunque darebbe a Pechino più leva contro di essa.

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