La banca centrale ha ridotto il tasso sui prestiti a medio termine di 10 punti base al 2,75% mentre aumenta il disagio degli investitori stranieri. E manca il sostegno politico di Xi Jinping

Xi salvi chi può. Taglio dei tassi d’interesse, decrescita del valore industriale, vendite al dettaglio indebolite: l’economia della Cina è messa peggio del previsto. La People’s bank of China, cogliendo gli analisti di sorpresa, ha ridotto il tasso sui prestiti a medio termine di 10 punti base al 2,75%. È la prima sforbiciata da gennaio. Gli economisti si aspettavano che la banca centrale cinese lasciasse il tasso invariato. Anche perché la decisione va nella direzione opposta alla rotta monetaria intrapresa nei mercati emergenti.

I dati riflettono un’attività dei consumatori e delle fabbriche inferiore alle previsioni e un incremento della disoccupazione giovanile a un record del 19,9%. Numeri che aumentano la pressione sull’amministrazione di Xi Jinping per rinvigorire l’economia cinese, la seconda più grande al mondo dopo gli Stati Uniti. “Per anni la Cina è stata la spendacciona mondiale di ultima istanza”, ha scritto Bloomberg, “ma le importazioni, misurate in dollari, sono diminuite, mentre le esportazioni sono in aumento dopo il Covid”.

Il mercato azionario cinese, con l’avvento della pandemia, si è staccato dal resto del complesso dei mercati emergenti. E da allora si è allontanato ulteriormente. Il disagio degli investitori stranieri nei confronti della Cina, guidato principalmente dalle preoccupazioni politiche, ma anche dai problemi dell’economia, rende più difficoltoso l’accesso ai capitali per le aziende. Nonostante i piani di Pechino per iniettare centinaia di miliardi di dollari per rilanciare la crescita, l’economia cinese, nel secondo trimestre del 2022, è sfuggita solo per un soffio a una contrazione.

A luglio le vendite al dettaglio, un importante indicatore dei consumi, sono aumentate del 2,7% su base annua rispetto a una previsione del 5%, mentre la produzione industriale è stata superiore del 3,8% a fronte del 4,6% atteso dagli esperti. In tutto questo la People’s bank of China ha tagliato un tasso di prestito cruciale nel tentativo di sostenere la crescita, ma il Paese asiatico ha risentito delle dure restrizioni causate dall’emergenza sanitaria e dal peggioramento della crisi immobiliare.

Gli economisti si aspettano che il rallentamento economico della Cina induca una politica monetaria e uno stimolo fiscale più accomodanti, ma alcuni sono pessimisti sulla portata e sulla velocità della risposta di Pechino. “La crescita della Cina sarà notevolmente ostacolata dalla sua strategia Covid free, dalla spirale al ribasso dei mercati immobiliari e da un probabile rallentamento della crescita delle esportazioni”, ha detto al Financial Times il capo economista cinese di Nomura, Ting Lu. “Il sostegno politico di Pechino potrebbe essere troppo scarso, troppo tardivo e troppo inefficiente”.

La Société Générale, uno dei gruppi bancari di riferimento della zona euro, ha descritto i dati cinesi di luglio come “semplicemente negativi”, con una decelerazione tra produzione, investimenti e consumi sotto il peso schiacciante della politica Covid free e del settore immobiliare in caduta libera. “I politici”, hanno sottolineato gli analisti dell’istituto di credito francese, “hanno iniziato a manifestare le proprie preoccupazioni sull’eccessiva stimolazione dell’economia con troppa liquidità, mentre il rischio reale è esattamente l’opposto: un allentamento troppo scarso e una ripresa troppo debole”. No. L’economia cinese non se la passa affatto bene.

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