Dalla guerra in Ucraina e dagli approvvigionamenti di gas si intravedono prove tecniche di guerra napoleonica per il XXI secolo? Riflessioni di geopolitica di ieri e di oggi nell’intervento del prof. Angelo Spena, ordinario di Fisica tecnica ambientale all’Università di Roma Tor Vergata

Ricordo il mio stupore quando, da ragazzo, in gita scolastica visitai la prima residenza in esilio di Napoleone all’isola d’Elba. Il rispetto, la deferenza direi, mostrata dai vincitori verso l’uomo che aveva tormentato l’Europa per vent’anni strideva con la mia percezione giovanile, radicale, senza chiaroscuri, del bene e del male, della guerra e della pace. L’Empereur, che aveva promosso arti e codici, ma anche l’industria tessile del continente con i milioni di divise militari disfatte, diceva di voler esportare le conquiste della rivoluzione e la democrazia, ma finì con l’affollare a Parigi una città nella città, Les Invalides, dei suoi mutilati.

Duecento anni dopo, qualcosa nuovamente non torna nei comportamenti dei protagonisti della triste vicenda ucraina.

18 febbraio 2022, il presidente Biden platealmente dichiara: “Noi non manderemo soldati al confine” e neanche quattro giorni dopo i russi, in attesa da mesi, invadono l’Ucraina.

31 marzo 2022, il presidente Putin decreta: “Se i pagamenti non avverranno in rubli i contratti esistenti saranno interrotti”. Da noi cominciano le capriole, si cerca sul mappamondo, si sventola la chance degli stoccaggi: “Al momento le riserve italiane di gas consentono comunque di mandare avanti le attività del Paese anche in caso di brusche e improbabili interruzioni delle forniture russe”.

Ci si premura di tranquillizzare i cittadini dicendo di star riempiendo i serbatoi: siamo al 55%, evviva! Ma perché nessun nostro governante ha il coraggio di dire agli italiani che con gli stoccaggi pieni anche al 100% abbiamo sull’arco di un intero anno (dati del 2021) 201/727 TWh x 12 = solo 3,3 mesi di autonomia? I quali mesi, durante l’inverno, a causa dei consumi per riscaldamento, si riducono mediamente a 201/81 TWh = 2,5? E che a ridosso di dicembre e gennaio, quando la domanda giornaliera di metano giunge a raddoppiare rispetto alla media annuale, scendiamo (sempre dati del 2021) a soli 201/81 TWh = 2,1 mesi? Due mesi, in assenza di apporti dall’estero! E questo solo se gli accumuli fossero ancora pieni al 100%.

Peggio di noi, sta solo la Germania. Perché i nostri e i loro stoccaggi sono sostanzialmente scorte commerciali, dimensionate per gli affari e gli shipper, in funzione dei prezzi e dei segnali del mercato. E che se il tallone d’Achille è l’inverno, non possono bastare per essere risolutive e strategiche. Eppure, di porre mano con convinzione a moltiplicare la capacità degli stoccaggi, ben poco si parla.

Niente di meglio arriva tuttavia dai contrapposti economisti nostrani che si guardano bene dal dirci che le mitiche riserve nazionali a oggi recuperabili di gas, cui colpevolmente secondo loro non attingiamo da più di vent’anni  basterebbero solo per 1029/727 TWh x 12 = 17 mesi. Meno di un anno e mezzo e poi l’Italia chiuderebbe con il metano per l’eternità.

14 aprile 2022: due missili ucraini, teleguidati con precisione dalla intelligence – verosimilmente satellitare – della Nato colpiscono e affondano la nave Moskva al comando della squadra russa del mar Nero e i russi, che manovravano verso Odessa nel quadro di un riposizionamento strategico dopo l’abbandono dell’assedio di Kiev e di Kharkiv, rallentano la loro avanzata; anzi, poco più di due mesi dopo abbandonano la frontistante isola dei Serpenti.

In tutti noi, gente semplice, c’è timore di una degenerazione catastrofica del conflitto. Non tutti però hanno paura. Nel mondo, dopo quasi ottanta anni di impasse indotta dal bombardamento nucleare di due città inermi (anche allora: la morte fu recapitata ai civili giapponesi, ma il messaggio era indirizzato ai gerarchi russi), una sconfinata quantità di interessi scruta opportunità: fabbricanti di missili in cerca di bersagli; ricettatori di munizioni in cerca di vittime; trafficanti in cerca di esseri umani; procuratori di mercenari in cerca di casus belli; contrabbandieri e spalloni in cerca di nuove frontiere proibite; pescecani e avvoltoi in cerca di ghiotte sanzioni economiche da aggirare illegalmente; generali maccartisti in cerca di prospettive di carriera; scienziati della guerra in cerca di sperimentazione di nuove armi e nuove tecnologie; moderni sultani e nuovi zar, irresponsabili alla quotidianità ma anelanti a un posto sui libri di storia purchessia, in cerca di nostalgiche mappe geopolitiche; speculatori in cerca di sommovimenti propizi delle materie prime; politici in cerca di legittimazioni transoceaniche; fabbricanti di case e caserme in cerca di edifici da ricostruire; mafiosi di ogni risma in cerca di macerie da smaltire; lobbysti e promotori di rinnovabili mordi-e-fuggi in cerca di lasciapassare emergenziali; emergenti sanificatori di radioattività in cerca di malcapitate vittime di spari nucleari tattici; capitali e capitalisti in cerca di nuovi modelli di business, premono perché anche in occidente si torni a combattere guerre reversibili alla maniera antica, di quelle che poi si ricomincia, si ricostruisce, si lanciano piani Marshall, si aprono praterie di applicazioni civili di nuove tecnologie nate per uccidere o per distruggere.

Finora sono stati costretti a scaricare arsenali, illegalità e morte su territori dell’est e del sud dell’emisfero, dall’Afghanistan alla Serbia, dalla Libia alla Siria. Ma è troppo povero e diverso quel contesto: perché possano soddisfare i loro appetiti sarebbe meglio qualche periodo di tempesta perfetta come quella del Novecento, dell’Occidente cioè devastato da trent’anni di guerra (magari di nuovo in due tempi, giusto per adeguare come allora offerta e logistica alle nuove domande) cui far seguire altrettanti decenni di boom economico. Ciò che laggiù si sperimenta non è esportabile più a ovest, è un pallido e non sovrapponibile surrogato. E comunque non basta: infatti dall’Afghanistan si va via.

Una vera guerra nucleare strategica – ne convengono anche i più cinici – è però la peggior distopia: almeno dalle parti di casa propria, rischia di devastare vincitori e vinti. Perché il problema della atomica non è solo la magnitudo, ma la durata degli effetti. Una guerra atomica non può finire da un giorno all’altro. I tempi di ritorno alla normalità sono incompatibili con quelli della moderna economia e finanza, per le quali il breve termine e’ un mese, il medio e’ sei mesi, e il lungo termine – con buona pace di lord Keynes – e’ lui a esser morto. Paradossalmente l’atomica sarebbe stata compatibile con i tempi della antichità. E poi – eterogenesi dei fini – semplifica e radicalizza la sopravvivenza della vittima. E la emancipa, il Giappone insegna. Invece da una guerra all’antica con bombardamenti più o meno convenzionali, tutt’al più con qualche saggio di atomiche tattiche, seguono due risultati: il business della ricostruzione, e la sudditanza logistica dei sopravvissuti menomati: per congestionare le retrovie del nemico non devi uccidere, devi ferire, si studia in strategia.

Già, il refrain di un nuovo piano Marshall: tradotto, vuol dire che io generoso vincitore do soldi a te, miracolato perdente, perché tu possa comprare da me ciò che ti serve. Demolizione e ricostruzione (dell’altro), e rilancio e crescita (di sé). Già si stanno spartendo – lo hanno detto senza pudore alla Conferenza di Lugano dei primi di luglio del 2022 – i territori di influenza affaristica della povera Ucraina con una prima “tranche” (sì, proprio così, come un mutuo per la casa al mare) da 750 miliardi di dollari. Ma è solo un deja vu: le nuove centrali elettriche che il piano Marshall donò all’Italia, Paese pur all’avanguardia nel settore, erano targate General Electric.

C’è invero qualcosa di subliminale che non convince nella dialettica ufficiale di questa guerra in Ucraina. Come se i fatti palesi, gli atti ostili plateali, o le dichiarazioni eclatanti dei leader fossero volta per volta suggello e messe a verbale, davanti al testimone mondo, dei risultati di flussi lunghi, sotterranei e tortuosi di messaggi tra servizi segreti e tra generali dialoganti.

“Adesso puoi andare, ok; vediamo cosa sai fare, mostraci come funziona il tuo armamentario”.
“No, Odessa no, non la prendere. Vedi, ti affondo le navi, poi passeresti tu sotto assedio. Lascia perdere, ti piacerebbe eh, ma quel mare deve rimanere contendibile”.
“Il gas adesso un po’ te lo do, ti lascio campare alla giornata, so già che racconterai ai tuoi che stai riempiendo gli stoccaggi, ma lo sai bene che è illusionismo. Attento che quando il gas ti servirà davvero, a fine ottobre, se ti comporti male ti metto in ginocchio; ok, ti lascio un po’ di tempo per decidere”.

I politologi mainstream diranno probabilmente che no, non è così: eppure sembra quasi che si stia assistendo a una gigantesca esercitazione congiunta avente lo scopo di studiare attentamente e seriamente cosa vada evitato, fin dove ci si possa spingere (vedi la irresponsabile sperimentazione lituana sul filo del rasoio in quel di Kaliningrad), come si possa condurre e governare una guerra tradizionale, tutt’al più con qualche spruzzatina tattica di radioattività, di quelle in sostanza reversibili – napoleoniche per capirci, da chiudere iconicamente poi magari in una moderna Vienna o Versailles, a seconda del vincitore – nell’era atomica che ha conculcato, ormai troppo a lungo e insostenibilmente, la crescita di tanti modelli di business che non ce la fanno più ad accontentarsi del solo Afghanistan o dell’Iraq.

E le cose più tristi son due – non sappiamo quale sia peggio. Lo scempio umano delle popolazioni ucraine, cavie dell’esperimento. E il dover sperare che sia così, perché l’alternativa è l’inverno nucleare.

(Photo by Quinten de Graaf on Unsplash)

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