Per rendere stabile il suo consenso la leader di Fratelli d’Italia dovrà muoversi nella logica del consolidamento che si faccia partito-organizzazione e non partito-emozione temporanea. Se è tutto poggiato sul brand, sullo spot azzeccato dell’ultimo momento per conquistare non la parte razionale delle meningi dell’elettore, ma solo il suo istinto, beh, lo spot poi finisce presto, soppiantato da qualche nuovo brand. La rubrica di Pino Pisicchio

“Georgia, Georgia, the whole day through. Just an old sweet song keeps Georgia on my mind”, così cantava il grande Ray Charles nel 1960, rendendo celebre la cover di un brano del 1930 che, giocando sull’ambiguità tra il nome di una donna e quello dello Stato americano, si guadagnò il titolo di canzone ufficiale della Georgia.

La Giorgia nella mente degli italiani, però, non è quella della carta geografica americana, ma la leader della destra di Fratelli d’Italia, celebrata come vincitrice assoluta delle elezioni di settembre da sondaggisti, editorialisti, politologi e cospicue fettine di ceto politico che, seguendo l’aforisma flaianeo, corrono in soccorso della vincitrice.

Probabilmente andrà così: arriverà prima la segretaria del partito erede della destra sociale che ha infilato nel suo pantheon un pizzico di Salò ed uno di Trump, una spruzzatina di liberalismo ed una di orbanismo, un indubbio senso della politica di strada- sensibilità ormai rara – ed anche la lezione della politica comunicata, appresa da Berlusconi che di comunicazione persuasiva se ne intende.

Meno di un mese di pazienza e vedremo la parola “the end” di questo strano film elettorale senza campagna elettorale ma con i sondaggisti iperattivi. La nuova politica (Terza Repubblica?), però, ci ha raccontato cose importanti in questi anni di assenza assoluta dei partiti organizzati e di presenza egemone dei cesari a capo dei partiti personali, cose che faremmo bene a ricordare a futura memoria. Cose, per esempio, riferite alle subitanee salite di consenso, senza consolidamento delle basi, che hanno portato ad altrettanto discese ardite, spesso senza risalite.

Insomma: se è tutto poggiato sul brand, sullo spot azzeccato dell’ultimo momento per conquistare non la parte razionale delle meningi dell’elettore, ma solo il suo istinto, beh, lo spot poi finisce presto, soppiantato da qualche nuovo brand.

Qualche remember? Renzi, per esempio, che raccolse il Pd intorno al 25% quando nel dicembre 2013 venne eletto segretario a furor di popolo interno ed esterno al partito, celebrò il suo tripudio nel 2014 con elezioni europee che fecero schizzare il Pd al 40,81% e gli guadagnarono la fama del re Mida. Alle politiche successive, dopo aver perso il referendum sulla riforma Costituzionale, lasciò il partito al minimo storico del 18,7% ed oggi, dopo la scissione, lotta insieme al compagno Calenda, per superare lo sbarramento d’ingresso in Parlamento. Ma si potrebbe ricordare anche l’epopea dell’altro Matteo, Salvini, che raccolse la Lega al 4,03% del 2013 per trascinarla al 17,37 % delle politiche del 2018 e all’apogeo assoluto del 34,26% delle europee 2019. Anche qui errori, stanchezza, sondaggi in picchiata. Non mettiamo nel conto i Cinque Stelle, perché potremmo solo registrare una performance tutta in ascesa, con il 25,5% del 2013 e il sorprendente 33% alla Camera nel 2018 (in Europa 21,16 nel 2014 e 17,07 nel 2019), mentre i sondaggi più generosi riconoscono oggi percentuali che oscillano attorno ad un malinconico 10%.

La leader di Fratelli d’Italia, invece, tutta in ascesa: dopo la fine della destra di Alleanza Nazionale attraversata dal “liberal” Gianfranco Fini, Giorgia raccolse nelle politiche del 2013 l’1,96%, quasi raddoppiato alle europee del 2014 (3,67) consolidato nelle politiche del 2018 (4,26) e nelle europee del 2019 (6,46). Certo, una performance in costante salita ma ben lontana dal 22-24% che viene accreditato oggi al partito per il voto di settembre.

Il punto qual è allora? C’è una base elettorale”storica” delle formazioni politiche (partiti sarebbe dire troppo…) che si presentano alle elezioni e c’è una parte, più cospicua, di consensi, per così dire, “provvisori”, emozionali, non di appartenenza e pronti ad andar via alla prima occasione. È come se dosi di anabolizzanti fossero immesse nel corpo del partito: non si tratta, però, di uno sviluppo naturale di questo organismo. È droga elettorale. Per cui: discese ardite e risalite. In fondo lo spazio politico della Lega prima di Salvini, quella consolidata in un trentennio di presenza parlamentare, oscillava tra il sei e l’otto per cento, con due picchi del 10 per cento nel ’96 e nel 2009. Quello che ci ha messo sopra Salvini non è consolidato ma fluttuante.

Per capirci meglio facciamo l’esempio del Pd: il minimo storico del 2018 rappresenterà il valore al di sotto del quale sarà difficile che andrà a finire questa formazione politica che continua ad avere qualche parentela con i partiti organizzati della prima Repubblica. E i valori della Destra missina e poi di Alleanza nazionale, da cui origina l’esperienza di Fratelli d’Italia, hanno oscillato tra il 7/8 % del MSI e il 12/13 di An. Ecco: la fisiologia è in quel range. Il resto sono, appunto, anabolizzanti.

Ciò non significa che Georgia non possa implementare e rendere stabile il suo consenso: ma dovrà muoversi nella logica del consolidamento che si faccia partito-organizzazione e non partito-emozione temporanea. Per adesso Georgia passeggerà per almeno tre settimane ancora nella “mind” degli elettori (e del ceto politico in fila davanti alla sua porta).

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