Al governo che verrà si presenterà l’occasione storica irripetibile di guardare a un Mediterraneo dove, a differenza del passato, si parla sempre meno francese – e, se si parla inglese, non lo si fa certo per aderire agli imperativi strategici di Londra – e dove si misurerà la capacità/volontà americana di portare alle estreme conseguenze il contenimento russo. In altre parole, l’Italia sarà nelle condizioni di giocare un ruolo determinante nel dialogo con gli Stati Uniti in questo quadrante decisivo

Ha suscitato una certa sorpresa la dichiarazione del Presidente algerino Abdelmadjid Tebboune di qualche giorno fa, peraltro nel corso del sessantesimo anno dall’indipendenza dalla Francia, di voler promuovere l’insegnamento della lingua inglese nelle scuole primarie a scapito proprio del francese, definito ‘un bottino di guerra’.

Parallelamente e in omaggio a una tradizionale postura algerina risalente all’immediato post-indipendenza, Tebboune ha manifestato l’intenzione di aderire al blocco dei cosiddetti BRICS, acronimo ad effetto coniato diversi anni fa dall’allora capo economista di Goldman Sachs Jim O’Neill e volto a designare un insieme di Paesi accomunati a quel tempo da un alto tasso di crescita economica e ora da un non allineamento strategico, quando non inimicizia tout court, con l’Occidente e gli USA in particolare.

In concomitanza con la recisione dei residui legami linguistico-culturali con la Francia e con la ricerca di un nuovo ubi consistam geopolitico, Algeri si candida inoltre a diventare il custode della ‘porta sud’ dell’Europa sul piano dell’approvvigionamento energetico – e del gas in particolare – proprio nel momento storico in cui ad essere è in gioco non è una trascurabile variazione dell’import mix energetico degli Stati europei, bensì la sostituzione (quasi) integrale del gas russo attraverso la chiusura della ‘porta est’.

Come ben argomentato anche nel libro di Leonardo Bellodi di recente pubblicazione presso la Luiss University Press (“Gas e potere – Geopolitica dell’energia dalla Guerra Fredda a oggi”), i flussi del gas rappresentano da sempre la proxy forse più rappresentativa, soprattutto nel quadrante mediterraneo ed eurasiatico, dei rapporti strategici, tanto da far pensare – a nostro parere – che le dispute economiche in ordine alla costruzione di gasdotti rappresentino anch’essi delle forme di conflitto a bassa intensità.

In che condizioni si presenta l’Algeria di fronte a questa necessità di riposizionarsi sul piano strategico e alle sfide che essa comporta?

Pur collocandosi al decimo posto tra i produttori di gas mondiali e al secondo tra quelli africani con circa 85 miliardi di m3 di output annuo e con riserve stimate per circa 2.300 miliardi di m3 (fonte: Statista), l’economia algerina ha da sempre faticato a esibire un profilo simile a quello di altri Stati rentiers principalmente dell’area Golfo.

Con questi, infatti, Algeri condivide la dipendenza dagli idrocarburi (nel suo caso 30% del PIL, 60% delle entrate fiscali e 95% dell’export. Fonte: Moody’s Analytics) ma se ne differenzia in quanto non è in grado di produrre né una performance economica che la collochi in cima ai rankings né ad usare le riserve valutarie per proiettare potenza e consolidare la presa sugli Stati clienti. Anzi, una delle ultime rilevazioni (World Bank, 2021) fissava il livello delle riserve a 56 miliardi di dollari, certamente basso sia in valore assoluto che a confronto col picco (200 miliardi) del 2012, a testimonianza della difficoltà che le autorità fiscali e monetarie incontrano nel contenerne le fluttuazioni.

Colpisce, a quest’ultimo proposito, l’assenza di un fondo sovrano propriamente detto – diverso quindi rispetto agli strumenti di normale gestione della tesoreria della Banca Centrale – in un continente che vede non soltanto il colosso nigeriano e i ‘vicini’ Libia, Marocco ed Egitto ma anche altri Stati del centro e del sud (Ruanda, Gabon, Botswana, Senegal, Angola) dotarsi di uno strumento siffatto per mitigare la volatilità delle entrate da idrocarburi.

La ragione è da ricercarsi principalmente nel fatto che, sin dagli anni immediatamente successivi all’indipendenza, Algeri è stata impegnata in uno scontro senza sosta col vicino Marocco, corredato da dispute territoriali tutt’altro che trascurabili sul piano dell’estensione e in grado di assorbire, anche quando si trovava in uno stato di latenza, enormi risorse tanto da collocarla al secondo posto in Africa per dimensione delle forze armate, al sesto posto al mondo per import di armi e nella top ten globale per spesa in armamenti rispetto al PIL (fonte: The Economist).

Il Paese più esteso del continente africano – altro fattore che rappresenta per Algeri nel contempo un asset e una liability – si accinge quindi ad affrontare le sfide geopolitiche ed energetiche degli anni ’20 partendo da una posizione di relativa debolezza.

Di ciò potrà senz’altro giovarsi l’Italia negli anni a venire.

Pur affetto anch’esso da gravi deficit soprattutto sul piano istituzionale ed economico che ne menomano la capacità di muoversi in modo agile e reattivo nello scacchiere internazionale, il nostro Paese nell’attuale congiuntura si trova a rappresentare, dal lato del continente europeo, l’unico custode della porta sud del gas e, in ultima analisi, il perno del sistema di contenimento americano della Russia costituito dalla ‘muratura’ della porta est, dalla recisione dei legami di Mosca con l’Europa e dalla trasformazione dell’Orso in potenza asiatica, prodromo della sua disintegrazione.

Roma, infatti, presidia la quasi totalità delle rotte meridionali del gas. Lo fa sia attraverso la rete di gasdotti esistente, in particolare il Greenstream dalla Libia e il Transmed dall’Algeria via Tunisia, sia attraverso quella potenziale, ossia in grado di connettere all’Europa i giacimenti levantini ed egiziani in fase di sfruttamento, sia attraverso quella, per quanto ancora inadeguata, di rigassificatori, stante l’incapacità della Spagna, pur dotata di un complesso di terminali LNG più ampio, di porsi come hub per il resto dell’Europa anche per la sua tendenza a farsi risucchiare nel conflitto Algeria-Marocco.

Al governo che verrà, quindi, si presenterà l’occasione storica irripetibile di guardare a un Mediterraneo dove, a differenza del passato, si parla sempre meno francese – e, se si parla inglese, non lo si fa certo per aderire agli imperativi strategici di Londra – e dove si misurerà la capacità/volontà americana di portare alle estreme conseguenze il contenimento russo.

In altre parole, l’Italia sarà nelle condizioni di giocare un ruolo determinante nel dialogo con gli Stati Uniti in questo quadrante decisivo senza subire il condizionamento, com’è avvenuto nella seconda metà del ‘900, delle ex potenze coloniali europee, all’epoca molto più agguerrite ed estroflesse di oggi.

Si tratta di dinamiche storico-geografiche di lungo periodo che normalmente preesistono e si impongono a chi le deve interpretare, specie in un sistema istituzionale come il nostro che assicura al decisore governativo un orizzonte temporale di azione di poco superiore all’anno, e proprio per questo rappresenteranno già da fine settembre il vero discrimine tra coalizioni superficialmente fondate su basi ideologiche ma inclini a ricomporsi – del resto la nostra Costituzione vieta espressamente il vincolo di mandato – secondo quanto detterà l’agenda geopolitica.

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