Depositate le liste e in attesa di una campagna elettorale che si annuncia tumultuosa sarebbe opportuno ragionare sulle forzature che tutti i partiti hanno impresso ad una legge elettorale già ben poco democratica

Pochissimi italiani seguono le complicate leggi elettorali, ma dopo il “Tatarellum”, il “Porcellum” e il “Mattarellum” il 25 settembre si voterà con un sistema che era rimasto in bilico dopo il suo incerto debutto nel 2018: il “Rosatellum”.

Una legge lunga, contorta e complicata: 26 pagine, 13.013 parole, 35 articoli e un mare di note allegate per arrivare alla conclusione che le possibilità di scelta dei cittadini sono minime limitandosi solo a scegliere un simbolo elettorale e stop.

Pochi lo sanno o se ne rendono conto, ma essendo tutti i nomi dei candidati già prestabiliti dai partiti è possibile sapere in anticipo il nome e cognome di oltre il 90% degli eletti a Camera e Senato.
Quel 10% in bilico è solo legato al gioco dei resti che possono più o meno variare tra questo o quel partito oppure una o l’altra circoscrizione all’intero dello stesso schieramento, ma – pur considerando le logiche discordanze che certamente ci saranno tra voto “vero” e sondaggi – praticamente tutti i posti (anche quelli di riserva) sono già comunque più o meno “blindati” e quelli in bilico assegnati a pluri-candidati proprio perché non ci siano margini di errore.

Una democrazia limitata, nella quale l’elettore potrà solo esprimere un unico segno sulla scheda indicando così automaticamente il voto al candidato nel collegio uninominale per la coalizione prescelta (non è possibile il voto disgiunto), ma anche il voto per il listino “proporzionale” (con lista bloccata). Se un elettore vota il solo candidato dell’uninominale, il suo voto è comunque ripartito “pro-quota” tra i partiti che appoggiano il candidato e quindi andrà magari a finire in proporzione maggiore proprio per il partito della coalizione che gli piace di meno.

Per aggirare le soglie minime di accesso di coalizione (10%) più partiti si sono presentati con simboli unici mostruosamente complicati, inventati pur di arrivare al fatidico 3% e riuscire a piazzare qualcuno.

Non solo, per aggirare l’obbligo dell’alternanza di genere un po’ tutti hanno candidato le stesse persone in più collegi circoscrizionali (fino a 5) garantendosi quindi anche per gli eventuali subentri in caso di doppia elezione, con il ripescaggio preannunciato del successivo candidato in lista, tanto che alcune liste sono “incastrate” fino alla terza o quarta posizione ad evitare sorprese.

Tutti i leader non rischino niente e – se anche non corrono nei collegi o lì perdessero – saranno eletti in diverse regioni (Conte, per esempio, è capolista in 4) e così potranno a loro volta decidere – dopo il voto – per quale collegio optare recuperando non solo il secondo, ma spesso addirittura il terzo candidato. Questo perché una donna (questo avviene di solito, per la Meloni varrà il contrario) sarà posizionata seconda ma, opportunamente indicata anche lei in altre circoscrizioni e magari anche in un collegio, potendo eventualmente essere eletta in una circoscrizione soltanto (o nel collegio), si auto-eliminerà da tutte le altre posizioni occupate dove dovesse mai subentrare al proprio leader.

Trucchetti del sistema, come l’annunciata sfida Calenda-Bonino a Roma che finirà probabilmente 0 a 0, ma con entrambi i contendenti che saranno comunque eletti da un’altra parte nel proporzionale, provare per credere.
C’è di più. Le circoscrizioni elettorali prevedono (salvo che per le micro-regioni come Molise e Valle d’Aosta che di candidati ne hanno uno solo e quindi c’è già poco da scegliere) dai 4 agli 8 seggi da assegnare e quindi – soprattutto in quelle piccole – si sa già, nella pratica, quali partiti conquisteranno i seggi. Solo i partiti molto piccoli, quelli che sfioreranno appena il 3% su base nazionale e quindi eleggeranno soltanto un pugno di candidati e tutti con i “resti” possono dubitare oggi dove “usciranno” i loro eletti, ma – per non sbagliare – i leader si sono appunto candidati in più regioni e la matematica spiega che quei pochi seggi saranno più facili da conquistare nelle circoscrizioni più grandi dove, a parità percentuale di voti, il “resto” diventa automaticamente più elevato e quindi più sicuro. Ecco perché Letta, Berlusconi o Renzi si candidano tutti a Milano. Difficile da spiegare per iscritto il meccanismo di calcolo, ma fidatevi che è proprio così.

Già in partenza c’era la volontà del legislatore di permettere un controllo quasi totale degli apparati e dei leader su chi sarà eletto, ma “fatta la legge trovato l’inganno” i partiti ne hanno insomma approfittato ancora di più. Con pochissime parole nel testo della legge si poteva impedire tutto questo (bastava permettere di candidarsi in un solo collegio o circoscrizione) ma evidentemente ciò non si voleva avvenisse.

Ecco perché l’eletto dovrà quindi “giurare obbedienza” a chi lo ha candidato, salvo cambiare casacca (come è successo a quasi metà dei parlamentari uscenti) ma – da quel momento in poi – il transfuga dovrà sempre dipendere da un nuovo padrone, senza il quale non troverà posto, salvo nuove riforme elettorali, la prossima volta.
A questo punto tutti avranno capito che un eventuale candidato di valore sarà eletto non in base alle proprie capacità ed esperienza o per i suoi titoli, ma solo e soltanto grazie alla sua posizione di lista (salvo che nella circoscrizione estero) e questo spiega anche la drammatica caduta della qualità degli eletti e la loro totale dipendenza dai vertici.
Insomma, ci siamo ridotti ad una specie di una “democrazia limitata” con un totale scollamento tra territori, eletti ed elettori. Ma questo non lo ammette nessuno…

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