Pubblichiamo un estratto de “La Cina è già qui” (Mondadori), ultimo libro della sinologa Giada Messetti in cui analizza ragioni storiche e culturali alla base dell’azione politica di Pechino e del leader Xi Jinping

Nonostante le tante divergenze di interessi, in reazione all’attivismo anticinese degli Stati Uniti, Xi Jinping sta rinvigorendo l’alleanza con la Russia di Putin. La dichiarazione congiunta Mosca-Pechino sulla “Nuova era delle rela zioni internazionali” rilasciata il 4 febbraio 2022, poche ore prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Beijing 2022, ha sancito definitivamente l’esistenza di un fronte alternativo all’ordine costituito a guida occiden- tale (Usa e Nato) e la nascita di un nuovo multilateralismo di fatto. Pechino non perde occasione per celebrare il suo modello di governance come superiore e più efficace rispetto a quello occidentale e ribadisce che esiste una “via cinese”, diversa rispetto a quella finora dominante, che funziona e che ha raggiunto la sua massima espressione proprio nella gestione del Covid. A parlare con chiarezza, secondo la propaganda cinese, sono anche alcuni obiettivi raggiunti negli ultimi tempi, come, per esempio, l’abolizione della povertà assoluta, annunciata da Xi Jinping alla fine del 2020.

Recentemente la Cina ha addirittura reso pubblico un libro bianco sulla democrazia che mette sotto accusa il modello americano. Ne denuncia le disuguaglianze sociali, i crescenti episodi di razzismo e le modalità invasive con cui Washington ha esportato con la forza la sua versione di democrazia, provocando guerre e “rivoluzioni colorate” in giro per il mondo. Al modello Usa, Pechino oppone una versione di “democrazia cinese” che sostiene di tener conto delle condizioni sociali e culturali di ogni Paese.

Negli ultimi anni per fare riferimento alle relazioni tra i due giganti è stato spesso evocato il concetto di Guerra fredda, anche se, ormai, il giudizio quasi unanime di analisti e commentatori è che il termine non sia calzante per descrivere questa nuova fase. Le Olimpiadi invernali di Beijing 2022 hanno evidenziato come il rapporto tra Pechino e Washington sia infatti profondamente diverso da quello tra Mosca e Washington nel secondo dopoguerra.
Denunciando la violazione dei diritti umani nella provincia dello Xinjiang, dove la Cina porta avanti una rigidissima politica securitaria rivolta contro la minoranza turcofona uigura, di cultura musulmana, per descrivere la quale la Casa Bianca utilizza il termine “genocidio”, gli Stati Uniti hanno annunciato il boicottaggio diplomatico di Beijing 2022, che coinvolge i rappresentanti ufficiali ma non gli atleti.

Inevitabili sono fioccati subito i paragoni con i Giochi estivi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, quando le due superpotenze all’epoca egemoni non hanno inviato i propri atleti a competere nel Paese percepito come avversario.
La natura di questo boicottaggio a metà dimostra tuttavia quanto gli interessi economici e il rapporto di dipendenza reciproca tra Usa e Cina nel quadro della globalizzazione siano talmente forti da rendere impossibile una netta separazione tra le due potenze. Sul pianeta Terra, nel 2022, non è più possibile sganciare uno dall’altro i destini delle due nazioni dominanti.

Non solo, la Cina non sembra più disposta ad accettare lezioni ed è pronta a contrattaccare nel campo della comunicazione. Lo dimostra la scelta di affidare alle mani della giovane fondista uigura Dinigeer Yilamujiang l’ultima importantissima torcia destinata ad accendere il braciere olimpico al termine della cerimonia di apertura di Beijing 2022: una risposta provocatoria, un guanto di sfida in reazione al boicottaggio Usa.

Gli interrogativi aperti sono tanti e sono tutti legati a quale tipo di strategia adotterà la Cina nel prossimo futuro, ora che è un attore globale. Tenterà di scalzare gli Stati Uniti e dominare il panorama internazionale o accetterà la convi- venza, limitandosi a difendere i suoi interessi economici e di sicurezza e a non ammettere ingerenze sulle questioni citate in precedenza e che definisce “interne”?

Le risposte a queste domande ci pongono davanti a sfide nuove e sconosciute. Ormai dovremmo aver imparato che fare pronostici sul domani del Dragone, applicando le nostre categorie di pensiero, è un esercizio sterile, risultato a oggi sempre fallimentare. L’unico punto su cui provare a lavorare è il nostro atteggiamento di occidentali, chiedendoci se la strada della divaricazione e della condanna sia la sola giusta.

Invece, sarebbe forse fondamentale rafforzare le relazioni e gli scambi con il Celeste Impero, ancor più oggi quando, per motivi politici e a causa della pandemia di Covid, la Cina porta avanti una politica sempre più isolazionista. Viaggiare nel Paese e reperire informazioni sul campo è sempre più complicato. Dividere il mondo in due poli – i buoni da una parte, i cattivi dall’altra – può solo portare a un suo ulteriore arroccamento e fornire benzina alla propaganda interna.

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